Ibsen di Massimo Popolizio. Un popolo senza nemico

Massimo Popolizio al debutto con Un nemico del popolo di Henrik Ibsen, in prima nazionale al Teatro Argentina di Roma. Recensione.

foto di Giuseppe Distefano

Non lo poteva immaginare il grande drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, nel 1882, che alla stesura di Un nemico del popolo sarebbe seguita una fortuna del testo a tal punto estesa da sentirne più ancora oggi gli effetti, in un mondo contemporaneo che continua a replicare gli errori dei padri ché pure i figli tanto intelligenti non sono. Non lo poteva immaginare che oggi, proprio oggi, l’universo si interroga sul futuro del pianeta, organizza feste di carnevale travestite da raccolte differenziate, appalti truccati sullo smaltimento dei rifiuti, sepoltura di quelli radioattivi sotto la terra che produce il nostro cibo, poi dall’altro lato organizza proteste, cortei, manifestazioni, qualche appello e molti post sui social media. Non lo poteva immaginare che la lotta tra il potere e l’opinione pubblica si sarebbe trasferita su piattaforme virtuali, che la nostra coscienza sociale si sarebbe formata sull’onda di un videogioco apocalittico, che avremmo stabilito una relazione tra l’opinionismo e l’apparato istituzionale. Non lo poteva immaginare Ibsen che, per esempio, avremmo azzardato fino a un livello estremo l’industrializzazione, l’edilizia selvaggia, le grandi opere pubbliche a impatto sull’ambiente e la popolazione. Non lo poteva immaginare che stava scrivendo la storia contemporanea. Ma la nostra, non solo la sua. E sarebbe stato bello vederli sviluppati questi temi tra le maglie del testo ibseniano, per questa grande produzione firmata Teatro di Roma – Teatro Nazionale che vede Massimo Popolizio (intervista) a dirigersi in Un nemico del popolo al debutto, in prima assoluta, sul palco del Teatro Argentina di Roma.

foto di Giuseppe Distefano

C’è una scena prospettica (firmata da Marco Rossi) a quadri secanti, in verticale, che dividono in tre settori il palco e pertanto la casa-laboratorio del dottor Thomas Stockmann, prima, la redazione de La voce del popolo, una fabbrica e lo spazio assembleare poi, in un crescendo di apertura dall’interno all’esterno che coinvolge infine le voci degli “onorati concittadini”, dai palchi del teatro. L’ambientazione, sottolineata da luci di commento (di Luigi Biondi) che poco si intersecano al linguaggio drammaturgico, è quella dell’epoca a cui risale il testo, sottolineata anche dai costumi (di Gianluca Sbicca) tra cui si privilegia l’abito scuro, mentre soltanto sul camice del dottore spicca un candore che il suo personaggio, da testo, emana.

foto di Giuseppe Distefano

La vicenda si disegna sulla dolorosa scoperta da parte del dottore che le sontuose e ammirate terme della città, vanto dell’amministrazione e di cui lo stesso dottore ha caldeggiato la costruzione, siano in realtà un covo di batteri nel corso dell’acqua che le anima; la sua volontà di denuncia, naturale percorso di ogni cittadino che abbia a cuore le sorti della comunità, si scontra con il patto d’acciaio tra il potere costituito – rappresentato dal sindaco Peter Stockmann, fratello del dottore – la stampa – la cui gestione è affidata alle firme del giornale “non così” indipendente – e la maggioranza, quella opinione pubblica che veicola le proprie decisioni in base al proprio tornaconto. Riuscirà il dottor Stockmann a imporre la propria etica su una comunità corrotta fin nei più bassi strati? Riuscirà, probabilmente, soltanto a salvaguardare se stesso dal cedere alla lusinga della complicità.

