Paolini, Niccolini, Vacis. Dentro al mito, nel tempo degli dei

Marco Paolini, ancora con la scrittura di Francesco Niccolini, porta in scena Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse. Visto al Teatro Storchi di Modena. Recensione.

Nemmeno Ulisse sarà in grado di redimerli e comprenderli e in questo sarà segnata la sua maledizione. I mostri non muoiono, scriveva Cesare Pavese, “quello che muore è la paura che t’incutono”. E ad ogni titano è destinato a seguirne un altro, mortale o immortale che sia. 

Foto Gianluca Moretto

Cos’è oggi Dio, se non la potenza super umana del denaro, l’uomo che con le proprie mani è in grado di costruirsi uno status e di elevarsi a potenza superiore sugli altri uomini? È facile invertire i ruoli: se il capitale è il dio dell’uomo moderno, si fa presto a fare dell’uomo capitalista il dio di sé stesso e degli altri, laddove il potere economico di pochi davvero condiziona e gestisce il vivere degli altri.

Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse di Marco Paolini e Francesco Niccolini si propone come riflessione sulla divinità contemporanea, dove il dio, lungi da essere ente perfetto e intoccabile, torna a essere, come la divinità greca, ciò che è umano all’ennesima potenza. E che può permettersi il lusso dei propri capricci. La rilettura che Paolini dà di Ulisse nasce da una riflessione di molti anni, si coniuga nella grammatica tipica dell’autore, con declinazioni ora pop ora più volgari, nella poeticità della concretezza linguistica. Un lessico alla mano, il ritmo serrato, la sintassi defraudata e scattante nella successione di pensieri pensati, riletti, rigurgitati. Ciò che resta di Ulisse è il suo calzolaio, la memoria di un viaggio troppo vecchio per essere ricordato davvero. Sono frammenti di incontri, di sguardi, di discorsi, nella memoria di chi ha già smesso di pensare. Ulisse non pensa più, ripete la sua storia. E solo mentre ripete vediamo noi, da fuori, l’assurdità di quel racconto tanto sentito, i suoi errori, ora lampanti. “Hai sbagliato”, solo questo dice Penelope, lei che dalla finestra della propria stanza ha compreso tutto ciò che l’uomo dall’intelligenza mirabile non ha potuto comprendere nemmeno ai confini del mondo.

Foto Gianluca Moretto

La scena del Teatro Storchi di Modena è affollata, asimmetrica: quattro grandi pannelli metallici pendono alle spalle del piccolo palco dedicato alla band. Sul fronte Ulisse cammina portando un remo, arranca legato all’elastico che Telemaco, Elia Topognani, tiene saldamente. L’uomo arranca e pensa ad alta voce e impreca quando Hermes, nella figura dissimulatrice del pastore, interviene a fermarlo con le parole che sanciscono la fine della maledizione. E lo costringe a raccontare, ancora una volta, il racconto che Ulisse non vuole pronunciare più, le immagini che a forza di cercare parole hanno perso la propria potenza, hanno smesso di essere epiche. Non c’è nulla di eroico, nelle stragi che adesso Ulisse racconta come anziano sopravvissuto, le azioni di cui solo ora può vedere i limiti e le colpe. Quella della salita è una scena distesa, lunga: vediamo quell’elastico tendersi sempre più verso il nulla, a tagliare lo spazio del palco, il peso di quel remo che si fa flotta e navi e dolore di una vita. Il testo già si scioglie nella sua apparente semplicità. Le parole sono riconoscibili, vicine; gli accenni alla versione contemporanea del personaggio si fanno chiave ironica di accesso. Perderemo molto presto l’incanto di questo tempo.

Foto Gianluca Moretto

La regia di Gabriele Vacis preferisce, infatti, un crescendo ritmico per accumulazione, con poche e ammiccanti decorazioni. Aumentano i personaggi. “Paolini non sarà più solo”, recita il volantino, ma non immaginiamo che a impersonare i personaggi siano gli stessi musicisti. La componente musicale – per quanto eccellente nelle musiche originali di Lorenzo Monguzzi – tende piano piano a divorare la dinamica scenica, rendendo difficile la comprensione nei momenti salienti del racconto. I vari personaggi dell’epopea si impossessano di tanto in tanto dei componenti della band: Febio diviene cantautore scanzonato con cadenza dialettale ingiustificatamente lombarda nei panni dello stesso Monguzzi, Hermes è re dei social nel giovanissimo Vittorio Cerroni, i personaggi femminili spettano tutti a Saba Anglana, cantante incredibile ma avvilita da una versione pop-televisiva delle due maghe Calipso e Circe. La bassista Elisabetta Bosio, in pelle nera, interviene con poche e stentate battute nel ruolo di Atena. Troppo. Troppo movimento per animare una scena troppo complessa. I quattro pannelli di metallo hanno un unico ruolo percussivo, a richiamare i suoni della tempesta. Gli attori sono in continuo movimento, salgono e scendono dal piccolo palco. Troppi i segni che si accalcano su un testo già pregno, che distraggono e rendono difficile l’interpretazione di ruoli e vicende tanto visti quanto sempre e comunque nuovi, sconosciuti.

