Sergio Blanco. Qui lo dico, qui lo nego

VIE Festival ha scelto Sergio Blanco, drammaturgo e regista uruguaiano, per inaugurare la 14° edizione del festival al Teatro Storchi di Modena, in prima nazionale con El bramido de Düsseldorf.

Foto Ufficio Stampa

Esistono almeno due versioni del mito di Narciso. Una, più accreditata, è quella del ragazzo che si innamorò di se stesso guardando il proprio riflesso nell’acqua e che morì affogato nel tentativo di baciarsi il volto. L’altra, meno citata, narra di un uomo segretamente invaghito della sorella gemella; quando questa morì per un incidente di caccia, dalla disperazione credette di vederla riflessa in uno specchio d’acqua e la visione lo portò dapprima a impazzire e poi alla morte. Lo spettacolo El Bramido di Dusserldorf, di Sergio Blanco, il franco-uruguayano eletto a rivelazione della drammaturgia contemporanea, è stato scritto nel 2016 e rappresentato per la prima volta in Italia al Teatro Storchi di Modena in apertura del VIE Festival di Emilia Romagna Teatro Fondazione, dopo aver debuttato l’anno scorso al teatro Solis di Montevideo. Blanco ha ricevuto diversi premi per i suoi spettacoli, rappresentati in tutto il mondo, e la maggior parte delle sue drammaturgie è stata anche tradotta in varie lingue e pubblicata in vari paesi. Per diversi anni, in tutti i suoi spettacoli, egli ha scelto di aderire al genere dell’autofinzione.

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Un termine che compare per la prima volta nella quarta di copertina di Fils, romanzo di Serge Doubrovsky, e che si fonderebbe sulla concezione del racconto biografico post-freudiano: si prende a non scrivere più, come à la Rousseau, autobiografie, per così dire, “trasparenti”. Insomma, non ci si affida a memoria e sincerità per ricorrere a una verità indipendente da artifici linguistici, ma l’autore ci costringe a prendere atto che la materia della storia che sta raccontando contiene tutti gli aspetti per essere una buona coincidenza con la veridicità biografica, però è da interpretarsi come falsa e diventa una convenzione con il destinatario in cui si sa che “ciò che è può non essere”.
Questa ultima invenzione di Sergio Blanco sembra aver deluso molto la stampa estera, in una critica che tutte potrebbe racchiuderle viene definito «un drammaturgo che mente male nella finzione reale», ma questi non fa che dichiarare in più di un’intervista che il lavoro dell’autofinzione non deve essere scambiato per il trionfo dell’egotismo sulla drammaturgia perché rivela, al contrario, un dato di amore ancora più grande. «Non scrivo per me perché mi amo ma perché mi amino – dice – e questa è una forma di parlare di sé stessi mettendosi alla ricerca dell’altro»; è il mito di Narciso nella versione di Pausania, il ragazzo non muore a causa della sua vanità, ma “se stesso” diviene l’unico veicolo per ritrovare l’altro (fino a morirne).

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Nel caso di Blanco, gli input dell’invenzione trascendono nella drammaturgia fino a farsi un reticolo di giochi narrativi su più temi: El bramido de Dusserldorf ha come tema centrale la morte del padre. Oppure i limiti dell’arte. Oppure la concezione del sesso, o la questione della ricerca di un Dio. O tutti e quattro. Il padre di Sergio Blanco magari non è morto per davvero ma nel suo testo sì e in una città (Düsseldorf) che è il teatro di tre possibili ragioni per cui egli vi si trova: un incontro con un produttore di film porno, una curatela per la mostra sul serial killer Peter Kurten o il rito di circoncisione in una sinagoga.
Dovrebbe essere facile da intuirsi, che, nonostante la sua apparente ipertrofia, l’autofinzione non è che un grimaldello funzionale allo svelamento che segue lo stesso principio pedagogico del mito. Non è un caso se sulla locandina di El Bramido de Düsseldorf compare un cervo-uomo, il cacciatore Atteone che vide la dea Artemide nuda e fu trasformato da lei in cervo perché l’atto di superare il proibito deve necessariamente portare a un castigo.

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Il nucleo fondativo dell’ultima produzione di Blanco è l’espiazione di colpe e traumi sociali attraverso la creazione e la manipolazione di fatti (etici, cronachistici, quotidiani) che interpreta e che vengono identificati come la vera e propria merce di scambio delle società capitaliste: l’industria pornografica, ad esempio, che nasconde meccanismi osceni e tracotanti (già di per sé proibitivi) involve oggi nella migliore occasione di una buona paga; allo stesso modo, gli strumenti dell’assassino seriale Peter Kurten che a Düsseldorf commise almeno 30 tra i più efferati omicidi della cronaca nera mondiale tra uomini, donne e bambini, vengono esposti in una delle più sponsorizzate mostre della sua città, che Blanco stesso sarà chiamato a curare. Ancora, il drammaturgo arriva a cercare un dio, avvertendo la necessità di una conversione a una religione più proibitiva, per innescare di nuovo la ribellione infantile che per tutti finisce nell'”uccisione” del padre.
Lo spettatore fa volentieri a meno di sospendere l’incredulità ma non sa bene a che cosa credere, però il compito che Blanco gli affida si esplicita via via che il testo si dirama ed è molto più arduo: riguarda le incognite dell’autocoscienza, come sia semplice amare un padre e quanto lo sia, altrettanto, non sapergli mostrare chi si è, non per volontà ma per tenera ignoranza di sé.

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In scena, è fortissimo il tessuto simbolico tanto da cucirsi in un’unica parete bianca dove si stagliano i tre personaggi protagonisti del lavoro – Walter Rey, Soledad Frugone e Gustavo Safores – proprio come se li stessimo pensando, come se fossero anche una nostra elucubrazione, oltre a quella dell’autore, senza contorni espliciti, iconici eppure assorbiti da un surplus di verbosità a briglie sciolte. La gestualità, al contrario, è centellinata: pure essendo centrale il tema delle relazioni intra-personali, oltre il logos non c’è alcuna persona, nessun contatto se non quello permesso attraverso certe canzoni.

L’annessione della musica – più volte i tre protagonisti imbracceranno uno strumento per una cover di qualche successo rock – sembra uno degli espedienti, oltre a una screziatissima selezione di alibi innestati ad hoc per strizzare l’occhio a chi se lo aspetta, che permette al testo, alla messa in scena, agli attori e allo spettatore di entrare in relazione come elementi di un sistema gravitazionale costruito su un equilibrio attrattivo, a debita distanza.
Il testo di Blanco, come un certo modo di concepire il teatro che si sta insinuando tra le produzioni, va oltre la rappresentazione, oltre l’attore, si ferma, e allo stesso tempo arriva, (dopo aver compiuto tutto il percorso della creazione) alla realtà fattuale, sottoscrivendo un patto implicito con lo spettatore, quello di restituirgliela integra in scena.

Francesca Pierri 

Teatro Storchi, Modena (VIE Festival) – marzo 2019

EL BRAMIDO DE DÜSSELDORF
testo e regia Sergio Blanco
perfomer Gustavo Saffores, Walter Rey e Soledad Frugone
video art Miguel Grompone
allestimento, costumi e luci Laura Leifert e Sebastián Marrero
design del suono Fernando Tato Castro
preparazione vocale Sara Sabah
preparazione al basso Nicolás Román
comunicazione e stampa Valeria Piana
immagine di copertina Rubén Lartigue
graphic design Augusto Giovanetti
fotografia Narí Aharonián
assistente alla regia Juan Martín Scabino
produzione e distribuzione Matilde López Espasandínes

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