Teatrosofia #96. Abisso con spettatore. Orrore e piacere in Lucrezio

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – collaboratore di ricerca post-doc e cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO. Nell’antichità l’arte teatrale quanto era vicina alla retorica? A NOVANTA numeri di distanza, ritorniamo sulla recitazione secondo il sofista TRASIMACO e  nel #96 indaghiamo l’orrore e il piacere della visione all’interno del De rerum natura di Lucrezio.

William Turner, Nave di schiavi, 1840, olio su tela, cm 91 x 122. Boston, Museum of Fine Arts

Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre,
portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c’è di
vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda?
Sei sciocco (Bulgakov, Il maestro e Margherita)

Il libro II del poema De rerum natura di Lucrezio si apre con un’immagine a cui Hans Blumenberg ha dedicato la sua snella ma fondamentale monografia Schiffbruch mit Zuschauer del 1979. Si tratta dello spaccato del “naufragio con spettatore”. Lucrezio descrive la dolcezza che un osservatore ricava col guardare dalla riva una nave sul punto di naufragare, o col vedere dal promontorio una battaglia in corso. Questo piacere non è tuttavia ricavato dalla contemplazione in sé degli affanni di chi rischia la vita in mare o in guerra. Esso deriva dal constatare di essere al sicuro da simili pericoli e di non essere animato dai vuoti desideri che spingono a salpare / guerreggiare. Sia navigatori che soldati fanno quel che fanno per accumulare ricchezza e potere, ossia ciò che un Epicureo come Lucrezio sa essere un falso bene. Se questi esseri umani si fossero accorti che ciò che conta davvero è avere il corpo senza dolori e l’anima priva di affanni, non sarebbero mai andati in mare e in guerra. Come Lucrezio, anch’essi sarebbero rimasti sulla riva e sul promontorio, pensando che troppa ricchezza non toglie più velocemente la febbre, o che la ricerca del potere rende più ansiosi e lontani dalla tranquillità di una vita semplice, ritirata, senza vane ambizioni.

La metafora del “naufragio con spettatore” non è direttamente paragonata a uno spettacolo di teatro. L’idea che tale sottotesto sia implicito trova però conferma, anzitutto, da un parallelo con il paragone che l’epicureo Torquato svolge nel libro I del Sui confini dei beni e dei mali di Cicerone. Il saggio è colui che, come uno spettatore a teatro, guarda da lontano sia la morte che il dolore e che è pronto ad andarsene dalla vita, qualora la recita non fosse di suo gradimento. D’altro canto, è Lucrezio stesso che, in altri punti del De rerum natura, esprime forse la prospettiva che l’esistenza sia un palcoscenico in cui gli esseri umani recitano male e che l’osservatore epicureo guarda con il piacere dell’osservatore distante. Il libro III del poema parla di fanfaroni che sostengono di non aver paura di morire e poi gettano la maschera del coraggioso non appena la morte si avvicina (abbiamo approfondito in Teatrosofia #27 l’argomento). Il IV ridicolizza, invece, gli uomini innamorati che non si accorgono dei difetti delle donne che amano e che questi nascondono nei «retroscena» della loro esistenza, invitando così i lettori a rinunciare all’amore romantico idealizzato e a intraprendere una relazione che tiene realisticamente conto delle imperfezioni del partner.

Se è lecito specificare che l’immagine del “naufragio con spettatore” è forse una riproposizione della tradizionale metafora vita-scena, si deve pur tuttavia notare che Lucrezio la declina in modo molto originale. Il saggio epicureo non è per lui semplicemente lo spettatore di uno spettacolo: ne è uno che vede di più e meglio degli attori che recitano. Lucrezio si rende conto delle miserie che caratterizzano la vita dei navigatori e dei soldati, dei fanfaroni e degli innamorati, o più in generale della tragicità dell’esistenza umana nella sua interezza. Nello stesso tempo, egli sa guardare con piacere a questi eventi e riscontra come il mettersi al riparo dai danni del potere, della ricchezza, della morte e dell’amore romantico sia la condizione massimamente beata per un essere umano. Lo sguardo di Lucrezio è quello del malinconico che contempla con orrore e insieme estasi la tragedia prima di nascere, poi di vivere, infine di morire.

