Satyricon e l’incapacità di reagire ai mostri

Recensione. Satyricon prodotto dai teatri nazionali di Roma e Napoli, con il Napoli Teatro Festival, la regia di Andrea De Rosa e la scrittura di Francesco Piccolo. Visto al Teatro Argentina.

Foto di Mario Spada

Che facciamo? Che facciamo? Che facciamo?
Una parete dorata, una piattaforma rialzata coperta da una tenda, dorata.
C’è una festa.
Cuscini dorati arredano il palcoscenico.
Una cena.
Tre giovani attori in bermuda e camicia hawaiana in uno scambio di battute vertiginoso, clownesco.
Una festa o una cena?
Encolpio, Gitone e Ascilto.
Tutt’e due.

Allora è una cena in piedi!

È il gioioso grido “decadenza!” ad aprire la scena. In Satyricon di Piccolo/De Rosa i personaggi entrano uno alla volta e si uniscono alla decadAnza, a una coreografia che continuerà ininterrotta, ossessivamente, fino alla fine dello spettacolo. Bastano pochi minuti per constatare la precisione tecnica e la coordinazione impeccabile degli attori, scandita dall’inclemenza di un metronomo al centro del palco (il tempo che scorre, la ripetitività, il tempo che non passa), non solo nel movimento coreografico, non necessariamente accompagnato dalla musica, ma anche nello scambio fulmineo di battute, nella coralità sconnessa e caotica.

Foto di Mario Spada

In una fastosa Roma-bene à la Sorrentino ogni personaggio ha un ruolo prima ancora che un nome: la Ragazza Anoressica, l’Intellettuale, l’Attrice Impegnata, la Donna Disperata, la Donna delle Canzoni. E ogni personaggio rispetta il proprio ruolo interamente, dal costume di scena ai temi dei propri interventi: la Donna delle Canzoni, per fare un esempio, parlerà solo per citazioni di famosi tormentoni italiani.

L’elettrocardiogramma di questo spettacolo è dato da una serie costante e precisa di escalation e cadute vertiginose. Tutto comincia dalla descrizione del mirabolante menù e cresce, cresce, cresce nelle battute vuote dei personaggi, sempre più rapide: sono frasi fatte, modi di dire, verità da titolo di giornale online, sentenze. Un discorso completamente vuoto prende forma nelle parole dei personaggi che, instancabilmente, continuano a danzare la loro coreografia. Fino a quando uno di loro, uno alla volta, tira fuori una questione diversa, apparentemente cruciale, una parola scandalosa: “dolore”, “fragilità”, “pizza romana o napoletana”… Così si interrompe momentaneamente la festa in un silenzio e in uno stupore atterrito. Da qui colui che ha evocato la parola terribile si lancia in un monologo ancora più sconclusionato e va a completare il puzzle stereotipico del proprio personaggio.

La Ragazza Anoressica si inceppa nell’elenco di cene bio, macrobiotiche, fusion. L’Intellettuale si lancia in una sconsolata invettiva sulle feste a cui si sente costretto, nella critica delle nuove generazioni che non leggono, nei bar che non esistono più, per poi consumarsi nell’elenco delle mille inutili assurde petizioni firmate. Così la Donna Disperata, che scandisce il ritmo del proprio monologo con rumorosi e appiccicosi baci a tutti i presenti, si lancia nel dolore delle relazioni facili, inconsistenti, superficiali. L’Attrice Impegnata, infine, estrae dalla borsetta rossa un libro dopo l’altro; li tiene sotto le ascelle, tra le gambe, nell’incavo del collo e i libri cadono, cadono e gli altri personaggi si precipitano a rimetterli al proprio posto. Mentre l’attrice intanto urla un manifesto del teatro dell’urgenza e della necessità, del teatro d’impegno civile e del teatro importante, contro la teatropoli dello squallore; quello che sembra, insomma, una sintesi perfetta e parossistica dei nostri articoli e convegni.

