Intervista a Radio Ghetto. Archivi viventi di resistenze

Una riflessione insieme al Collettivo Radio Ghetto sulle origini, i processi e le evoluzioni dello spettacolo Radio Ghetto_voci libere, nato a partire dalla loro esperienza di comunicazione partecipata all’interno di alcuni ghetti abitati da braccianti, andato in scena alle Carrozzerie N.O.T.

Foto Ginevra Sammartino

«Ogni spettacolo richiede una ricerca e visto che noi non nasciamo come gruppo teatrale  abbiamo pensato che fosse necessario far partire l’indagine da noi stessi, da cosa ci avesse spinto ad andare nei ghetti, cosa ci spingeva a tornare ogni volta; solo poi abbiamo capito quali storie volevamo raccontare e come». Il Collettivo Radio Ghetto non fa teatro, o meglio non lo aveva fatto fino ad ora. Il gruppo aperto, a partire dal 2012, è inizialmente connotato da una fortissima istanza politica legata alla rete Campagne in Lotta; soprattutto durante i più popolati mesi estivi, alcuni volontari – provenienti da tutta Italia e non solo – si danno il cambio per recarsi dentro alcuni ghetti abitati da braccianti africani nella provincia di Foggia (il primo è stato a Rignano Garganico, poi, dopo lo sgombero di questo, a Borgo Mezzanone, al confine di un CARA in una pista di atterraggio abbandonata, tra container e baracche costruite con materiali d’occasione). Lì portano la radio, un mixer, dei microfoni, organizzano programmi per e assieme agli abitanti nell’ottica di una «radio aperta, comunitaria, di cui non eravamo noi i conduttori, al massimo eravamo facilitatori di qualche passaggio».

Le lingue sentite sono tantissime, si lasciavano a disposizione i microfoni, a volte ospitando assieme molte persone, in un melting pot di lingue le cui barriere però venivano abbattute perché ciascuno era mediatore di qualcun altro. Lì «raccontavamo storie, trasmettevamo le ultime notizie dal ghetto, giocavamo a dama, mandavamo musica; poi provavamo a capire come fronteggiare le situazioni lavorative finendo anche per divenire un supporto legale, sebbene non fosse questa la prima istanza». Si portano i registratori fuori, si ascoltano i suoni dei camion in partenza per i campi, si sta assieme davanti al fuoco ad ascoltare storie eccezionali e quotidiane». Non sono lì come giornalisti, né come consulenti, sebbene le loro formazioni passino anche dall’antropologia e dalla giurisprudenza. Si vive – fosse anche per un periodo isolato – come loro.

Foto Ginevra Sammartino

«Si faceva tutto e niente». Si crea però un archivio di storie, un archivio che cresce esponenzialmente, anche quando, dopo programmi più lunghi, decidono di creare un format più incisivo e contenuto, un ABCGhetto in grado di parlare di temi diversi, raccolti negli anni dai volontari e poi isolati in trasmissioni lampo di pochi minuti ciascuna. B di Bracciante, O come Oracolo, P di Pomodoro e così via. Cosa farne di questa testimonianza, come darle voce, come non disperderla, dimenticata nelle memorie del singolo, come renderla archivio vivente? Un audio-documentario rappresenta una possibilità, ma il codice d’utilizzo era troppo simile alla sua fonte, troppo poco mediata la forma.

Il teatro arriva in questo punto, quando la vita vuole continuare a vivere in altra forma. Una parte del gruppo, concentrata a Roma, ha l’idea: facciamone uno spettacolo; nasce così Radio Ghetto_voci libere. Prende il via una residenza al Nuovo Cinema Palazzo, poi un’altra al Teatro Studio Uno, che diventa la sede del debutto, cui segue mesi dopo, anche quello recente alle Carrozzerie N.O.T. I tempi sono sempre lunghissimi, chiedono aiuto agli altri volontari, «isoliamo i temi, creiamo dei capitoli»; passano mesi a cercarli e a isolarli. Escono fuori tre possibili questioni: l’economia informale, la notte e l’amore, il lavoro. Parlano tanto, ascoltano tantissimo, iniziano a vedere di nuovo quelle immagini, una volta sulla carta,  poi provano a darne voce loro stessi, ma non funziona, perché «quello che prima era solo autobiografia, sulla scena diventa altro da te, non è il segno di tutto quello che avresti dovuto dire, ma qualcos’altro».

Foto Ginevra Sammartino

Entra nel progetto un’attrice, Francesca Farcomeni. Esterna, dei ghetti non ne aveva sentito parlare, Francesca, che ha i capelli rossissimi, raccolti durante lo spettacolo in una crocchia che sembra quasi un pomodoro. Francesca, che diventa lo specchio che permette di definire il progetto. Francesca, che non ci era mai stata e che aveva timore che le loro posizioni fossero troppo nette rispetto ai suoi dubbi, rispetto al fatto che «io in quel luogo non ci sarei mai voluta andare», come dice a un certo punto nello spettacolo.

