19 luglio 1985. Alle ore 12:22, una tragedia alpina

Ha debuttato al Teatro Sociale di Trento 19 luglio 1985. Una tragedia alpina, creazione di OHT | Office for a Human Theatre dedicata al disastro della Val di Stava. Recensione

© MoniQue foto – Monica Condini

È a una «valle di montagna solitaria» che Nietzsche paragonava «la forma del teatro greco», nella quale «l’architettura della scena pare come una splendente immagine di nuvole, che le baccanti sciamanti per la montagna scorgono dall’alto». In 19 luglio 1985, la creazione che OHT | Office for a Human Theatre ha presentato in prima nazionale nei sontuosi spazi del Teatro Sociale di Trento – come evento inaugurale sia della stagione dedicata alla prosa, sia alle nuove tendenze delle arti performative – la celebre espressione tratta dalla Nascita della tragedia appare proiettata sul velatino posto all’altezza del proscenio, e tuttavia sembra costituire ben più di un esergo. Nelle plurime intersezioni concettuali tra tragedia e montagna, tra arte e biologia, il lavoro firmato da Filippo Andreatta, prodotto da OHT con Romaeuropa Festival e Centro Santa Chiara Trento,trova infatti una propria, preziosa collocazione, esplicitamente dichiarata dal sottotitolo Una tragedia alpina. A costituire l’architettura dello spettacolo è così la traslazione di un genere codificato verso un habitat e una temperatura formale atipici, non immediatamente riconducibili – se non nella limpida similitudine nietzschiana – al magistero di Eschilo, Sofocle ed Euripide: ma oggi come allora, è per un atto di colpevole hybris, di drammatica tracotanza, che una scia di sangue macchia in modo indelebile un palcoscenico e una città.

Sono le ore 12:22 di un’anonima giornata estiva di più di trent’anni fa quando due bacini di decantazione di fanghi minerari, posti sulle pendici del monte Prestavel, nel Trentino orientale, subiscono un cedimento strutturale, determinando un’inondazione di circa centottantamila metri cubi di detriti e liquami che investe e annienta in pochi minuti il sottostante abitato di Stava. Il successivo bilancio registrò 268 vittime, decine delle quali mai riconosciute, e l’annientamento di un ecosistema che – sorrettosi da secoli grazie all’instabile e ciò nonostante pregevole equilibrio tra natura e azione dell’uomo – apparve poi irrimediabilmente compromesso dalla selvaggia speculazione economica, da quel capitalismo industriale indifferente agli ambienti e ai destini nei quali trova la propria realizzazione. Il disastro della Val di Stava, tra i più gravi incidenti minerari mai occorsi, costituisce così l’evento che Andreatta e Marco Bernardi, autore della drammaturgia, pongono al centro dell’attenzione, in un’operazione di recupero di una memoria fragile che non può non ricordare alcuni prestigiosi capitoli del teatro di narrazione italiano, primo tra tutti Il racconto del Vajont di Marco Paolini e Gabriele Vacis; e tuttavia la cifra identitaria del collettivo OHT piega il materiale storico originario a forme evanescenti, finanche astratte, che se da un lato riverberano gli stilemi tragici, dall’altro fanno proprie le suggestioni del teatro musicale e di una ricerca visiva di ascendenza castellucciana. Della tragedia, innanzitutto, 19 luglio 1985 eredita la struttura: un prologo, una parodo, una successione di episodi, affidati non più all’interazione tra gli attori ma al dialogo tra l’elemento sonoro e musicale, il coro affidato all’Ensemble Vocale Continuum, e un piano visivo sofisticato. Quest’ultimo è composto da una pluralità di segni – il testo e le fotografie d’epoca proiettate sul tessuto, i pochi elementi scenografici, le luci – tale da costituire una vera e propria “partitura di immagini”. Di straordinaria potenza, in questo senso, è proprio l’istantanea sulla quale si apre, in un silenzio pressoché assoluto, il sipario del Teatro Sociale: un gigantesco abete sospeso nel vuoto di uno spazio di lattiginoso candore, che per lunghi minuti ruota lentamente su sé stesso, mentre le musiche curate da Davide Tomat meticciano progressivamente suoni e rumori naturali – lo scorrere dell’acqua, vaghi canti di uccelli – a tracce sinfoniche artificiali. Fino alla caduta, alla frana, allo schianto.