Foto di Mario Spada

Ogni monologo trova un’autocombustione, finisce per consumare il proprio parlante nello sfinimento. Rimane il silenzio, quel silenzio imbarazzato e confuso di chi non ha proprio capito e che adesso solo Trimalcione dall’alto della sua toilette può controllare e sfruttare per una nuova moralizzante orazione. Trimalcione parla con un romanesco strascicato, biascicato, pingue. Parla di soldi, solo di soldi, e del valore della ricchezza. Dell’uomo che si fa con le proprie mani, della necessità di separare le classi sociali. Spezzoni di frasi in lingue diverse, citazioni in latino dello stesso Petronio. La citazione come garante del discorso: qui dove, ormai, sembra impossibile poter sostenere un’argomentazione senza utilizzare citazioni autorevoli. E allora giù, con citazioni casuali e astratte, a rendere credibile la propria mania di protagonismo. Fino alla fine, fino alla messinscena del suo proprio funerale, egli rimane segretato lassù, nello sfarzoso gabinetto.

Soltanto il personaggio di Fortunata, la giovanissima moglie del padrone, nuda al centro del palco, tenta più di una volta di far valere il proprio discorso. È un discorso completamente sconnesso dal punto di vista sintattico e della dizione. L’assenza totale di punteggiatura ci fa pensare più a una poesia decostruita. Lei è l’ambientalista. È la vegana, la salutista, la non-violenta. Lei che soffre sapendo la morte degli animali mentre il menù scandisce letti di anatra in salmì e intingoli di vitello marinato. Ai ripetuti insulti di Trimacione, la ragazza, nuda, piangendo si accartoccia su sé stessa, scompare, prima di stendersi nuovamente su un letto di cuscini dorati e riprendere a schioccare le dita per ribadire il tocco del metronomo.

«Spaghetto con pesto di maracuja al fumo di venghè e misto di alghe con croccante di pane».

Il Trimalcione di Petronio è il simbolo dell’arricchimento, della forma che camuffa l’assenza di contenuto, dell’ostentazione del sapere. Il fenomeno della decadenza dell’Impero Romano è un fenomeno di cui lo stesso Satyricon evidenzia la complessità: in gioco ci sono questioni morali, etiche e relazionali, così come questioni economiche e di gestione effettiva dello Stato; Trimalcione è colui che ha potere economico e, di conseguenza, potere politico e civile; è lo spreco e il monopolio della ricchezza, la mancanza di vedute progressiste. Egli rappresenta il lusso temporaneo e fine a sé stesso, il lusso che non ha tempo per una coscienza nei confronti del prossimo e della comunità. Tematiche che non è difficile collegare anche alla crisi dell’impero globale: l’accentramento della ricchezza, la non coincidenza tra potere economico-politico e consapevolezza culturale, il paradosso del lusso nei confronti di questioni quali la crisi ambientale e il disequilibrio delle Nazioni, così come il decentramento dei conflitti e le sue conseguenze.

«Vitello all’essenza di liquirizia bruciata su fondu di radicchio trevigiano sbianchito».

Foto di Mario Spada

Francesco Piccolo individua, con questa rivisitazione, la chiave della decadenza contemporanea nella povertà del linguaggio. Non una povertà formale, grammaticale, non il diffuso analfabetismo funzionale – o peggio – ma una totale aridità argomentativa e contenutistica. I personaggi parlano per frasi fatte, per concetti pre-confezionati; la dizione asettica, scandita, non partecipata va a sottolineare quanta poca cognizione essi abbiano di ciò che realmente stanno comunicando. È il fenomeno della comunicazione a tutti i costi. “Facciamo due chiacchere? Sì, dai, facciamo due chiacchiere”. Due, quattro, sedici infinite chiacchiere inevitabili di fronte all’ennesimo aperitivo, all’ennesima festa, all’ennesima cena in cui si parla per poter riempire il tempo ma non per raggiungere obiettivi concreti. In cui poter essere tutti d’accordo andando a toccare, in lungo e in largo, tutte le tematiche di cui non si può non parlare, di cui non si può non essere informati. Titoli da civetta, slogan, aforismi, sentiti dire affollano le nostre conversazioni in uno zibaldone di pensieri non nostri che ben poco ha dell’argomentazione. Il tutto corredato da una forma ricca, altisonante, credibile.