foto di Giuseppe Distefano

La messa in scena ideata da Popolizio, che interpreta anche il dottore, è assolutamente classica, ma come più volte espresso nei materiali con una recitazione grottesca volta a sottolinearne i caratteri. Se il progetto appare chiaro, la realizzazione stenta per l’eccesso di una tonalità sibillina, improntata verso una tonalità quasi fumettistica, talvolta caricaturale, quasi da apparirne parodia; ne perde dunque una credibilità attoriale che – fatta salva la straordinaria Maria Paiato nelle vesti del sindaco e la solida figlia del dottore Maria Laila Fernandez – non sostiene un testo che sembra invece rendere al meglio quando è sostenuto dalla veridicità delle circostanze, indagate nei più profondi ambiti del giudizio. Ma l’impatto dell’opera è ancora più deludente per un altro motivo, ossia un tradimento in essere, rispetto all’intenzione ibseniana: se il drammaturgo aveva posto all’attenzione un tema, questo è certo il coraggio delle idee, la lotta civile con gli strumenti dell’intelligenza, ossia tutto ciò che muove l’arte a interpretare il mondo e a rivelarlo ogni volta, affinché sviluppi da sé il proprio futuro.

foto di Giuseppe Distefano

Popolizio affronta invece questo testo con un’idea di rappresentazione che appiattisce la portata del tema, puntando tutto sul fatto che la forma possa da sé sviluppare un contenuto, ma così si priva dell’opportunità di farlo esplodere e farsi ambasciatore di un messaggio più in profondità, lasciando a pochi momenti di intermezzo e cambio scena – con un blues di commento, videoproiezioni e un monologante “Virgilio” (Martin Ilunga Chisimba) che sviluppa di spessore la vicenda – di interpretare i meccanismi che la rendono così urgente. Troppo poco. Poi a un certo punto dell’opera il sindaco dichiara con molta arguzia: «il pubblico non ha bisogno di idee nuove, semmai ha bisogno di idee che ha già». Popolizio, almeno qui, sembra aver interpretato il drammaturgo norvegese con puntuale, geometrica, aderenza.

Simone Nebbia

Fino al 28 aprile 2019 al Teatro Argentina, Roma

Leggi anche: Il teatro è un magnifico alibi. Intervista a Massimo Popolizio

UN NEMICO DEL POPOLO
di Henrik Ibsen
traduzione di Luigi Squarzina
regia Massimo Popolizio
con Massimo Popolizio (Dottor Thomas Stockmann) e Maria Paiato (Sindaco Peter Stockmann)
e con Tommaso Cardarelli (Billing), Francesca Ciocchetti (Katrine Stockmann),
Martin Ilunga Chisimba (un ubriaco), Maria Laila Fernandez (Petra Stockmann), Paolo Musio (Hovstad),
Michele Nani (Aslacksen), Francesco Bolo Rossini (Morten Kiil)
e con Dario Battaglia (Gregor), Cosimo Frascella (Lamb), Alessandro Minati (un portiere, un fotografo),
Duilio Paciello (Evans), Gabriele Zecchiaroli (Forster)
scene Marco Rossi – costumi Gianluca Sbicca – luci Luigi Biondi
suono Maurizio Capitini – video Lorenzo Bruno e Igor Renzetti – assistente alla regia Giacomo Bisordi
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
PRIMA NAZIONALE

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6 COMMENTS

  1. Totalmente d’accordo, poche ora prima avevo commentato con gli stessi toni su Facebook. Però resta uno spettacolo di buonissimo livello, nobilitato da Maria Paiato.

  2. Ma che razza di critica è? Parlate di toni! Ma lo sapete cosa è la recitazione o no? Ma per piacere!! Andare a giocare ai soldatini che è meglio.

  3. Andrea, se lei (che sa cos’è la recitazione….) recita la parte di un arrogante lo fa benissimo, altrimenti è un preoccupante parto di questa fase politica in quanto aggredisce chi non la pensa come lei. Tra l’altro non si rende conto che io e Nebbia non abbiamo la stessa idea, ma ci accomuna nella sua ira. Le è piaciuto incondizionatamente lo spettacolo? Bene, altri non la pensano come lei. Mi dispiace dirlo ma il pensiero unico non è (ancora) arrivato….

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