ZONA K. La cultura della prossimità riparte dalle residenze

ZONA K è una realtà milanese che si confronta costantemente con la scena europea dialoga sulla situazione attuale e sul futuro. Intervista alla direttrice artistica Valentina Picariello e al regista Andrea Ciommiento

Roma chiama Milano, per una dialettica di territori a confronto. ZONA K cos’è e che azione svolge sulla e per la città, e non solo?

Valentina Picariello: è un’associazione, uno spazio e luogo, una realtà attiva a Milano dal 2011 e che ha poi trovato una strada più concreta attraverso la quale – da piccolo teatro off ospitante compagnie milanesi emergenti con l’enorme fatica di ritagliarsi un ruolo all’interno della città – ha scelto l’audacia produttiva facendo arrivare nel 2014 i Rimini Protokoll con lo spettacolo Remote Milano. Una scelta artistica coraggiosa che ci ha premiati catalizzando su di noi un interesse maggiore. Abbiamo così iniziato a fare un lavoro di ricerca sulla sfera internazionale con uno sguardo particolare all’avanguardia europea. In questo modo, da realtà abituata a lavorare per un centinaio di spettatori, abbiamo iniziato a prenderci uno spazio diverso all’interno della città, facendo una scelta di “glocalizzazione progettuale” che ci è valsa nel 2018 l’assegnazione del contributo Mibac per il triennio 2018/2020 (nel settore Promozione, in partnership con Mare Culturale Urbano e con Stratagemmi Prospettive Teatrali ndr). Siamo parte anche della giuria di Open-Pergine Festival, una rete che si sta allargando anno per anno creando sempre nuove relazioni e con la quale è importante crescere insieme. ZONA K ha avuto da sempre la necessità di relazionarsi con la città, con i teatri più grandi, gli enti e le istituzioni che vi operano; crediamo che se hai questa dedizione alla capillarità devi avere uno sguardo più ampio che lungimirante, perché la vera sfida è quella inclusiva che pervade gli spazi comuni.

La situazione attuale nel capoluogo: cosa è cambiato e qual è la reazione al mutamento?

Valentina Picariello: per noi all’inizio la reazione è stata quella dell’attesa, non abbiamo minimamente avuto la necessità di riattivarci subito occupando un tempo che era stato privato del teatro e quindi non volevamo imporre teatro, né tantomeno imporcelo. Abbiamo preferito fermarci allora e ammettiamo che tale fase di valutazione e comprensione non è ancora finita. La riapertura del 15 giugno per noi era fuori tempo massimo perché avendo una forte attenzione di tipo tematico alla programmazione, non potevamo ripartire come se nulla fosse da dove eravamo stati interrotti e quindi abbiamo preferito rimandare il tutto direttamente a settembre con spettacoli all’aperto. Ci siamo premurati però di mantenere un contatto con la nostra rete per comprendere quale fosse il loro pensiero rispetto all’arte e al teatro, per questo, e in collaborazione con la testata Stratagemmi – Prospettive Teatrali, abbiamo realizzato un questionario diffuso attraverso la nostra newsletter. Abbiamo ricevuto dimostrazioni di presenza rispettosa del momento ma vogliosa di tornare a teatro percepito come una mancanza, rimarcando la tranquillità di tornare però in degli spazi che siano all’aperto.

Andrea Ciommiento: la città in cui vivo è Torino anche se di frequente mi sposto a Milano curando progetti con diverse realtà culturali come ZONA K. Proprio in questi mesi avremmo dovuto presentare insieme alcuni progetti: Play me tra Milano e Torino, oltre a riprendere il format Generazione gLocale a Trieste. Tutto posticipato in autunno. Ho rivisto la città di Milano a giugno, subito dopo il lockdown, con i laboratori drammaturgici di Opera Community che ho tenuto insieme all’Orchestra Allegro Moderato e l’Albero. Arrivando in stazione centrale e attraversando le vie di Milano ho sentito la mortificazione di una città in ginocchio, ancor più che a Torino. So che può sembrare un discorso fuori luogo perché dovrei anteporre le difficoltà del settore culturale ma la situazione è desolante soprattutto per ciò che vedo attorno, al di fuori della cultura o dei miei lavori. Quando un ristorante o un albergo non riescono ad aprire perché le spese di uscita superano quelle di entrata allora questo è desolante, perché tutto ciò si lega concretamente a chi fa cultura. Questa situazione dovrebbe spingerci a guardare oltre il nostro ombelico di settore: avrebbe senso comprendere come promuovere una “cultura di prossimità” dove nessun settore è escluso da un discorso comune. Se un centro culturale lavora bene lo fa grazie alla fitta rete di relazioni che ha accanto, dagli alberghi ai ristoranti, passando per i service tecnici e i piccoli bar di quartiere davanti ai teatri.