Foto Gianluca Moretto

Non si discutono tanto le effettive capacità attoriali dei componenti. Ciò che non convince è la spartizione del testo tra tante voci e tanti contrasti. Ridurre la qualità scenica dell’attore non basta per mettere a tacere l’autorialità che sapientemente intesse le righe di un testo altrimenti anonimo. E così, mentre dall’alto periodicamente cala un telo bianco – schermo di proiezione per le onde del mare, specchio, muro che divide -, anche il testo precipita, e perde lo specifico di una sintassi rotta, di un ritmo incalzante e volontariamente nudo, spogliato di ogni poesia: esso manca di un corpo. Il corpo di una bestia prettamente scenica, non prestata, non improvvisata. Di un corpo a cui quel linguaggio appartenga. Così come Paolini ammette di non poter essere Ulisse, e ne diviene il calzolaio, così queste parole finiscono per trovarsi orfane e si palesa di fronte a noi la distanza tra autore e attore, tra padre e interprete.

I ruoli si confondono. I proci cadono sul palcoscenico vestiti di coperte termiche scintillanti, forse in memoria di coloro che, dispersi nel mare dell’odio e dell’insofferenza, continueranno a non vedere le mura di Itaca. È vero, essi insediano la casa del presunto defunto re, ne insediano la moglie, ma essi sono pur sempre giovani figli di grandi re lontani. Le loro ancelle sono pur sempre giovani donne dal destino segnato anzi tempo. Nemmeno Ulisse sarà in grado di redimerli e comprenderli e in questo sarà segnata la sua maledizione. I mostri non muoiono, scriveva Cesare Pavese, “quello che muore è la paura che t’incutono”. E ad ogni titano è destinato a seguirne un altro, mortale o immortale che sia.

Foto Gianluca Moretto

Si intravede una rilettura antieroica, là dove stanno i limiti dell’intelligenza, nel ruolo ambiguo dell’uomo che condanna gli dei e che stermina i proci, tutti e 108, senza battere ciglio e senza sentire ragioni di sorta. Non è una questione di intelligenza, ma di umanità – e, al massimo, di disumanità. Quell’umanità che al fine è rivendicata, ma che continuamente è smentita dai fatti e azioni dell’uomo che, forte del favore mutevole e capriccioso di alcune divinità, tenta di opporsi e di ingannare la volontà di altre.

Ulisse condanna gli dei. Con rabbia, con la consapevolezza di chi ha sprecato una vita rincorrendo le proprie ambizioni, di chi invoca la rivoluzione ma cede al favore cambiato del grande monte. Ulisse sale, trascina con sé un remo in dono, un cuore pieno ancora di rancore, la promessa della vendetta. Sono gli dei a fermarlo nel proprio cammino, a dissuaderlo dalla propria piccola personale rivoluzione, a lusingarlo con la promessa dell’immortalità. Ulisse non cede, è vero, ma rinuncia. Rinuncia pensando che forse ci sia ancora qualcosa da perdere, ai piedi di quel monte, tra le mura di casa. Ciò che rimane è l’amarezza di un requiem per tutte le rivoluzioni mancate. Non sapremo mai se ne valga la pena, o se la maledizione sia davvero destinata a non avere fine.

Angela Forti

Teatro Storchi, Modena, ottobre 2019

NEL TEMPO DEGLI DEI
Il calzolaio di Ulisse
di Marco Paolini e Francesco Niccolini​
regia Gabriele Vacis
con Marco Paolini
e con Saba Anglana, Elisabetta Bosio, Vittorio Cerroni, Lorenzo Monguzzi, Elia Tapognani
musiche originali di Lorenzo Monguzzi con il contributo di Saba Anglana e Fabio Barovero
scenofonia, luminismi, stile Roberto Tarasco
aiuto regia Silvia Busato
luci Michele Mescalchin
fonica Piero Chinello
direzione tecnica Marco Busetto
prodotto da Michela Signori
produzione Jolefilm e Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Hanno collaborato alla produzione Estate Teatrale Veronese e Teatro Stabile di Bolzano

Grazie a
Silvia Panichi, Donatella Puliga, Giorgio Testa
Corte Ospitale

PROSSIME DATE TOURNÉE

19 Ottobre 2019 Saronno, Teatro Giuditta Pasta

24-27 ottobre 2019, Teatro Goldoni, Venezia

29 ottobre – 3 novembre 2019 Genova, Teatro della Corte

7 – 10 novembre 2019, Bolzano, Teatro Comunale

13-17 novembre Padova 2019, Teatro Verdi

22-24 novembre Treviso 2019, Teatro Comunale Mario del Monaco

27 novembre – 1 dicembre 2019, Trieste, Il Rossetti

17,18 gennaio, Torino, Teatro Colosseo

24 gennaio 2020, Legnano, Cinema Teatro Galleria

25 gennio 2020, Bergamo, Creberg Teatro

28, 29 gennaio 2020, Correggio, Teatro Asioli

30 gennaio 2020, Livorno, Teatro Goldoni

31 gennaio , 1 febbraio 2020, Firenze, Teatro Puccini

2 Febbraio, Follonica, Teatro Fonderia Leopolda

4 febbraio, Rovigo, Teatro Sociale

6-9 febbrio 2020, Bologna Teatro Arena del Sole

10 febbraio, Forlì, Teatro Diego Fabbri

12 febbraio 2020, Udine, Teatro Nuovo Giovanni da Udine

22 febbraio 2020, Brescia, Gran Teatro Morato

 

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