Di che cosa parlano gli under 35? Cartoline da Intransito

Siamo stati al concorso dedicato al teatro under 35, Intransito, di Genova. Un reportage tra forme e contenuti.

Anche i cori russi mi consolano – Foto da Ufficio Stampa

Tanti fili rossi legano tra loro i sei spettacoli finalisti di Intransito, concorso nazionale organizzato dal Comune di Genova in collaborazione con Teatro Akropolis, Associazione La Chascona, Officine Papage. All’appello giovani compagnie e artisti emergenti under35, che abbiamo seguito al Teatro Akropolis di Sestri Ponente il 12, 13 e 14 dicembre.
Alcune parole chiave legano tra loro queste nuove drammaturgie, tutte dense, alla ricerca di tematiche complesse, di risposte non scontante.

Un lutto che incombe, una morte annunciata, una morte che non si è pronti ad accettare. Laddove c’è da spartirsi un’eredità fatta di sogni e speranze disattese, di sospesi e irrisolti. Ce ne parlaQuesto il fulcro dell’operazione di Mariagiulia Colace, con Alessandro Cosentini e Mariasilvia Greco, in Anche i cori russi mi consolano. Ode a un padre militante (menzione speciale per la profondità e la maturità della drammaturgia”). Una sedia e una scrivania scivolano su un palcoscenico nudo, a fatica trascinano i resti di un padre ammalato. Ammalato di vita, poiché il tentativo disperato di vivere e servire a qualcosa sono l’unica patologia che lo accompagna sulla scena. Una vita di battaglie non ancora concluse e il terrore di non aver fatto abbastanza, la paura di non bastare. Il tempo corre e con lui anche i pensieri delle due figlie che, nella loro opposizione, tentano gli estremi per affrontare il lutto imminente e spartirsi un’eredità fatta di ricordi e sospesi, di posizioni da prendere.

“Si vive per imparare a restare morti tanto tempo”, recita il sottotitolo di Pezzi di Rueda Teatro. Qui il lutto già vivo soffoca una scena di legno spoglio, di polverose scatole da riscoprire. Perché si muore una volta sola, e ciò che sopravvive è il tentativo di non sentirsi soli anche nell’assenza, silenziosa, costante.

Pezzi – Foto Simone Galli

Un tentativo di presenza che è, profondamente, tentativo di rinascita. Perché, più che di morte, è di resurrezione che stiamo parlando. Poiché la morte ci appartiene in ogni istante per costringerci allo sforzo di rimanere vivi.
Ce ne parla Assenza sparsa, di Pan Domu Teatro, che ha saputo aggiudicarsi il premio come miglior spettacolo. Una sala di ospedale, non-luogo di eccellenza, uno spazio dimenticato tra quei due mondi della vita e della morte, della gioia e della disperazione. Ma cos’è la non-vita? Nel tentativo di spiegarsi una parola, “coma”, che da sola sa essere tanto difficile, il protagonista, il cui amico è appunto ricoverato, interpella la scienza nella voce dei professori che egli ascolta attentamente; nemmeno lei, la scienza, sa rispondere. Costruire, seminare, ricordare. Tre verbi più belli di disperare. Nella presenza impaziente di Luca Oldani prende corpo la ricerca di un’ironia che sappia riempire l’imbarazzo di chi è ancora del tutto vivo. Oltre i non detti, oltre il troppo presto e il perché, sono fiori quelli che il testimone dell’assenza semina nella corsia dell’ospedale, contro i divieti, contro i modi comuni e le frasi di circostanza.

Commistione dei linguaggi, altro concetto chiave che accomuna i sei lavori e che ha costituito criterio aggiunto per la loro selezione. Dall’inchiesta al monologo, dal dialetto alla poesia, dalla danza al multimediale, la sfida è quella di rendere omogenea, sulla scena, una pluralità di segni significanti. Da qui si pone, inoltre, la problematica che più compagnie hanno sollevato, nei confronti di uno sguardo esterno necessario e, al contempo, difficile da individuare. Qual è la figura più adatta a osservare e analizzare un’opera che così tanto si costruisce su più specificità?

Il tentativo impellente sembra quello di una riconnessione tra il corpo e la parola, tra il corpo e la spazialità, anche sonora, del palcoscenico. Stand still you ever-moving spheres of heaven di Chiara Taviani e Henrique Furtado Vieira (menzione speciale “per la ricerca all’interno di un linguaggio a cavallo tra il fisico e la parola”) porta in scena, ad esempio, un rischioso tentativo di gramelot della lingua anglosassone che, tramite la proiezione e l’unione simbolica delle mani dei due performer, vuole esprimere un nonsense di stampo dadaista riprendendo gli schemi della danza contemporanea.

