Pop, rosa e malinconico, è lo Zoo di vetro di Leonardo Lidi

Dopo il debutto assoluto al LAC di Lugano, Lo zoo di vetro di Tennessee Williams diretto da Leonardo Lidi ha iniziato la tournée nazionale dal Teatro Carcano di Milano. Recensione

Foto Masiar Pasquali

«Il dramma realistico (…) col suo frigorifero vero e i suoi autentici cubetti di ghiaccio, con i suoi personaggi che parlano esattamente come parla il suo pubblico, corrisponde alla pittura accademica di paesaggio e ha lo stesso valore di una riproduzione fotografica. Ormai tutti sanno che la fotografia in arte non ha nessun senso». È Tennessee Williams a indicare –  in accurate note per la regia che non temono di derubricare il naturalismo a dispositivo fallace – la cifra con la quale tradurre sul palcoscenico il suo Zoo di vetro, sgombrando così il campo da qualsiasi istanza che voglia restituire, a partire dalla vicenda della famiglia Wingfield, un documento della Saint Louis degli anni Trenta. Tuttavia, più ancora che nel rifiuto dell’estetica verista, è nell’adesione a un pregnante sentimentalismo che sembra celarsi l’essenza della celebre pièce, e al contempo di tutta la produzione drammaturgica di Williams. L’indugiare emotivo dalle tonalità ora patetiche ora soffuse di tenerezza; la sovraesposizione degli affetti e la loro esplicita, a tratti esplosiva, espressione verbale e scenica; il ricorso a stilemi tipici del mélo che limitino qualsiasi naturalismo a favore dell’illusione: tutti questi elementi trovano una prima, straordinaria manifestazione nell’opera del 1945, per poi declinarsi nelle creazioni successive con esiti sorprendenti. Se Blanche, nel Tram che si chiama desiderio, pronuncerà con sofferta svagatezza la celebre battuta «I don’t want realism, I want magic!», qui – in una sotterranea connessione con la vittima della violenza di Kowalski – è l’ambiguo Tom, straziato da un dolore e un rancore sottaciuti, a farsi latore delle istanze poetiche del suo autore. «Il dramma è sentimentale, non realistico» sono così le parole sulle quali si apre il sipario del Teatro Carcano di Milano: a ripeterle due, tre, quattro volte – come se soltanto la loro iterazione potesse convincere attori e spettatori che quella feroce vita, che là sul palco sta per dipanarsi, non sia altro che finzione – è adesso Tommaso, con un costume da pierrot, il volto dipinto di bianco e rosso, l’espressione mesta di Tindaro Granata.

Foto Masiar Pasquali

È all’ attore e drammaturgo siciliano che Leonardo Lidi – in questa versione dello Zoo prodotta da LuganoInScena/LAC Lugano Arte e Cultura – affida le parole di Tom: e con esse un prismatico ruolo di narratore extradiegetico e attivo personaggio, poeta che delinea la trama e regista che ne dirige la messa in scena, voce del presente e flebile soffio dal passato. Seduto sotto un lampione che, posto sul lato destro del boccascena, illumina debolmente il proscenio e con esso una distesa di trucioli di polistirolo, Granata è l’immagine stessa della malinconia, la plastica resa di un archetipo: quasi un pierrot lunaire costretto a cantare la propria storia non più all’astro celeste ma alla luce artificiale di una strada di città. È su questa strada, innevata ora solo da chips di plastica azzurrognola, che si erge lo scheletro bidimensionale di un’abitazione rosa. Rosa è il telefono a parete, rosa il tavolo, rosa sono le sedie, la cornice vuota di un quadro, una panca: le immaginifiche scene firmate da Nicolas Bovey, autore anche del disegno luci, trasferiscono l’azione da un sobborgo del Missouri a uno spazio onirico e smaccatamente artefatto, cristallizzato in un immaginario infantile, zuccheroso e sottilmente lascivo.

Foto Masiar Pasquali

Nell’ambiente in cui Lidi fa muovere i suoi attori sembra condensarsi il recupero di un’estetica pop in grado di far deflagrare con medesima forza l’innocenza e l’orrore: a metà strada tra i paesaggi di dolciumi creati da Will Cotton e un universo cinematografico à la Tim Burton, il palcoscenico del Carcano è un luogo ambivalente, confinato in un eterno presente bambinesco la cui superficie nasconde traumi, solitudine, paura. Al passato si rivolge invece lo sguardo di Tommaso: magazziniere per tutti e solo per sé stesso poeta e narratore, racconta alcuni giorni trascorsi nella casa di famiglia, con la madre Amanda – logorroica, apprensiva, puerile, abbandonata anni prima dal marito e qui efficacemente resa come una donna in perenne gravidanza – e la sorella Laura, zoppa fin dai primi anni di vita a causa di una malattia, e da allora reclusa in una solitudine abitata soltanto da una collezione di animali in vetro, unico ricordo del padre.