Ci si può però spingere ancora più oltre e supporre che lo spettacolo dell’esistenza umana sia il proscenio di un palco più grande: quello della natura. Ancora una volta, non esiste conferma diretta che Lucrezio paragonasse il mondo naturale a un teatro, ma è sempre possibile intuirlo parzialmente da alcuni brani del De rerum natura. Mi riferisco, in questo caso, ai richiami alle tende che coprono il palcoscenico per spiegare l’emanazione dei simulacri di colore dai corpi (libro IV) e la causa del rumore dello scoppio del tuono (libro VI). Seppure debolmente, questi paralleli testuali individuano un isomorfismo tra la natura e l’edificio teatrale, che legittimano paragoni più arditi tra i fenomeni naturali e la recita su di un palcoscenico. La metafora della natura come una grande scena è in ogni caso talmente ricorrente nel pensiero antico (la troviamo in Pitagora, nel poemetto dell’Etna, in Seneca, in Plutarco e oltre), da far presumere che Lucrezio non avesse bisogno di esplicitare che il saggio guarda il mondo come dal posto di un teatro. Non va infine dimenticato che, per un Epicureo, uomini e donne sono enti naturali al pari di animali e piante. Guardare agli spettacoli della vita umana significa dunque contemplare spettacoli messi in scena dalla natura stessa.

Ammesso questo passaggio, è lecito aggiungere che l’effetto che il mondo naturale ha sullo spettatore epicureo è identico a quello arrecato da navigatori, soldati, fanfaroni, innamorati. Il sentimento è sempre quello della malinconia in cui orrore ed estasi si legano in un abbraccio. La conferma è nell’incipit del libro III del poema, dove Lucrezio sostiene che la natura rivelatagli dagli insegnamenti del maestro Epicuro gli provoca simultaneamente divino piacere e brivido orrendo: tanto il godimento della conoscenza, quanto il tremito di fronte ai mali orribili dell’esistenza umana che vengono descritti in un’appassionata digressione del libro V. Ma lo si può constatare guardando anche a uno sguardo complessivo al De rerum natura, che si apre con l’immagine stupenda di Venere che fa nascere/propagare tutte le specie viventi e si chiude con la descrizione impietosa della peste di Atene, in cui i templi degli dèi sono riempiti di cadaveri degli appestati. La natura è così un palcoscenico in cui bellezza e mostruosità, vita e morte, felicità e malessere sono tra loro inscindibili. Venere diventa un cadavere cisposo e gonfio, ma dalla terra putrefatta rinasce pur tuttavia la materia da cui riprenderanno slancio i futuri esseri viventi. Come si legge nel libro II del poema, le forze di conservazione e quelle di distruzione si equivalgono o si sovrappongono, al punto che sarebbe semplicistico sostenere che solo le une o solo le altre dominano incontrastate.

Chi vorrà dunque conoscere i segreti della natura dovrà accogliere l’orrore insieme al piacere. Chiudere gli occhi di fronte ai mali significa di necessità privarsi della gioia, e gioire è possibile solo passando per dolore e spavento. Come dice bene il diavolo Woland de Il maestro e Margherita di Bulgakov, sarebbe sciocco fuggire le ombre per aspirare alla luce pura.

Lucrezio specifica, inoltre, sempre nel libro V del poema, che la scienza della natura è agli inizi del suo percorso, diversamente da altre discipline che hanno raggiunto il perfezionamento. In effetti, possiamo oggi constatare che, malgrado i suoi enormi progressi, la fisica non è ancora riuscita a spiegare ogni fenomeno e a scoprire tutte le cause. Essa continua tuttavia a rivelare sempre nuovi piaceri e nuovi orrori. All’idea meravigliosa che c’è qualcosa di ancor più piccolo dell’atomo e che esistono universi sovrapposti si accompagna, ad esempio, la teoria della freccia del tempo che mostra come vanno irrimediabilmente verso l’entropia assoluta, il grande gelo universale. La geniale intuizione di Lucrezio rimane, per il resto, ferma e incrollabile. Per mutare il titolo della monografia di Blumenberg, il rapporto dell’essere umano verso la conoscenza della natura resta quella di un abisso con spettatore. La scienza studia con godimento e spavento una realtà mai sondabile fino in fondo, di fronte alla quale si trema in preda alla vertigine.

