Nest fuori la banda: Gli onesti siamo noi

La Compagnia Nest al Teatro India di Roma con Gli onesti della Banda un adattamento della sceneggiatura di Age & Scarpelli con Totò e Peppino. Recensione.

Foto Carmine Luino

Mutare il titolo della sceneggiatura di Age&Scarpelli, La banda degli onesti (divenuta celebre nel film con Totò e Peppino diretto da Camillo Mastrocinque) è un segno chiaro per Nest, compagnia diretta da Giuseppe Miale di Mauro da poco passata al Teatro India con un dittico a loro dedicato. Il capovolgimento in Gli onesti della banda non è tanto un gioco di parole atto a manifestare la riscrittura, a cura dello stesso regista assieme al romanziere Diego De Silva (la cui scrittura ferocemente ironica e auto-dissacrante tipica di titoli divenuti cult come Non avevo capito niente fa posto a una comicità più diretta); è, più intimamente, un voler dichiarare la propria identità di compagnia, la loro mission culturale e teatrale. Che il “lavoro sul territorio”, avallato in tantissimi casi per vocazione artistico-formativa, a volte anche per necessario arrotondamento economico, sia una pratica oramai divenuta consueta, è un dato acquisito; quando avviene in un quartiere disastrato della periferia napoletana come San Giovanni a Teduccio, un altro. Essere onesti, dirlo in scena e performarlo in piazza: la prima de Gli onesti, raccontano su Il dubbio, era andata così, con la gente affacciata ai balconi, gli amici invitati a salire per vedere lo spettacolo gratis, l’urlo unanime alla fine: «noi vogliamo essere onesti!». Quasi fosse il teatro, di nuovo finalmente, una festa popolare, catartica.

Foto Carmine Luino

Portato al chiuso, lo spettacolo presenta in scena due luoghi, la portineria e la tipografia: gabbiotti e al contempo gabbie di società che, come quella della povertà pre-Boom (il film era del ’56) così questa della Napoli asserragliata da criminalità più o meno esplicitamente dichiarata, faranno sorgere nei protagonisti l’idea pericolosa che la via dell’illegalità sia l’unica possibilità per continuare a vivere. Nell’originale Totò, Peppino e De Filippo e Giacomo Furia (pittore di vetrine, qui assente), avendo ricevuto un vecchio cliché della Zecca rubato in tempi antichi con tanto di carta filigranata, si convincono a produrre denaro illegalmente, fanno credere di averlo iniziato a spendere, ma si pentono ancora prima di averlo fatto realmente, tanto è il senso di colpa, il timore di poter essere scoperti dal figlio del protagonista, finanziere.

Foto Carmine Luino

Rincarando la dose, in questo riadattamento dove non è il bel figlio di Totò ma il fratello un po’ spaccone a innescare la resa dei conti, non c’è solo il timore di perdere casa per Tonino (portinaio per “eredità paterna” in verità perso nei suoi libri è Adriano Pantaleo) o il lavoro per Peppino (Giuseppe Gaudino, convinto che basti un grembiule diverso per  dirsi al passo coi tempi); non c’è solo il ragionier Casoria (viscidissimo, capello sudaticcio e fare persuasivo il personaggio reso da Francesco Di Leva, forse il più riuscito), c’è anche l’usuraio in finta carrozzella (Ernesto Mahieux), che con nonchalance continua a chiedere il pizzo e ad avere il controllo su quel che accade nel “suo” quartiere. Non è una banconota spesa in tabaccheria, ma l’estorsione, la spinta a essere come gli altri, ad avere l’orologio d’oro come chi conta, a dirsi furbi o più furbi come chi comanda. È il pensiero comune, un sogno/incubo, in cui gli altri ti dicono che va bene imbrogliare («ma come, hai un  fratello alla tributaria e non ne approfitti?»), è il timore di perdere gli affetti, la paura quanto mai reale di non essere riconosciuti.

Foto Carmine Luino

In questo la drammaturgia arriva al punto con un senso di leggerezza e di comicità che coinvolge tutti, che innesca il riso per le scivolate dei personaggi, in una ritmicità matematica. La presenza di elementi comici a volte fa corre il rischio di ingrassare il pubblico, esagerando con le trovate, con gli orrori grammaticali puntualmente corretti dall’intellettuale Tonino, con gli ammiccamenti della e alla moglie di lui; ma è un rischio che passa in sottofondo, tanta la prontezza di questi attori, qui caratteristi ad hoc. Del resto ridiamo, tutti, e ridendo ci allontaniamo da quel pensiero che avrebbe potuto vederci complici, d’accordo anche noi che basta imbrogliare appena un po’ per vivere. Loro, Tonino e Peppino, devono necessariamente andare fino in fondo, quasi sembra didascalico ribadire di essere liberi perché coscienti della gabbia in cui li hanno costretti. Loro, in piazza e in teatro, lo hanno già dimostrato.

