Vetrano, Randisi, Riccardo3. Un agghiacciante incanto

Alla Città del Teatro di Cascina arriva Riccardo3, adattamento da Shakespeare firmato da Francesco Niccolini, per la regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi. Recensione.

 

foto di Luca Del Pia

«La mattina del 9 gennaio 1993, mentre Jean-Claude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia». È giustapponendo una situazione di ordinaria normalità alla ferocia di un massacro che Emmanuel Carrère dà inizio al romanzo L’avversario, pubblicato nel 2000 per i tipi di P.O.L.
Lucido racconto di un crimine e delle sue motivazioni, così come memoir del percorso di indagine – giornalistica, ma anche esistenziale e filosofica – svolto da Carrère per ricostruire la vicenda, L’avversario è lo straordinario ritratto di un bugiardo patologico, o piuttosto di uno spietato affabulatore, di un creatore di universi ed esistenze macchiatosi della più efferata violenza per sfuggire alla verità di una vita grigia, costellata dai debiti e dalla solitudine.
In un accostamento vertiginoso, Francesco Niccolini pone proprio L’avversario a sottotitolo del suo adattamento del Richard III, all’interno del quale l’affaire Romand vorrebbe risuonare come memento di una follia omicida ancora recente, capace di illuminare con sensi inattesi la tragedia shakespeariana. Tuttavia questo Riccardo3, che il drammaturgo toscano ha firmato per la regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi in una coproduzione tra Arca Azzurra e ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione, sembra limitare al ruolo della mera suggestione la vicenda di cronaca nera di inizio anni Novanta, che agisce come una sollecitazione sotterranea, un richiamo carsico alla parabola di un impostore, tanto affascinante quanto misera.

foto di Luca Del Pia

Di questo cortocircuito, forse soltanto annunciato, tra la storia di Jean-Claude – in grado di inventarsi una laurea, una prestigiosa carriera come ricercatore presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità, finanche una malattia, e poi di sterminare gli affetti più cari per impedire il crollo del proprio castello di menzogne – e il dramma storico di Riccardo III di York, della sua sanguinosa ascesa al potere, è traccia primaria l’allestimento scenografico di Mela Dell’Erba, che trasforma il palcoscenico della Città del Teatro di Cascina in un’opprimente, asettica stanza di ospedale. Spoglie pareti bianche e verde acido, spezzate da poche finestre e una porta sigillate da grate, una sedia a rotelle, un letto e uno stipo trasparente dal quale fanno mostra di sé una collezione di teschi umani, tradiscono la verità di un istituto correzionale, sia esso un manicomio criminale o un ospedale psichiatrico.
La sostituzione nel titolo del numero cardinale con quello ordinale, in questo senso, priva il protagonista di qualsiasi regalità, attribuendogli invece lo statuto di ennesimo “caso clinico”, e al contempo segnala la riduzione a soli tre interpreti del folto gruppo di attori necessario per una messa in scena filologica. Qui, Giovanni Moschella e lo stesso Randisi vivificano la piccola folla di duchi, conti e lord che si frappongono alle cospirazioni mortali ordite da Riccardo, che ha il corpo e la voce di Enzo Vetrano. E tuttavia fin dalla prima scena – che vede il re giacere immobile sulla sedia a rotelle, mentre i volti di Moschella e Randisi compaiono spettrali al di là di due finestre – la regia sembra instillare il dubbio che la narrazione di sotterfugi e assassinî sia nient’altro che un role play organizzato a uso e vantaggio di un paziente difficile, all’interno del quale le spade e i pugnali hanno l’aspetto, non meno pericoloso, di siringhe per iniezioni letali e le camicie di forza prendono il posto di catene e paramenti.