Assenza sparsa – Foto Claudia Pajewski

Di morte e rinascita di un amore racconta Un po’ di più del duo Covello/Bernabeù, nella commistione tra teatro fisico e teatro d’attore. Due corpi che continuamente si allontanano e si ritrovano, un tavolo in bilico, una vita in bilico. Una piccola finestra aperta sulla vita di una coppia come tante, in un romantico spaccato di gesti più e meno consueti, di corpi in sospeso che si completano.

Molte delle drammaturgie partono dal dato biografico, condividono una forte istanza di realtà, l’urgenza di parlare di cose vere. In gioco è un’identità che possa rafforzarsi nella condivisione di un immaginario di sogni e realismo cosciente dei problemi da risolvere, da risolvere tutti insieme. Non c’è concorrenza, non c’è lotta, ma solo il desiderio di poter arrivare tutti alla meta prestabilita, a un primo, piccolo, umile, traguardo.

Percepiamo il bisogno di schierarsi e trovare la forza per non cedere. Così Aspide, Gomorra in Veneto di Tommaso Fermariello, con Gioia D’Angelo e Martina Testa: un’inchiesta-spettacolo sui tentacoli della camorra, sull’incredibile che prende vita, su “la mafia è solo al sud”. Ribadisce, questo testo, il dovere di prendere partito e il dovere di opporsi, nonostante la paura. Paura, quella non compresa dal codice penale, quella parolaccia che sempre aleggia nelle parole dei giovani drammaturghi.

Intransito diviene il termometro di una generazione che si sveglia, sola, dal sogno di qualcun altro, e che sola deve spiegarsi una realtà complessa e piena di contraddizioni. Perché, sì, gli anni Ottanta sono finiti e non è vero che l’abbiamo sconfitta la morte, non è vero che l’abbiamo sconfitta, la povertà.

Stand Still – Foto Piero Tauro

Tutte le compagnie sottolineano l’esigenza di darsi il tempo giusto per potersi mettere in crisi. Per sbagliare e trovare nuove inattese uscite di sicurezza. Da qui la necessità di tempi lunghi e spazi protetti per la sperimentazione e la ricerca delle proprie possibilità e dei propri limiti, per poter approfondire una conoscenza reciproca, per poter creare nuove connessioni.

In questo senso la rassegna Intransito ha saputo porsi come luogo aperto al confronto. Nei tre giorni di spettacoli sono stati numerosi i momenti nei quali incontrarsi e discutere di problematiche e progettualità. Un contesto competitivo, giustamente, ma in cui ogni gruppo può sentirsi a proprio agio: il comune di Genova, infatti, copre economicamente l’intera permanenza di artisti e operatori permettendo a questa esperienza, altrimenti onerosa, di essere vissuta nella sua qualità di investimento e di vetrina. Oltre alle tre realtà organizzatrici, di cui soprattutto Akropolis e Officine Papage hanno all’attivo numerosi progetti di sostegno e residenza, anche la giuria ha rappresentato in modo omogeneo le realtà produttive e residenziali dell’area nord-ovest. In giuria: Massimo Betti Merlin (Teatro della Caduta, Torino), Stefania Opisso (Teatro Nazionale, Genova), Marina Petrillo (Teatro della Tosse, Genova), Giovanni Zani (Wonderland Festival, Brescia), Cristian Palmi (Teatri d’Imbarco, Firenze).

Spazio per gli errori e la sperimentazione, quindi, questo chiedono i nuovi autori che si affacciano a una dinamica artistica fluida, caratterizzata dalla scrittura di scena e dalla ricercatezza dei temi e delle forme artistiche; il che determina, ancora a questo stadio senza dubbio un’incompiutezza ma, insieme, il buon auspicio per un processo consapevole e in evoluzione. Salta agli occhi la formazione accademica e contaminata degli autori: un’impostazione che con più fatica esce dagli schemi canonici della scena, ma che dà ancora più valore al rischio di avventurarsi in una nuova idea di spettacolo.

La fantasia, del resto, è un posto dove ci piove dentro. Un posto di pezzi da raccogliere e mettere in ordine, lo spazio di un coro che cerchi la propria intonazione, un denominatore comune dei segni sparsi di un’umanità. Il teatro è, ancora, tentativo di crescersi.

Angela Forti

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