Stranieri di Tarantino. Il coraggio e la qualità del teatro indipendente

Gianluca Merolli, alla regia, allestisce Stranieri di Antonio Tarantino. Lo abbiamo visto al Teatro Argot Studio. Recensione

Foto Manuela Giusto

La parola di Antonio Tarantino è forse uno dei regali più belli che il nostro teatro abbia ricevuto negli ultimi decenni. Una parola fluviale, maleducata, a volte messianica, fratturata nelle sue mille giunture, infilata in bocca a personaggi ora eterei, ora terribilmente sanguigni e reali.
Stranieri è un testo ambiguo e misterioso, in cui un uomo nella sua terza età, barricato in casa a difendere le proprie buone azioni e i propri conti con le malefatte, riceve la visita di due spettri che hanno le sembianze della moglie e del figlio.
Furtivamente guadagnano la sua porta, bussano con gentilezza e discrezione, ricevendo dall’uomo solo insulti e minacce che vorrebbero respingerli, a questi rispondono con pazienza, come sapendo che, se anche la porta non verrà aperta, saranno le pareti a sciogliersi inesorabilmente cancellando ogni confine tra dentro e fuori.

Foto Manuela Giusto

Il regista Gianluca Merolli (qui anche pacato e dimesso interprete del Figlio) dimostra al pubblico del Teatro Argot Studio di Roma di quanto coraggio abbia bisogno oggi produrre teatro nella totale indipendenza di mezzi. Abituati come siamo ad assistere ad allestimenti che hanno fatto di necessità virtù, riducendo al minimo l’ingombro delle scene e comprimendo testi e gesti in gruppi ristretti di performer, ci lascia stupiti la caparbietà con cui questo giovane artista punta la propria visione e la raggiunge compiendo passi decisi e netti.

Il piccolo spazio dell’Argot è ingombrato da una struttura cubica orientata di taglio, con lo spigolo aggettante, l’intelaiatura di ferro battuto foderata di un tessuto dorato e sonoro. In questa sorta di gabbia si è autorelegato il Padre, a cui Francesco Biscione dona con generosità corpo, espressione vocale e cadenza partenopea (tranne quando cerca di cacciare gli ospiti indesiderati, utilizzando una cadenza da faccendiere nordico). All’interno una poltrona, una pila di volumi di enciclopedia di scienza e tecnica che sono il feticcio della sua micro-cultura miope e una stretta boccia in cui nuota un pesce rosso, unico interlocutore.

Foto Manuela Giusto

Madre e Figlio compaiono dal buio, parlano a basso registro, con il volume attufato dei sogni, ricordano episodi sfilacciati di vita passata, li intrecciano a massime filosofiche, con la garbata quiete di chi ha già passato il peggio.
Tarantino sfrutta una parola debordante come strumento per disorientare lo spettatore: lo stesso termine “straniero” deforma la propria semantica, oscillando tra riferimenti agli immigrati e un più vago legame al concetto di alterità. Che il Padre stia vivendo gli ultimi momenti di vita o che sia già nel limbo tra due mondi, in attesa di consegnare l’anima ce lo dice il catetere ormai staccato, la confusione mentale, ma anche il sottile rapporto tra il suo immaginario e quello dei due visitatori.

Anche grazie alla presenza quasi diafana di Paola Sambo, con il suo corpo livido, i suoi gesti abbandonati, il suo sguardo penetrante, i ricordi di Madre e Figlio sembrano rielaborare, traslandoli, gli stessi riferimenti lanciati confusamente dal Padre; a unire il dentro e il fuori è un inesorabile procedere del parlato, un tappeto sonoro incessante che culla l’attenzione così come l’impostazione visiva scelta da Merolli culla e direziona gli stati emotivi dello spettatore.

Foto Manuela Giusto

In questa sorprendente scena di Paola Castrignanò, il palco viene inondato da sessanta litri di pioggia che scende dalle americane, diventa una bassa piscina che riflette l’oro della tenda e commenta sonoramente ogni passo; gli abiti femminili che il Padre indossa (gli ottimi costumi sono di Domitilla Giuliano), in un ultimo delirio in cui “interpreta” la propria moglie, sono un preludio a un finale struggente, danzato a passo di valzer su una Strangers in the Night cantata dal vivo dallo stesso Merolli, con irresistibile dolcezza.
La sensazione di pienezza con cui lasciamo il teatro riguarda di certo il piacere di veder portato su una scena di oggi un testo così complesso, che è in grado di sprigionare forza poetica proprio rinunciando a quella sintesi del discorso propria del chiacchiericcio contemporaneo; ma molto deve a un lavoro d’insieme tenace e appassionato. Appoggiato da un’efficace produzione e guidato da un pensiero registico ingegnoso, Stranieri unisce due generazioni di attori dentro a una macchina sonora e visiva di grande maturità, che brilla come un piccolo gioiello.

Sergio Lo Gatto

STRANIERI
di Antonio Tarantino
regia Gianluca Merolli
con Francesco Biscione, Paola Sambo e Gianluca Merolli
scene Paola Castrignanò
costumi Domitilla Giuliano
musiche Luca Longobardi
luci Marco Macrini
assistente alla regia Luca Carbone
organizzazione e foto Pino Le Pera
con l’ospitalità in residenza di Settimo Cielo / Teatro di Arsoli

Prodotto da Andrea Schiavo | H501 srl

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