C’è un’unica eccezione a questo discorso di Lucrezio ed è quello della natura degli dèi. Essi vivono al di fuori del mondo beati e indissolubili, senza aver bisogno di conoscere la natura e attraversare gli orrori che la pervadono. Da qui segue una sinistra implicazione. Dio gode di un piacere puro e tuttavia non sa niente, donne e uomini invece soffrono ma conoscono la natura con estatico terrore. Lucrezio non ha dubbi, in quanto Epicureo, a pensare che la vita divina sia migliore dell’umana, perché ritiene che sottrarre il dolore del corpo e l’inquietudine dell’anima sia più importante della conoscenza. Mi pare, invece, che più invidiabile e superiore a Dio sia l’essere umano, che arriva alla gioia del sapere tramite il terrore.

Enrico Piergiacomi

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Dolce, quando nel mare immenso i venti sconvolgono le acque, contemplare dalla riva l’affanno grande di altri, non perché l’angoscia d’un uomo dia gioia e sollievo, ma perché è dolce vedere da che mali tu stesso sei libero. Dolce anche guardare grandi battaglie di guerra spiegarsi nel piano, senz’essere tu nel pericolo. Ma nulla è più consolante che occupare sicuri i forti templi sereni elevati dalla dottrina dei saggi, donde tu possa abbassare lo sguardo sugli altri e vederli errare smarriti e alla ventura cercare la via della vita, e far gara d’ingegno, competere di nobiltà, notte e giorno sforzarsi con assillante fatica di emergere a somma potenza e impadronirsi dello Stato. O misere menti degli uomini, o animi ciechi! In che oscura esistenza e fra quali pericoli trascorre questo poco di vita che abbiamo! E come non vedere che nient’altro la natura ci latra, se non che dal corpo stia sempre lontano il dolore e nella mente essa goda d’un senso di gioia, libera da affanno e timore? Così vediamo che il corpo di ben poca cosa ha bisogno: di tutto ciò che lenisce il dolore e in tal modo può offrire anche molti piaceri squisiti. Talvolta è più gradito – e la stessa natura non soffre privazione, se in casa non ci sono statue d’oro di giovani che reggano con la destra fiaccole accese per far lume ai notturni conviti, né il palazzo brilla d’argento e sfolgora d’oro, né le cetre destano echi nei riquadri dei palchi dorati – quando tuttavia fra amici, sdraiati sulla molle erba lungo un rivo d’acqua sotto i rami d’un albero alto, con mezzi modesti si ristorano giocondamente, tanto più se il tempo sorride e la dolce stagione cosparge di fiori i prati tutti verdi. Né la febbre ardente lascia più presto il tuo corpo se ti voltoli fra drappi trapunti e sulla porpora accesa, che se ti tocca giacere su una coltre plebea. Poiché dunque nulla giovano al nostro corpo tesori principeschi e nobiltà e gloria di regno, si deve anche pensare che non giovino neppure all’animo; a meno che, forse, quando vedi le tue legioni muovere impetuose sul campo suscitando fantasmi di guerra, appoggiate da potenti riserve e da forze di cavalli, e tu le disponi, equipaggiate d’armi e risolute alla pari, o quando vedi la flotta incrociare rapida al largo, da tutto questo atterrite le ubbìe religiose fuggano allora trepidando dalla tua anima, e i timori di morte lascino libero il petto e sciolto da affanno. Ma se tali pensieri ci appaiono degni di riso e di scherno, e in verità le paure dell’uomo e gli affanni seguaci non temono il fragore delle armi né i giavellotti crudeli e audacemente s’aggirano fra re e potenti della terra né hanno soggezione del fulgore che raggia dall’oro né del luminoso splendore d’un manto purpureo, come dubiti che questo potere sia tutto della ragione, tanto più che nelle tenebre si dibatte sempre la vita? Proprio come i fanciulli trepidano e di tutto hanno paura nell’oscurità cieca, così noi nella luce temiamo talvolta di cose per nulla più temibili di quelle che i fanciulli paventano nel buio e immaginano vicine ad accadere. Questo terrore dell’animo, dunque, e queste tenebre devono dissiparle non i raggi del sole né i fulgidi dardi del giorno, ma la contemplazione e la scienza della natura (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro II, vv. 1-61)