È qui, nella giustapposizione di elementi ascrivibili alla creatività umana ad altri a essi estranei, che 19 luglio 1985 sembra porre il proprio fulcro poetico, in un atto che riflette sul piano estetico la specificità del paesaggio alpino e della sua progressiva antropizzazione. Appare in questo senso evidente la contiguità della nuova opera di Andreatta con la precedente, Curon/Graun, con la quale sembra costituire un dittico dedicato alle apocalissi –  meramente paesaggistiche nel caso del noto borgo sommerso dal lago di Resia, umane e ambientali nel caso della Val di Stava – causate dalla tecnicizzazione imposta agli scenari alpini. Se però in prima istanza lo spettacolo del 2018 sembrava indagare «la dimensione soggettiva dello sguardo» – come evidenziato da Francesca Serrazanetti nel suo articolo apparso su Stratagemmi – qui è soprattutto la componente uditiva a essere primario veicolo di significazioni. Annunciato fin dai rispettivi titoli degli spettacoli, lo spostamento da un piano spaziale-geografico a uno cronologico – il paese di Curon Venosta nel primo e l’istante di tempo rappresentato da una data nel secondo – trasferisce il focus dall’esperienza percettiva della visione a quella ritmica e sonora. Ciò che però, con eccezionale intuito, 19 luglio 1985 compie, è affidare anche a segni grafici e soluzioni sceniche la traduzione di questa dimensione uditiva. Alla proiezione del testo scritto da Andreatta, che ripercorre le vicende della miniera di Prestavel e dello spietato sfruttamento che il gruppo Montecatini prima e Montedison poi fecero dei giacimenti di galena argentifera, subentra così, nella seconda sezione dello spettacolo, la visione del sismogramma di Cavalese, impresso su un telo fatto calare dall’alto, dal cielo, là dove la catastrofe avrebbe avuto origine. Quella sequenze di linee, di righe nervose che un ago impresse mentre il fango cancellava esistenze ed edifici, è traccia leggibile della terribile sequenza temporale di secondi e minuti impiegata dalla colata di fango per travolgere Stava, raggiungere Tesero, collidere con il ponte sulla strada statale e infine dilagare, con il suo carico di corpi, nella valle dell’Avisio. Tempo reso segno visivo, tempo esperito attraverso lo sguardo e mutato in sindone, in unica reliquia di 268 anime annichilite dalla furia di fango, il sismogramma – così come l’abete, o le foto della cittadina stampate su teli e sospese nel vuoto soltanto per brevi istanti – crollerà sotto il peso dell’ignavia, dell’imperizia, dell’imprudenza.

In un significativo scarto rispetto a Curon/Graun, tuttavia, 19 luglio 1985 non annulla la presenza umana, ma la affida a un coro, che «fin dalla tragedia greca» – come sottolineato da Andreatta nelle note di regia – «corrisponde a una dichiarazione di guerra al naturalismo in arte». L’irrappresentabilità di questa tragedia alpina, di conseguenza, trova naturale esito nel rifiuto di qualsiasi attore, di qualsiasi drammaturgia canonicamente interpretabile, e nella scelta di affidare a un gruppo di coristi il compito di restituire un male altrimenti ineffabile. I tre interventi corali spaziano da ‘Ndormenzete popin, ninna nanna di montagna armonizzata da Arturo Benedetti Michelangeli e qui interpretata fuori scena, a Again – after ecclesiastes di David Lang e infine a Lux Aeterna di György Ligeti, entrambi eseguiti dall’Ensemble Vocale Continuum nello spazio scenico dominato dalla carcassa dell’abete. Monumento organico della tragedia, proprio l’abete costituisce l’inconsapevole protagonista di una sequenza di commovente efficacia, che fa deflagrare per contrasto l’asciutto rigore dello spettacolo: è sull’albero che vengono deposti i teli fotografici, lenzuola intessute di memorie e adesso necessari a proteggere la dignità di un paese e dei suoi abitanti.

E tuttavia, in una filologica riproposizione dell’essenza profonda della tragedia attica, Andreatta affida anche a 19 luglio 1985 il compito di una possibile, seppur tardiva, risoluzione. Nelle aule giudiziarie, il disastro della val di Stava ebbe l’esito inaccettabile della sospensione della pena detentiva per tutti gli imputati, quasi a sancirne l’impossibilità di traduzione nel linguaggio tragico, e nel suo coessenziale percorso dalla colpa alla catarsi. Eppure qui, al Teatro Sociale di Trento, mentre le scritte scorrono sul tessuto e ricordano l’introduzione nel 2015 di quel reato di disastro ambientale in grado di colmare una ventennale carenza giurisprudenziale, una comunità è sembrata specchiarsi nelle voci dell’Ensemble Vocale Continuum e nei gesti con i quali il maestro Luigi Azzolini rendeva plastiche le sette battute di silenzio che chiudono il brano di Ligeti, così da comprovare la tesi nietzschiana per la quale «il pubblico della tragedia attica nel coro dell’orchestra ritrovava sé stesso, e in fondo non c’era nessun contrasto tra pubblico e coro». Eccoci defluire dalla sala, in una riconciliazione collettiva, politica, squisitamente teatrale, che nel dolore ha trovato, questa volta, una salvifica strada da tracciare e inondare.

Alessandro Iachino

Teatro Sociale di Trento – novembre 2019

19 LUGLIO 1985
una tragedia alpina

spettacolo di OHT | Office for a Human Theatre

Lux Aeterna di György Sándor Ligeti
Again – after ecclesiastes di David Lang
ndormenzete popin canto di montagna
coro Ensemble Vocale Continuum
maestro del coro Luigi Azzolini

regia, scena e testo Filippo Andreatta
drammaturgia Marco Bernardi
corifeo, musiche e suono Davide Tomat
scenografia e costruzione Alberto Favretto
luci William Trentini
responsabile palcoscenico Viviana Rella
best-girl Letizia Paternieri
assistente regista Veronica Franchi
video Armin Ferrari
produzione e amministrazione Laura Marinelli
promozione e distribuzione Laura Artoni
esperto giardiniere Cleto Matteotti
tecnico del suono Claudio Tortorici
sviluppo elettronico e automazioni Enrico Wiltch
animale guida il Cervo

produzione OHT
co-produzione Romaeuropa Festival, Centro Santa Chiara Trento
residenza artistica Centrale Fies art work space
con il contributo di Fondazione Caritro, Provincia Autonoma di Trento
con il patrocinio della Fondazione Stava 1985

grazie a Bruno Ballardini, Michele Longo, Matthias Losek, Susanna Sara Mandice, Sandro Piovesana, Virginia Sommadossi, Chiara Zanoni e il boscaiolo

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