Festa nubile e provocatoria, quella Napoli di Moscato

Ritorna un testo storico del 1983, Festa al celeste e nubile santuario scritto e diretto da Enzo Moscato alla Sala Assoli di Napoli. Recensione

Foto Pino Miraglia

«È archeologia!» Mi risponde Giuseppe Affinito, appena smesse le vesti di Toritore, poco fuori dalla Sala Assoli nei Quartieri Spagnoli napoletani, quando gli chiedo di definirmi Festa al celeste e nubile santuario. Ma lui, che di giovane avrà l’età e non invece la pratica con il teatro di Enzo Moscato, frequentato a partire dalla sua personale archeologia di vita, così facendo mente e dice il vero; mi provoca; così come potrebbe provocare l’assoluta aderenza a un certo «universo antropologico-ispirativo» (così lo definisce l’autore nella premessa all’edizione del 2018 per i tipi di Florestano) – in cui veniamo immersi fin dall’inizio – fatto di madonnine, di caffè, di morti cari, di spesa con la retina nei Bassi napoletani, di verginità coatta e devotissima a confronto con la deriva noir che esplode nel secondo atto (ma esplode con un preludio di gioia, di estasi e di speranza), fatto di menzogne mortali, di inganni e raggiri durati per tutta una vita e scoperti solo alla conclusione.

Foto Pino Miraglia

Provocazione che disorienterebbe ma invece affascina in questa ripresa, diretta dallo stesso Moscato che scrisse il testo nel 1983 e che mise in scena dirigendo se stesso, Gino Curcione e Tata Barbalato un anno dopo e che ora vede in scena anche le superbe Cristina Donadio, Lalla Esposito, Anita Mosca in una produzione tra Teatro Stabile di Napoli, Compagnia Enzo Moscato/ Casa del Contemporaneo. Ma se quella distanza scherzosamente definita è sintomo del «profondo radicamento nel mio suolo di nascita e crescita», questa Festa è anche il suo «altrettanto profondo esilio». È lo sguardo, innamorato e impietoso, verso un canto grottesco e verace che costituisce la finzione più grande tanto da farla credere vera; è la preghiera estatica di Annina che invoca la ferita «araput’ dind’ a carne», lei prosaica Teresa d’Ávila, protesa verso un dardo che è «generoso e potente auciello»; è il monito severo di Elisabetta che teme di vedere (le azioni delle altre a sua insaputa, la sua mancanza di fede?) e solo nella cecità scopre invece la gioia di non doversene più preoccupare; è il silenzio di Maria, che è remissione e ribellione assieme, segreto e manifesto della propria indipendenza, schermo tutte delle proprie e altrui mancanze per provare a sopravvivere, fautrici tutte di truffa e insieme confessione, archeologia del sapere e azione d’avanguardia.

Foto Teatro Stabile Napoli

Così le osserviamo, queste tre sorelle (e un ragazzone, definito scemo e però oggetto del desiderio di molte), costruire attorno alla propria esistenza una rete di quotidianità e superstizioni, in un meraviglioso vortice sonoro che è parola e sua storpiatura, dialetto e invenzione e lingua autonoma, portato sul petto delle due più grandi, nella gestualità ricca, elaborata, piena di sospiri e scossoni, gestualità che, nonostante la pretesa di illibatezza delle fautrici, disvela una sensualità dei tempi e degli sguardi, dei non detti, dei malcelati e dei miracoli. La scena (di Clelio Alfinito, illuminata da Cesare Accetta) fa da loro specchio, con l’interno di una casa, letto, cucina, altarino; pretende di non rappresentare altro da quel che sembra, poi, tutto si gonfia: l’altarino diventa statua da processione, le verdure da capare si trasformano in frittura di paranza, i grembiuli modesti abiti da sposa e così via in crescendo, perché tutto diventi all’altezza del miracolo che ha colpito la loro famiglia, con la passione, la fede, la furia e l’incomprensione degni della nascita di un nuovo messia.

Foto Teatro Stabile Napoli

Sentimenti questi che muovono diversamente le tre donne in scena, da Annina, muta nelle parole ma non nei gesti e nella postura, scocciata ma solerte prima, poi sempre più rigida, impettita, la resa di Anita Mosca trova il suo acme nel sorriso sardonico della scena finale, quando rivendica per sé Toritore e la possibilità di gestire per sé la propria esistenza. Potentissima l’attrice-cantante Lalla Esposito, che crea un’Elisabetta megera, quasi grottesca, le cui battute fuoriescono pregne di una melodia corposa da cantata napoletana, ma che mai sbava per eccesso di virtuosismo o velleità accentratrici; se lei è la detentrice del rispetto per il divino, per la Regola imposta, è quella che più soffre il dubbio, schiacciato tutto il tempo dentro ai modi diretti e autoritari. Sua compagna di scena, apparentemente in un ruolo di raccordo tra la maggiore e la piccola (ma che drammaturgicamente in realtà costruisce e prepara tutto) è una delle attrici più care a Moscato: Cristina Donadio è un’Anna umanissima, disarmante nel suo essere fanfarona, i cui piccoli imbrogli vengono puntualmente smascherati (mentre i desideri rimangono nell’aria inevasi), la bottiglia, le menzogne innocue, la boccetta di collirio, tutto affrontato con quel sorriso complice e bambino, con la foga a voler corrispondere anche lei a un modello, e contemporaneamente tesserne un altro di segno diabolicamente opposto.

Vita e morte sempre accanto, tradizione e suo tradimento, sogno che è superstizione e tremenda rivelazione, «criaturo ca vulev’essere pigliato ‘mbraccio» e che «m’ha dato ‘nu muorzo ‘mpietto»;  mai l’uno senza l’altro, pensarlo separato sarebbe una provocazione che non genera più figli.

Viviana Raciti

Visto alla Sala Assoli, Napoli – febbraio 2020

FESTA AL CELESTE E NUBILE SANTUARIO
testo e regia Enzo Moscato
con Cristina Donadio, Lalla Esposito, Anita Mosca, Giuseppe Affinito
luci Cesare Accetta
musiche Claudio Romano
scena Clelio Alfinito
costumi Daniela Salernitano
consulente Lingua dei Segni Vincenza Modica
fonica Teresa Di Monaco
organizzazione Claudio Affinito
produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Compagnia Teatrale Enzo Moscato/Casa del Contemporaneo

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