(…) Un animo robusto ed eccellente è libero da ogni preoccupazione e angoscia, poiché disprezza la morte – poiché chi è morto si trova nella medesima condizione in cui si trovava prima di essere nato –, mentre, di fronte ai dolori, è preparato in modo tale da ricordare che i più gravi trovano fine con la morte, mentre quelli piccoli hanno frequenti pause, e di quelli di media entità siamo noi padroni di sopportarli, se sono sopportabili, o altrimenti di uscire dalla vita serenamente, come da un teatro, qualora non ci piaccia (Torquato in Cicerone, Sui confini dei beni e dei mali, libro I, cap. 15, § 49)

Meglio dunque provare l’uomo nell’incertezza dei pericoli, e nella avversità conoscere chi sia, perché allora finalmente parole veraci si scavano nel profondo dell’anima, e la maschera è strappata, rimane la realtà (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro III, vv. 55-58; trad. modificata)

Lo sanno bene le nostre Veneri: e tanto più per questo celano esse stesse con gran cura tutti i retroscena della vita a quelli che vogliono tenere legati a sé in amore, ma invano, perché tu potrai sempre con la ragione portarli tutti in piena luce e cercare ogni aspetto risibile; e se è donna di spirito e non odiosa, a tua volta potrai chiudere gli occhi e perdonare le miserie umane (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro IV, vv. 1185-1191)

E in verità vediamo molti oggetti lanciare e diffondere numerosi corpi, non solo dall’interno profondo, come ho già detto, ma anche dalla superficie, e sovente il loro stesso colore. Ciò fanno comunemente i velari gialli e rossi e di colore ferrigno, quando, tesi su grandi teatri, fluttuano vibrando spiegati fra pali e travature. Sotto di sé colorano la folla delle gradinate, lo sfarzo della scena e l’accolta dignitosa dei senatori, e li costringono a oscillare nell’onda del proprio colore. E quanto più sono strette intorno le pareti del teatro, tanto più le cose che son dentro, irradiate di gaiezza, sorridono per la luce del giorno prigioniera. Dunque, se le tele spandono dalla superficie il colore, anche i singoli oggetti devono emettere immagini tenui, perché le une e gli altri saettano dal sommo del corpo. Ci sono, dunque, tracce sicure di forme, che svolazzano ovunque fornite di esile trama, né si possono scorgere divise una per una (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro IV, vv. 72-89)

Fanno anche un rombo al disopra delle vaste distese del cielo, come talora un velario teso su grandi teatri schiocca agitato fra pali e traverse, e a volte lacerate si dibatte fra i soffi prepotenti e par che imiti il fragile crepito della carta. Certo, anche un tale rumore potrai riconoscere nel tuono, o quello che fa una veste appesa o carte svolazzanti, quando a sferzate i venti le rivoltano e le percuotono nell’aria (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro VI, vv. 109-115)