ZONA K è primariamente spazio di produzione e residenza. Proprio nel triennio 2018-2020 siete partner del Centro di Residenza della Lombardia, selezionato dalla Regione Lombardia, grazie al progetto multidisciplinare “Intercettazioni”. A seguito della pandemia, a quali aiuti economici potete accedere e saranno per voi sufficienti?

Valentina Picariello: dalla Regione purtroppo non sono arrivati ingenti aiuti pensati per realtà simili alla nostra, di bandi sulla città di Milano ne sono usciti molti, la cui maggioranza si rivolge però alle piccole e medie imprese o al Terzo settore, dunque ad azioni più di tipo sociale che culturale. L’assessorato alla cultura del Comune di Milano è stato più presente, devo ammettere, con numerose proposte di finanziamento ma con risorse limitate. Stiamo sempre alla ricerca di finanziamenti per sopravvivere e per il momento siamo in attesa dei risultati dei bandi del Comune e di un bando promosso dalla Fondazione Cariplo al quale abbiamo partecipato.

Le residenze rispondono a due variabili necessarie al processo creativo, quelle di spazio e tempo, e sono realtà indispensabili al sistema teatrale, sia ai teatri pubblici che privati. Quali misure pensate dovrebbero essere adottate a loro sostegno?

Valentina Picariello: dall’anno scorso ZONA K ha vinto un bando di gestione della Casa degli artisti, un atelier e spazio di arte visiva. Questo ha permesso di comprendere ancora meglio l’importanza della residenza nel processo creativo. Le residenze di arte visiva hanno per esempio tempi di creazione più lunghi di quelli delle residenze teatrali, e le residenze artistiche rientrano in quella categoria che lo Stato non ritiene di dover sostenere nel lavoro. Lavoro che credo dovrebbe essere supportato maggiormente nel suo aspetto interdisciplinare più che multidisciplinare. Lavorando dallo scorso autunno con la Casa degli artisti, ci siamo resi conto come operatori della fatica che facciamo per scalfire consuetudini radicate nel sistema: molto spesso chi parla il linguaggio del teatro non parla quello dell’arte, purtroppo i compartimenti stagni esistono anche in un mondo che si vorrebbe o si presenta come trasversale e poliedrico. C’è una diversità strutturale tra i due campi determinata anzitutto da un aspetto commerciale: il mercato delle arti visive è più forte di quello teatrale, sia in termini di produzione che di distribuzione.

Andrea Ciommiento: la concezione di “residenza artistica” è interessante proprio per la sua capacità di far radicare temporaneamente gli artisti in un contesto. Fare ricerca e creazione artistica oggi ha senso se questo “fare” ha la possibilità di aprire il lavoro al contesto in cui la residenza viene ospitata: se mi trovo in una periferia di una grande metropoli o in una cascina della provincia la domanda che mi pongo è “quanto il luogo in cui sono può contaminarsi e può entrare in relazione al progetto che sto sviluppando?” Un modo concreto per salvare la cultura è proprio questo: promuovere pratiche di convivenza tra curatori artistici e comunità locali ovvero costruire alleanze e patti di fiducia non solo tra “compagni di settore”.

La capillarità di ZONA K consiste anche nell’aver intessuto sul territorio rapporti con organizzazioni, strutture indipendenti e istituzioni. In quest’ottica, come accogliereste la proposta di Massimiliano Civica recentemente apparsa sulle pagine di Doppiozero e relativa alla possibilità che – cito testualmente – “i Teatri Pubblici, e non solo loro, “adottassero” le sale teatrali dei migliori tra gli organizzatori di queste piccole realtà, realizzandovi, in una sorta di cogestione, una parte delle loro attività, come piccole produzioni, periodi di prova, letture ecc.”? E se, inoltre, ai gestori di queste sale, venissero offerte occasioni di tirocinio e formazione all’interno dei teatri che li “adottano”?