Del resto, è il fenomeno del teatro a tutti i costi, quello di cui stiamo parlando. Un teatro fastoso, spettacolare, un piacere per lo sguardo e per la propria coscienza civica. A teatro possiamo sentirci cittadini migliori: qua possiamo finalmente, di nuovo, poter essere tutti d’accordo andando a toccare, in lungo e in largo, tutte le tematiche di cui non si può non parlare, di cui non si può non essere informati. Perchè la decadenza ci riguarda tutti, la decadenza va combattuta con un atto di presenza, con l’asserzione a uno zibaldone di pensieri non nostri che ben poco ha dell’argomentazione, della visione critica, dell’impostazione epica. Rimaniamo, nel velluto delle nostre poltrone, a debita distanza dallo schieramento, politico o qualsiasi – troppo rischioso -, ma sicuri nell’accusa dei conosciuti mostri.

Molti sono gli spettri che si aggirano per questo palcoscenico, e anche il riferimento metateatrale è costante e lucido, anche oltre il monologo esemplare dell’Attrice Impegnata. E sta a segnare il confine di una cultura che, anche nei migliori tentativi di redenzione, può avere come riferimento ultimo nient’altro che sé stessa.

«Maccheroni di Ananas vanigliati con coulis di Lamponi e sorbetto di more».

L’impossibile e altisonante menù che scandisce questa drammaturgia e che puntualmente ristabilisce l’ordine tra gli invitati è il sintomo più evidente della decadenza. Solo in questo ambito vi è ancora il tentativo, esasperato, parossistico, di una ricercatezza linguistica, in formule incomprensibili, spettacolari, sorprendenti. Le portate rappresentano la sintesi del discorso di Piccolo: una forma barocca, invitante, ricercata, per un contenuto misero; poiché non possiamo immaginarli che miseri quei piatti di nuvole ed essenze, quegli assaggi imbarazzanti da nouvelle cousine, quei sentori distanti di prodotti 100% certificati, tradizionali (perché le alici sono del Cantabrico, il lardo è di Colonnata, le cipolle sono di Tropea e il cielo è sempre più blu, non si discute), IGT, IGP, DOC, DOP, chilometro zero, bio…

Foto di Mario Spada

Intanto la festa degenera, una schiuma densa soffoca umori e promiscuità, i corpi si sciolgono contro la parete dorata, esausti. Il tempo di smaltire, il tempo di un rito propiziatorio e scaramantico come la messa in scena di un funerale, quello di Trimalcione, e la festa può di nuovo ricominciare, da un’altra parte; chissà, magari l’altra è meglio.

«Spigniamo. Che finchè magnamo e bevemo semo vivi e chi è vivo… nun è morto». Così entrava in scena Trimalcione. Lapalissiano, lo definirebbe qualcuno; lo definirebbero in molti tranne, forse, lo stesso Monsieur De La Palice, poiché non è scontato l’esser vivi, soprattutto poter dirsi vivi fino in fondo, fino alla morte.

È una festa o un funerale? Tutt’e due. Allora è un funerale in piedi.
Insomma, che facciamo?

Angela Forti

Novembre 2019, Teatro Argentina, Roma

Satyricon
di Francesco Piccolo
ispirato a Petronio
regia Andrea De Rosa
con Antonino Iuorio, Noemi Apuzzo, Alessandra Borgia, Francesca Cutolo
Michelangelo Dalisi, Flavio Francucci, Serena Mazzei, Lorenzo Parrotto
Anna Redi, Andrea Volpetti

scene e costumi Simone Mannino
disegno luci Pasquale Mari
sound designer G.U.P. Alcaro
coreografie Anna Redi
produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

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