Io ammiro anche Diogene, che vedendo il suo ospite a Sparta prepararsi con grande cura per andare a una festa, gli disse: «Ma per un uomo buono non è forse festa ogni giorno?». E davvero splendida, se siamo sani di mente! Il mondo è il tempio più santo e più degno di un dio: in esso l’uomo è introdotto dalla nascita come spettatore non già di opere create dalla sua mano e immobili, bensì, come dice Platone, delle immagini sensibili delle essenze intelligibili, immagini che la mente divina ci ha mostrato dotate del principio innato della vita e del moto, e cioè il sole, la luna, le stelle, i fiumi che emettono continuamente acqua nuova e la terra che fa salire dal suo grembo il nutrimento per le piante e gli animali. La vita, in quanto iniziazione e rivelazione perfetta di questi misteri, deve essere piena di religioso silenzio e di gioia, non come i più, che aspettano le feste di Crono, le Diasie, le Panatenee e simili altre giornate per divertirsi e riprender fiato, pagando a mimi e danzatori il prezzo di un riso venale. In queste occasioni, poi, ce ne stiamo seduti compostamente, in religioso silenzio – nessuno certo si lamenta nel venire iniziato o si dispera nell’assistere ai giochi pitici o nel brindare alle feste di Crono –, mentre, al contrario, le feste che la divinità ci offre e a cui ci inizia, le profaniamo consumando la vita per lo più tra lamenti, scontentezze e pensieri penosi. La gente ama gli strumenti musicali dal suono melodioso e gli uccelli canori, osserva con gioia gli animali che giocano e saltellano, ma non sopporta quelli che ululano, ruggiscono e hanno un aspetto repellente: nel vedere, però, la propria vita priva di un sorriso, triste, perennemente afflitta e oppressa dalle passioni più spiacevoli e da molestie e preoccupazioni senza fine, non solo non è disposta a procurarsi da se stessa un po’ di respiro e di conforto da qualche parte, ma, neppure invitata da altri, accoglie un discorso che le consentirebbe di sopportare senza recriminazioni il presente, di ricordare con riconoscenza il passato e di avanzare verso il futuro, senza timore e sospetto, con lieta e luminosa speranza (Plutarco, Sulla tranquillità dell’anima, passo 477C-F)

Dinanzi a queste cose, sùbito, non so che divino piacere e un brivido di orrore mi afferra, perché dal tuo genio natura così è disvelata in ogni parte e tanto manifesta a noi s’apre (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro III, vv. 28-30; trad. modificata)

Ma se anche ignorassi quali sono i princìpi delle cose, questo però oserei affermare dalle stesse vicende del cielo e sostenere in forza di molti altri fatti, che non certo per noi dal volere divino è stata formata la natura del mondo: di tanto male è ingombrata. Prima, di quanto copre l’immenso slancio del cielo, un’ingorda porzione ne hanno occupata i monti e le foreste popolate di belve, la possiedono rupi e desolate paludi e il mare che vasto disgiunge le rive dei continenti. Poi quasi due terzi il torrido calore e l’incessante cader delle nevi sottraggono agli uomini. Ciò che avanza di buona terra, tuttavia la natura col suo rigoglio ricoprirebbe di sterpi, se non le resistesse la forza dell’uomo, avvezzo, per sostentare la vita, a gemere sulla marra robusta e a squarciare innanzi a sé la terra con l’aratro affondato. Se, rivoltando col vomere le zolle feconde e domando il suolo della terra, non lo sforziamo a germinare, spontaneamente i frutti non potrebbero crescere nell’aria chiara; e anche così talora i raccolti ottenuti con dura fatica, quando già frondeggiano per la campagna e sono tutti in fiore, e col troppo calore li brucia dall’etere il sole o li annientano piogge improvvise e gelide brine, o le raffiche dei venti li devastano con violento turbine. E l’orrida stirpe delle belve nemica al genere umano, perché natura la nutre e l’accresce sulla terra e nel mare? Perché le stagioni arrecano morbi? Perché va attorno la morte immatura? E il bambino, come un naufrago buttato a riva dalle onde infuriate, giace nudo in terra privo di parola, bisognoso d’ogni aiuto vitale, non appena sulle spiagge della luce con dolorosi sforzi natura l’ha gettato fuor dal ventre della madre, e d’un lugubre vagito riempie lo spazio, com’è giusto che faccia chi nella vita dovrà attraversar tanti mali (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro V, vv. 195-226)

