Mario Perrotta, “In nome del padre”. Epica solitaria e vitale

Abbiamo intercettato la tournée di In nome del padre, primo passo della trilogia dedicata da Mario Perrotta alle figure famigliari. Recensione.

foto di Luigi Burronib

«Il nostro tempo è il tempo del tramonto dei padri. […] I padri smarriti si confondono coi figli: giocano agli stessi giochi, parlano lo stesso linguaggio, si vestono allo stesso modo. La differenza simbolica tra le generazioni collassa». Queste parole le scrive lo psicanalista Massimo Recalcati, fotografando un’epoca instabile e fragile in cui, insieme alle “grandi narrazioni”, sembra crollare la figura paterna come punto di riferimento.
Una “differenza simbolica tra generazioni” è ciò che Mario Perrotta mette in scena in In nome del padre, condensando in tre monologhi intrecciati una piccola wunderkammer di relazioni genitore-figlio.
Sul palco sgombro del Teatro Secci di Terni campeggiano tre sculture antropomorfe realizzate con materiali di risulta: un discobolo, un pensatore à la Rodin e un guerriero nell’atto del riposo, quasi adagiato a terra; tre forti riferimenti a modelli classici, guardati attraverso una lente che li rende fossili decadenti, spettrali, funesti. Le sculture, immobili in uno spazio invece reso vivo dalla presenza dell’attore, fanno da perno visivo a tre vicende, alle quali Mario Perrotta dona corpo spostandosi letteralmente da una storia all’altra, da una all’altra voce, componendo, disfacendo e riorganizzando un variegato puzzle narrativo.

foto di Luigi Burroni

Tre padri abitano tre appartamenti a tre piani dello stesso palazzo; si conoscono l’un l’altro di vista, osservano a vicenda le rispettive vite in maniera distratta, ciascuno in preda a una piccola pietà verso l’altro, in verità ciascuno imprigionato nel proprio dramma. Una ex promessa della musica rock abbandona la chitarra per crescere un figlio non atteso e scivola in una depressione che lo disgusta e lo fa tornare bambino, quasi figlio del proprio figlio; un rampante quarantenne partenopeo si divide tra discoteca, avventure extraconiugali e tarocchi che non riescono a presagire il sospetto, nutrito dalla figlia, di divenire oggetto di morbose attenzioni da parte del padre; uno stimato intellettuale vorrebbe razionalizzare il comportamento del figlio adolescente, che rifiuta ogni socialità proclamandosi hikikomori in cerca di un ascolto paterno come unica interlocuzione.
A ciascuna storia è dedicata una porzione di palco, a ciascun personaggio una postura, una coreografia di gesti, una cadenza dialettale, una direzione di sguardo; il testo salta ritmicamente da una all’altra narrazione, come correndo sui punta-onda di un diagramma impazzito, ma senza trascurare i necessari cambi di registro, in cui l’attore concede ai caratteri di cui si fa cassa di risonanza il tempo per respirare, comprendere, assistere a piccole e brevi epifanie.

foto di Luigi Burroni

Arrivando dopo il progetto di Odissea (2007), che tanto rifletteva sul ruolo del figlio – al quale tornerà a completamento di questa trilogia – e tenendo a mente quelle conversazioni con Massimo Recalcati – ampiamente citate, nei materiali, come una delle principali scintille di ragionamento – Mario Perrotta sembra voler celebrare lo stare in scena come una cerimonia dell’assenza, un rito divinatorio indirizzato a una possessione pacifica del corpo recitante. Così egli stabilisce e assicura, con gli strumenti del mestiere d’attore ma anche con sapienza nell’organizzazione dei materiali drammaturgici, un solido equilibrio tra affondo analitico e catarsi fisico-gestuale, andando a riempire la dimensione iconografica della figura paterna con un afflato tangibile, un’energia pulsante alimentata da un sottilissimo confronto con lo sguardo dello spettatore, tenuto al di là della linea del proscenio e però convocato a soppesare ciascun minuto risvolto delle tre narrazioni.

foto di Luigi Burroni

Pur rispettandone l’ambiziosa autonomia, In nome del padre sembra creare un collegamento poetico, oltre che estetico, con il lavoro firmato da Mario Perrotta nel 2015, Milite Ignoto Quindicidiciotto. Lì la Prima Guerra Mondiale veniva compressa nel corpo di un unico interprete, trascinando lo spettatore, di dialetto in dialetto, nella ricostruzione di battaglie e di vicende intime che attraversano il corpo in scena, in una partitura di gesti e di sguardi come un testo immaginario in cui si sublima una sorta di epica della solitudine. E infatti nelle note di regia si guarda alla Grande Guerra come all’ultimo conflitto in cui «il milite ebbe ancora qualche valore anche nel suo agire solitario».

foto di Luigi Burroni

La stessa battaglia individuale sembra consumarsi, qui, “in nome del padre”, tratteggiando una paternità come condizione divisa tra evidenze animali e aporie del vivere sociale; essa si mostra e si osserva – scrive ancora Recalcati – nell’atto di una «evaporazione della figura tradizionale», incamminatasi verso «un’altra immagine, più vulnerabile ma più umana, di padre».
Pur lasciando aperto il quesito se il trionfo dell’umanità consista davvero nel «cancellare la distanza tra padri e figli», di certo lo spettacolo di Mario Perrotta pare far tesoro delle riflessioni dello psicanalista nel mostrare come il passo decisivo possa essere un ripensamento del linguaggio, terreno di confine dove si negoziano i termini dello stare al mondo. In questo processo il codice del teatro ha la possibilità di istituire nuove relazioni. Tra una storia e l’altra, innanzitutto, ma tra una e l’altra coscienza.

Sergio Lo Gatto

Teatro Secci, Terni – febbraio 2019

IN NOME DEL PADRE
di e con Mario Perrotta
consulenza alla drammaturgia Massimo Recalcati
collaborazione alla regia Paola Roscioli
aiuto regia Donatella Allegro
costumi Sabrina Beretta
musiche Giuseppe Bonomo, Mario Perrotta
allestimento tecnico Emanuele Roma, Giacomo Gibertoni
foto Luigi Burroni
progetto grafico Fabio Gamberini
organizzazione Permàr
in collaborazione con DUEL

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