Foto Masiar Pasquali

«Il dramma è memoria» è la seconda indicazione che, d’altra parte, Tommaso fornisce al pubblico, sottolineando infine come la verità sia qui da ricercare al di là della patina dell’illusione: celata dagli sgargianti costumi da clown disegnati da Aurora Damanti, oppure nascosta dal trucco che oscura i volti di Granata, di Mariangela Granelli – interprete della madre, Amanda – e quello di Anahì Traversi nel ruolo di Laura, fragile vittima. Lo zoo di vetro si pone d’altronde come un dispositivo drammaturgico progressivo, che affondando nei ricordi – quelli raccontati da Tom, e poi quelli della giovinezza delle due donne – ne svela a poco a poco la persistenza, le conseguenze, l’impossibilità di sfuggirvi, fosse anche abbandonando la propria città e il palco: e l’opera, in questo senso, si pone come seguito ideale dei convincenti Spettri che Lidi aveva presentato alla Biennale Teatro 2018, in qualità di primo vincitore del bando per registi under 30 indetto da Antonio Latella. Tanto la Norvegia di Ibsen, quanto la Saint Louis di Williams, si pongono come i fondali sui quali tratteggiare un affresco disincantato e amaro, finanche violento, dell’istituzione familiare: ma ciò che, accostando i due lavori, sembra emergere con cristallina evidenza è soprattutto una riconoscibile cifra registica, una poetica che si declina attraverso uno scavo vertiginoso del testo e una sua rizomatica amplificazione, in grado di farne detonare i dettagli e meticciarli con una galassia di suggestioni letterarie, artistiche, musicali. All’intuizione di partenza – per la quale i membri della famiglia Wingfield sono adesso pagliacci feriti, strappati ai quadri dolenti di Picasso, «sbalorditi dalla vita» come Amanda stessa descrive la propria esistenza – Lidi associa una direzione d’attore coerente, che enfatizza dell’ensemble i timbri vocali sognanti, le posture indecise, una prossemica coreografica dagli accenni circensi. Come equilibristi, i tre percorrono traiettorie ortogonali ora goffe ora nervose, contemplano in un silenzio assorto gli scambi dialogici altrui, si cimentano in sfide verbali simili a giochi linguistici.

Foto Masiar Pasquali

È così una sequenza di ripetizioni e sovrapposizioni, di voci che si affastellano e rincorrono come in un calembour, lo scontro che contrappone l’Amanda di Granelli – eccezionale nel ventaglio di coloriture, di sussurri e scoppi, di toni elegiaci o rabbiosi che la sua voce squaderna – al Tommaso di Granata, che delinea un ritratto per sottrazione di un uomo sconfitto dalle proprie angosce, schiacciato dallo squallore e tuttavia capace di osservare, con sempiterna partecipazione, lo sfacelo di un mondo. Lidi aggiunge qui la presenza di un quarto clown: muto e immobile, posto sul limite del proscenio opposto al lampione, Mariano Pirrello è il fantasma del padre assente, il piano d’ascolto al quale le donne rivolgono commossi rimpianti, la traccia mnestica delle chimere di un tempo. Ma è al suo stesso volto, ora struccato, e al suo corpo non più vestito da pagliaccio, che il regista affida il ruolo di Jim O’Connor: l’unico uomo ad abitare un circo di artisti falliti, al contempo colui che potrebbe salvare Laura da una clausura di cristallo, e il collega che forse Tom ama in un frustrante silenzio. Quasi per contrasto, la sua recitazione è sorniona, diretta e priva di sfumature trasognate, ma ciò nonostante evasiva come la sua figura; a lungo nascosto da una scatola di cartone che ne oscura il volto e le intenzioni, frantumerà come vetro l’anima e il corpo di Laura, una Traversi attonita dal dolore, eloquente nei suoi silenzi, nei ritmi piani del parlato.

In una sorprendente accumulazione di soluzioni – che, lungi dal costituire un limite dello spettacolo, sembrano tuttavia indicare una declinazione del “teatro di regia” potenzialmente rischiosa di tramutarsi in stilema, in pirotecnico esercizio di stile – Lidi separa le due parti del dramma con una breve sequenza cinematografica, proiettata sulle mura della casa: uno spezzone di Topolino e gli spettri, film d’animazione del 1929 che riflette con ironia sia il linguaggio giocoso con il quale questo Zoo restituisce la tragica parabola di vita dei Wingfield, sia l’intima lotta tra i personaggi e i ricordi che infestano questa haunted house dai colori pastello. Ma è soprattutto nelle interpolazioni musicali che frammentano la drammaturgia e virano improvvisamente una partitura sofisticata verso accordi ben più commerciali, che Lidi sembra far dilagare l’esercizio stesso della memoria – personale e pubblica, collettiva e solitaria – verso la platea: così, da Gente di mare di Umberto Tozzi e Raf, che interrompeva il dettato ibseniano in Spettri, è adesso Quella carezza della sera dei New Trolls a stravolgere il testo, a pervaderlo di una nostalgia riconoscibile, condivisibile proprio perché nazionalpopolare. Ci scopriamo a ricordare le avventure che avremmo voluto interpretare, quelle che siamo stati costretti ad affrontare: ci specchiamo nel trucco slavato di Tommaso, e in quella quieta rassegnazione di fronte alla “speranza che sentivamo nascere in noi”.

Alessandro Iachino

Teatro Carcano, Milano – novembre 2019

LO ZOO DI VETRO
di Tennessee Williams
addattamento e regia Leonardo Lidi
dalla traduzione di Gerardo Guerrieri
design luci Sébastien Lefèvre
con (in ordine alfabetico) Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Mario Pirrello, Anahì Traversi
scene e light design Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
sound design
Dario Felli
assistente alla regia Alessandro Businaro
foto LAC / Masiar Pasquali

sponsor di produzione e coproduzione Clinica Luganese Moncucco
produzione LuganoInScena/LAC Lugano Arte e Cultura
in coproduzione con Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano, TPE – Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con Centro Teatrale Santacristina

Lo zoo di vetro viene presentato per gentile concessione della University of the South, Sewanee, Tennessee

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