foto di Luca Del Pia

Ha così la consistenza del sogno l’ininterrotta catena di omicidi che il protagonista ordisce e rivendica, aperta e chiusa dal volo di un corvo proiettato sul fondale: una narrazione allucinata, una mattanza forsennata e tuttavia onirica, impalpabile, che Niccolini ripercorre senza interpolazioni o tagli eccessivi, ma quasi accelerandone progressivamente il ritmo e affidando a un eccezionale lavoro attorale il compito di aggiungere anima e significati ulteriori al dettato. Moschella e Randisi affrontano un impressionante tour de force che li vede sempre in scena, in un affastellarsi dei ruoli reso possibile anche dagli anonimi completi scuri indossati: sono Giorgio, duca di Clarence, e Lord Hastings; sono due sicari dal look tarantiniano; sono persino lady Anna e un prete.
Proprio la celebre sequenza della seduzione, da parte di Riccardo, della vedova di Edoardo di Westminster, è tangibile prova di una modalità interpretativa che, lungi dal ricorso ad affettazioni e toni macchiettistici, si affida alle colorazioni timbriche, a una gestualità consapevole e di millimetrico rigore, per dare forma allo scambio che vede la donna abbandonare l’odio e il disprezzo a favore di un amore ingenuo e sacrificale. Randisi, il volto coperto da un velo di pizzo nero, risponde alle ambiguità di Vetrano con una rabbia ferma, compressa, che sembra riverberare nello spazio scenico il vigore di quest’ultimo: è nel suo impressionante controllo del corpo, delle movenze delle mani e della mimica facciale, nella sua magnetica presenza, nell’utilizzo magistrale della voce che Riccardo3 trova il proprio fulcro. Non c’è sottrazione, nell’arte di Enzo Vetrano, né sterilizzazione della tecnica recitativa: ma quello che potrebbe forse sembrare, in prima istanza, soltanto manierismo virtuosistico, è piuttosto il risultato di un solido, sorprendente affondo nella psiche di un uomo crudele, schiacciato da sé stesso, avversario di sé stesso.

foto di Luca Del Pia

Scalcia, il Riccardo di Vetrano, si sgola in fonazioni lugubri e spaventevoli, oppure sperimenta intonazioni viscide e ruffiane, che celano l’orrore al di sotto dell’eleganza: è un crescendo ritmico che deflagra – dopo una prima parte fin troppo statica – a partire dalla scena dell’incoronazione, dove il trono d’Inghilterra è sostituito dalla sedia a rotelle color porpora. E ciò che a quell’evento segue è una discesa in un inferno di violenza e di agghiacciante incanto, reso ancor più paradossale dalla consapevolezza che la fine di Riccardo, l’inane ricerca di un cavallo da scambiare con il regno, è già annunciata dall’ambiente nosocomiale in cui il dramma ha luogo. La morte, sul campo di battaglia dell’ospedale, ha la forma consolatoria di un’iniezione di Pentobarbital. E forse, più che una vendetta, è una liberazione dai fantasmi di una vita.

Alessandro Iachino

Città del Teatro, Cascina ‑ febbraio 2019

RICCARDO3. L’AVVERSARIO
di Francesco Niccolini
molto liberamente ispirato al Riccardo III di William Shakespeare e ai crimini di Jean-Claude Romand
regia Enzo Vetrano, Stefano Randisi
con Enzo Vetrano, Stefano Randisi e Giovanni Moschella
assistenti alla regia Lorenzo Galletti, Roberto Aldorasi
scene e costumi Mela Dell’Erba
luci Max Mugnai
macchinista Lorenzo Galletti
datore luci Antonio Rinaldi
fonico Giacomo Polverino
organizzazione Lorenzo Galletti
amministrazione Valentina Strambi
scena costruita nel laboratorio di Emilia Romagna Teatro Fondazione
capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruttori Riccardo Betti, Marco Fieni, Sergio Puzzo
scenografo decoratore Lucia Bramati
realizzazione costumi Maison Bizarre
produzione Arca Azzurra Produzioni, ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione
in collaborazione con Le tre corde/Compagnia Vetrano Randisi

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Alessandro Iachino dopo la maturità scientifica si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 2007 lavora stabilmente per fondazioni lirico-sinfoniche e centri di produzione teatrale, occupandosi di promozione e comunicazione. Nel novembre 2014 partecipa al workshop di visione e scrittura critica TeatroeCriticaLAB tenuto da Simone Nebbia e Andrea Pocosgnich nell’ambito della IX edizione di ZOOM Festival, al termine del quale inizia la sua collaborazione con Teatro e Critica. Ha partecipato inoltre al laboratorio Social Media Strategies for Drama Review, diretto da Andrea Porcheddu e Anna Pérez Pagès per Biennale College ‑ Teatro 2015, e ha collaborato con Roberta Ferraresi alla conduzione del workshop di critica della Biennale College ‑ Teatro 2017. È stato membro della commissione di esperti del progetto (In)Generazione promosso da Fondazione Fabbrica Europa, ed è tutor del progetto Casateatro a cura di Murmuris e Unicoop Firenze.