Valentina Picariello: non so se la parola adozione sia corretta, credo sia una giusta provocazione nata da un giusto riconoscimento per tutte le realtà che operano sul territorio e fanno fatica ad emergere. Più che adozione, credo sarebbe proficuo che le organizzazioni più grandi in grado di sopravvivere si accorgessero del lavoro fatto altrove, nei piccoli spazi, e lo assorbissero in una modalità collaborativa. Per chi necessita fare un’attività sul territorio continuativa, che possa sollevarsi dai problemi burocratico-amministrativi, non serve un dialogo di tipo paternalistico coi “grandi” ma di condivisione, che possa dunque portare, ognuno con le proprie specificità e risorse, a un traguardo comune. La vera sfida in Italia è uscire dalle logiche di subordinazione riconoscendo che la capillarità di strutture cosiddette off dà valore al loro lavoro e a quello della geografia culturale nella sua interezza.

Andrea Ciommiento: questa proposta potrebbe essere la strada per una rivoluzione pratica. Penso al progetto di Grassi e Strehler, alla nascita del Piccolo Teatro dopo le macerie di una guerra mondiale e il desiderio di costruire un “teatro d’arte per tutti” come “servizio sociale”. In teatri nazionali come La Colline a Parigi o in centri culturali come il Bethanien di Berlino il modello vincente è proprio la promozione di una economia di comunità, dove la cooperazione tra grandi e piccole realtà mostra una idea sostenibile di società in cui poter vivere. Così anche in Italia, i teatri nazionali potrebbero farsi garanti di stagioni diffuse. Direzioni collettive, programmazioni di respiro internazionale e progetti artistici volti al coinvolgimento delle comunità locali: questi gli ingredienti per una rivoluzione concreta dopo le macerie del Covid.

Secondo voi è questo il momento di scendere in piazza, oppure no? Se sì, per cosa è urgente manifestare?

Valentina Picariello: che domanda difficile! Scendere in piazza è necessario e farlo appartiene al mio retaggio culturale e anagrafico, credo che la protesta sia un’azione sempre legittima e doverosa anche perché sono convinta che tutti possiamo contribuire a qualcosa. Di base, è come se mancasse la cultura del rispetto del lavoro artistico, il che è alquanto paradossale in un paese di cultura come l’Italia. Il piano attuato in Germania ad esempio (il Neustart Kultur ndr) dimostra un’attenzione molto diversa da quella del nostro paese. Scenderei in piazza per dei bisogni che sono molteplici e su più fronti, è difficile dare loro una priorità e sicuramente sono urgenze che non riguardano solo il nostro settore.

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Andrea Ciommiento: manifestare oggi può risultare una rappresentazione che non genera cambiamento. La domanda è sempre la stessa: come trasformare un sistema culturale mortificante per i lavoratori e lavoratrici dell’arte. Al contempo, come non far finire la nostra voce nel brusìo quotidiano delle notizie. Da un lato è importante rivendicare l’appartenenza professionale a un ambiente artistico, dall’altro servirebbe assaltare il sistema politico-culturale senza troppe azioni naïve. Potremmo prendere a modello la preziosa esperienza di Slow Food. In una delle loro ultime manifestazioni hanno scelto di unirsi a Torino con il ritrovo di migliaia di piccole realtà agricole provenienti da tutto il mondo e con un semplice messaggio: “Loro sono giganti ma noi siamo moltitudine”. Dovremmo ricomporre manifestazioni comprendendo chi sono i giganti e chi la moltitudine del nostro settore.

Quale futuro, concreto e prossimo, si prospetta per ZONA K?

Valentina Picariello: Play me, la produzione dello spettacolo di Agrupación Señor Serrano, compagnia con la quale collaboriamo, doveva essere in cartellone a maggio e sarà riproposta in autunno. Una produzione sostenuta attraverso un bando, che vede Andrea Ciommiento affiancato dal collettivo. Altra produzione in programma sempre in autunno e simile nella forma, sarà quella con i Rimini Protokoll che vedrà protagonisti 5 degli artisti scelti dentro la Casa degli artisti, coinvolta come residenza. Entrambi sono progetti che nel corso dei mesi stanno subendo modifiche continue per la situazione. Le altre attività invece, sono ancora in definizione e non vorremmo anticiparle…

Lucia Medri

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