Come vuole raccontare quelle storie il Collettivo? «Il nostro intento era non mostrare direttamente il ghetto, l’immagine che volevamo emergesse non poteva passare attraverso le fotografie o i pochissimi video che ci sono. La fotografia è scabrosa, non avete idea quanto sia odiata là dentro». Le foto le fanno i giornalisti, che spettacolarizzano per un attimo e poi se ne dimenticano o peggio, strumentalizzano. Radio Ghetto si rifiuta di far vedere direttamente. Allora avviene «il primo reading in cui lei leggeva la storia e interagiva con le tracce audio. Lei era ancora una voce, una bella voce che provava a raccontare una storia che noi volevamo raccontare e questo è stato il valore ma anche il limite di quella prima esperienza perché poi rimaneva un po’ un fiato sospeso. Chi era lei? E perché noi eravamo andati lì?».

Foto Ginevra Sammartino

Diventa necessario spostare l’asse, capovolgere la domanda «perché doveva essere lei a raccontare questa storia, perché non noi». «Bisogna essere più sinceri – raccontano – e ciò che stavamo facendo era far raccontare quel posto e quelle storie che avevamo scelto noi attraverso una persona che lì non ci era mai stata. Così quella presenza in scena è davvero lei, non una finzione teatrale; è Francesca alla quale stiamo chiedendo di raccontare qualcosa che non conosce». Allora quella distanza dall’oggetto narrato, quella frustrazione, lo sforzo e la fatica necessarie a comprendere quel luogo, restituito attraverso quella pulizia della voce, sussurrata ai microfoni in scena fin dentro le cuffie date agli spettatori, diventa dunque dichiarazione di vicinanza, condivisione di un punto di vista che passa attraverso una tripla testimonianza; dal ghetto alla radio, a Francesca, al pubblico.

Foto Ginevra Sammartino

Come si lavora per rendere la complessità di un luogo come questo? Come si raggiunge la giusta sobrietà che non sia glaciale oggettivazione né retorica buonista? «Abbiamo dovuto sicuramente smorzare l’effetto “paese dei balocchi”, che rischia di emergere soprattutto nella prima parte, dedicata all’economia informale. Da fuori potrebbero sembrare delle esperienze divertenti, forti, in parte lo sono, certo, ma bisogna ricordarsi di essere coraggiosi. Sostanzialmente, si tratta di riuscire a stare nel mezzo tra il tratto epico e quello tragico, senza scivolare esclusivamente su una di queste due qualità che caratterizzano il ghetto». Poi, dal punto di vista scenico si chiedono: «Come facciamo a far attraversare tutti questi luoghi allo spettatore?». Nella loro drammaturgia si parte sempre da un episodio realmente accaduto, come la rincorsa della pecora da parte di Sidibé che attraversa tutto il primo capitolo, oppure il riunirsi delle donne attorno al fuoco notturno e giocare a raccontarsi delle storie per il secondo capitolo, o le partenze per i campi alle tre del mattino nel terzo. Del primo ricordano sul serio di aver partecipato alla folle rincorsa della pecora, che attraversò il ghetto e che poi fu ammazzata, e che divenne il pretesto per raccontare dei ristoranti, delle baracche metà coperte da bandiere di Alleanza Nazionale e metà da ritratti di Bob Marley (che come da battuta, sono arredati per metà da quello che ti piace e metà da quello che trovi dentro la spazzatura). Il secondo, soprattutto, «è stato un po’ un escamotage per parlare della presenza femminile dentro al ghetto, che posizione ha, quali le libertà, quali le costrizioni. Per esempio, abbiamo scelto di non parlare della prostituzione perché non avevamo avuto esperienza diretta, non le avevamo conosciute». Mentre il terzo si porta dietro la questione etica e politica legata allo sfruttamento delle multinazionali, i problemi con i caporalati, i rischi giornalmente corsi dai braccianti stipati dentro ai camion. L’urgenza fa mutare l’approccio: le voci arrivano dopo, era necessario porre innanzitutto un segno grafico, dei dati, partire prima dalle immagini più schiette e poi alle loro storie; una distanza necessaria per evitare l’eccessiva empatia, ma nello stesso tempo, una doverosa richiesta di ascolto.

Essere presenti, provare ad entrarci anche se non ci si è mai stati. Al ghetto, in radio, grazie al teatro.

Questo articolo è nato da due conversazioni, la prima in forma privata, dopo il debutto al Teatro Studio Uno, con tutto il Collettivo Radio Ghetto, la seconda, subito dopo lo spettacolo a Carrozzerie N.O.T. con Luca Lòtano, Francesca Farcomeni Jak Spittle,  Raffaele Urselli.

Viviana Raciti

RADIO GHETTO _ voci libere
di Collettivo Radio Ghetto
drammaturgia collettiva Collettivo Radio Ghetto
con Francesca Farcomeni
luci Raffaella Vitiello
regia Luca Lòtano
regia audio Jak Spittle
allestimento Raffaele Urselli
montaggi audio Marco Stefanelli e Jak Spittle
allestimento audio Matteo Portelli
grafiche e video Marianna Castellari
foto di scena Ginevra Sammartino
co-produzione Teatro Studio Uno 2019
con il supporto di Nuovo Cinema Palazzo residenza artistica Contrabbando 2018
con il supporto di Mono srls
spettacolo in cuffia

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