Madre degli Eneadi, gioia degli uomini e degli dèi, alma Venere, che sotto gli astri in tacita corsa per il cielo désti la vita nel mare sparso di navi, nelle terre fertili di grano, poiché per opera tua ogni specie di esseri animati è concepita e vede, nascendo, la luce del sole: te, dea, te fuggono i venti, te e il tuo giungere le nubi del cielo, sotto i tuoi passi con mutevole grazia la terra germina fiori soavi, a te ridono le pianure del mare e il cielo rasserenato sfavilla di luce infinita (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro I, vv. 1-9)

Tutti i sacrari degli dèi la morte aveva riempiti di corpi esanimi, e i templi dei celesti rimanevano ovunque ingombri di cadaveri: li avevano affollati di ospiti i guardiani dei santuari. Ché ormai non si faceva gran conto della religione né della potenza divina: soverchiava il dolore presente. Né più si osservava nella città il rito di sepoltura con cui prima quel popolo sempre usava celebrare le esequie; ora, tutto sbigottito, trepidava, e ciascuno, composti come poteva i suoi morti, tristemente li seppelliva. E a molti atti orrendi li spinsero l’urgenza e il bisogno. I propri congiunti sui roghi accatastati per altri deponevano con grande clamore e cacciavano sotto le fiaccole, sovente rissando fra il sangue pur di non abbandonare qui corpi (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro VI, vv. 1272-1286)

Per questo non possono i moti distruttori prevalere per sempre e seppellire in eterno la vita, né i moti che generano e accrescono le cose possono per sempre conservare ciò che hanno creato. Così, in lotta equilibrata, continua la guerra impegnata fra i princìpi da tempo infinito. Or qui or là prevalgono le forze vitali e sono vinte anch’esse. Si mescola al funebre lamento il vagito che i bimbi levano, quando giungono a vedere le spiagge di luce; né mai notte seguì a giorno, né notte a aurora, che non udisse misto ai deboli vagiti il piano compagno della morte e del funerale oscuro (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro II, vv. 569-580)

Per questo anche oggi certe arti s’affinano e progrediscono ancora; solo ora sono stati aggiunti alle navi molti strumenti, da poco i musicisti hanno creato melodiosi accordi. E questa filosofia della natura appena ieri è stata scoperta, e primo fra tutti ora io sono apparso capace di volgerla nella lingua dei padri (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro V, vv. 332-337)

Navi e culture dei campi, mura, leggi, armi, vie, vesti, e ogni invenzione di tal genere, e anche tutti i premi e le delizie della vita, canti, pitture, statue rifinite con arte, li insegnò a poco a poco il bisogno e insieme il travaglio della mente operosa che muove un passo dopo l’altro. Così a mano a mano il tempo manifesta ogni cosa e il ragionamento la sospinge verso le spiagge della luce. Infatti in loro cuore vedevano una cosa trar luce dall’altra, finché con le arti giunsero al vertice estremo (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro V, vv. 1448-1457)

Di per sé infatti ogni natura divina deve godere in somma pace vita immortale, staccata dalle nostre vicende e infinitamente lontana. Esente da ogni dolore, immune da pericoli, in sé delle proprie forze possente, senza alcun bisogno di noi, non la conquistano i nostri meriti né l’ira la tocca (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro I, vv. 44-49)

[Le traduzioni di Lucrezio sono di Andrea Fellin (a cura di), La natura di Tito Lucrezio Caro, Torino, UTET, 2004. L’estratto di Cicerone è invece tradotto da Ilaria Ramelli (a cura di), Epicurea. Testi di Epicuro e testimonianze epicuree nella raccolta di Hermann Usener, presentazione di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2007, quello di Plutarco da Giuliano Pisani in Emanuele Lelli, Giuliano Pisani (a cura di), Plutarco: Tutti i moralia, Milano, Bompiani, 2017] Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
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