Viviana Raciti

Teatro India, Roma – febbraio 2019

GLI ONESTI DELLA BANDA
liberamente tratto dalla sceneggiatura de La Banda degli Onesti di Age e Scarpelli
riscrittura di Diego De Silva e Giuseppe Miale Di Mauro
regia Giuseppe Miale Di Mauro
uno spettacolo della Compagnia Nest
con Ivan Castiglione, Maria Chiara Centorami, Francesco Di Leva
Giuseppe Gaudino, Adriano Pantaleo, Luana Pantaleo, Anna Stabile
e con la partecipazione di Ernesto Mahieux
e con i ragazzi del laboratorio #Giovani’ONest
scene Luigi Ferrigno
costumi Giovanna Napolitano
luci Luigi Biondi e Giuseppe Di Lorenzo
musiche originali Mariano Bellopede
foto di Carmine Luino

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Viviana Raciti, siciliana d’origine, dopo gli studi classici si trasferisce a Roma, dove si avvicina al mondo dell’arte attoriale e all’animazione teatrale, per poi preferire la strada della critica. Nel 2015 consegue la laurea magistrale presso l’Università La Sapienza in ‘Saperi e Tecniche dello spettacolo teatrale’ con una tesi dal titolo La produzione drammaturgica di Franco Scaldati. Ordinamento, schedatura e analisi, mettendo per la prima volta in luce l’effettiva entità del corpus di opere dell’autore palermitano. Sempre sulla figura di Scaldati ottiene la borsa di dottorato presso l’Università di Tor Vergata. Dal 2012 è redattrice presso la testata online «Teatro e Critica» scrivendo di teatro, danza e teatro ragazzi, mentre dal 2015 fa parte della redazione della testata culturale «Move in Sicily».
Comments
  • Antonii 18 febbraio 2019 at 13:27

    È sempre brutto quando dei giornalisti che speravo onesti sono poi asserviti a logiche strane di moda. Adesso vanno questi cialtroni che riscrivono film e quindi. La giornalista ha trovato del buono e l’ha esaltato. Ma ha evitato di dire il resto. Recitazione piatta, assenza di regia, ammiccamenti continui (questo velatamente l’ha scritto.) Banalità atroci a go go. Mah, che dire? Vi ho sempre creduto più attenti e selettivi. Evidentemente mi sfugge qualcosa.

  • Viviana Raciti 18 febbraio 2019 at 14:21

    Gentile Antonii, la ringrazio per il suo spunto di riflessione e per il commento appassionato. L’operazione di riscrittura della compagnia era chiara, è possibile trovarla più o meno interessante; come dico nell’articolo, per me è interessante un’operazione del genere nel contesto in cui è nata.
    Per quanto riguarda le notazioni che riporta, possiamo stare a lungo a discutere, e sarebbe assolutamente fruttuoso anche non trovandoci d’accordo. La invito a scrivere, se ha piacere, anche in posta di redazione, sarò lieta di continuare eventuali dibattiti. Un aspetto sul quale mi trovo a dissentire fermamente riguarda la presunta non onestà di sguardo. La nostra rivista è indipendente e rimane tale a prescindere dalle mode, su questo posso tranquillizzarla. Cordiali saluti, VR

  • Antonio 18 febbraio 2019 at 16:48

    Da alcune recensioni non si direbbe. Solo la mia opinione. Sarò lieto di scriverle ancora. Capisco benissimo lo spirito con cui lei parla dell’operazione e del contesto nel quale ha avuto la luce, però non posso essere d’accordo, anzi mi rende ancora più diffidente nei confronti di uno spettacolo che si adagia sul quel contesto, perciò facile, furbo, ammiccante, poco onesto intellettualmente. Sulla facciata del teatro Massimo di Palermo si trova una scritta che è monito e suggerimento per chi intraprende l’arte teatrale: vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire. Mi colpì, e ci penso ogni volta che guardo uno spettacolo.

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