La tragedia del vendicatore. Shakespeare without Shakespeare?

Arriva al Teatro Argentina di Roma La tragedia del vendicatore di Thomas Middleton diretto da Declan Donnellan con un cast tutto italiano. Recensione.

foto di Masiar Pasquali
foto di Masiar Pasquali

Uscendo dalla prima romana de La tragedia del vendicatore, e leggendo la corposa rassegna stampa a questo titolo dedicata, sembra che la domanda fondamentale sia molto simile a quella: Beatles o Rolling Stones? William Shakespeare o Thomas Middleton?
Tante volte ripetiamo quanto avere di fronte un’opera del Bardo sia, tanto per gli artisti quanto per gli spettatori, un vantaggio, perché lì dentro «c’è tutto», quello lì «ha inventato l’uomo», perché, magari lasciandosi ispirare dai grandi tragici greci o dalla letteratura e novellistica italiana, è riuscito a mettere in versi paradigmi e archetipi dell’umano in grado di sopravvivere per dei secoli interi senza invecchiare di un anno. Perché questi sono i veri classici: comunque li lanci, come un dado, ti restituiscono una faccia. Una volta è un sei, una volta un due, ma qualcosa da dire ce l’hanno sempre.
Eppure, parlandone di recente con una collega inglese, che si occupa di critica e insegna al Royal Holloway e al King’s College, ella commentava quanto sia difficile usare Shakespeare come modello per approfondire la storia del teatro e della drammaturgia occidentali, così come l’evoluzione dei tipi umani e, insieme, della lingua. Perché, almeno in quel Paese, Shakespeare è talmente parte dell’immaginario culturale da divenire intoccabile, ormai incasellato nel profluvio di studi critici e filologici e nell’ancora più tenace senso comune, al punto che i suoi drammi sono diventati la madre di ogni ragionamento sul potenziale della rappresentazione. Allora forse provare a spostare di poco il tiro su un autore coevo permette di vedere, in filigrana, qualcosa di più di quel modo di fare teatro.

foto di Masiar Pasquali

Un pila di articoli accademici si erge a cercare di dimostrare come l’opera del Bardo beneficiasse di consulenze e revisioni da parte di altri colleghi meno esposti ai riflettori; uno di questi pare fosse proprio Thomas Middleton.
La tragedia del vendicatore, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano ed Emilia Romagna Teatro Fondazione (ERT) nella versione italiana di Stefano Massini per la drammaturgia e la regia dell’inglese Declan Donnellan, ha riempito la platea del Teatro Argentina in una prima spumeggiante e tuttavia non avara, nel percorso verso l’uscita, di commenti contrapposti. Chi ha visto un’originale e «molto contemporanea» messinscena «elisabettiana» (quando in realtà Middleton scrive in epoca giacomiana), chi invece ancora si domanda perché mai nel 2019 si debba investire del denaro pubblico per presentare «questa roba polverosa», ché «non basta un cast di giovani per renderla adatta a noi». «Sì, ma che cosa abbiamo imparato?», chiedeva una giovanissima spettatrice alla sua anziana accompagnatrice.

Le scene di Nick Ormerod (che con Donnellan costituisce il motore artistico della compagnia Cheek by Jowl), mescolano come sempre impatto visivo e intelligenza funzionale. Una parete di pannelli di legno (su cui all’inizio viene stampata la parola «VENDETTA») scorre, manovrata dagli attori, aprendo varchi verso proiezioni video: ora un gigantesco rosone, ora particolari di ritratti rinascimentali, dove riconosciamo Piero della Francesca, Mantegna, forse Tiziano. Questo perché dobbiamo ricordarci che, qui come in molti dei testi di Shakespeare, l’ambientazione è l’Italia, quel crocevia di emozioni allora ancora esotico agli occhi del pubblico d’Oltremanica, un universo quasi tribale dove era possibile sterminare intere famiglie per risolvere livori personali, ma soprattutto conosciuto già allora come tempio della corruzione, della falsa retorica, tutti temi cari al teatro elisabettiano e, ancor più, giacomiano.
Il vendicatore è una sorta di Iago che architetta un complicato raggiro per ottenere giustizia sulla morte della fidanzata Gloriana, di cui è responsabile il Duca. Ci sarà da spargere molto sangue e da arrendersi ai fatali scambi di persona o alla sincronia degli eventi che, laddove fallisce, innesca carneficine inaspettate.

foto di Masiar Pasquali

Nell’incontro tenutosi all’Argentina il 29 gennaio (ospite, insieme al cast, la studiosa di letteratura inglese Daniela Guardamagna) si parlava del pregio di questo allestimento, nell’adattamento di Massini così come nella regia di Donnellan, quello di non prendere troppo sul serio le atmosfere cupe (pur segno storico dei tempi) e la macchia tragica che avvolge quasi tutti i personaggi, ricalcando un’ironia già impressa nella struttura e nel linguaggio del testo. Si mette sulla scena fin dall’inizio il cadavere decomposto di Gloriana, si indugia – con l’aiuto ormai immancabile, in tutto il teatro di regia europeo, di una telecamera che riprende i primi piani dal vivo proiettandoli sul fondale – sulla tortura inflitta al Duca, dove si sforbiciano lingua e palpebre e la trachea si apre in generosi schizzi di sangue – sullo schermo rigorosamente in bianco e nero. La reazione a catena finale produce una programmatica risata generale, quando, uno dopo l’altro, chiunque indossi la corona finisce accoltellato dall’altro. La vicenda procede per scarti metateatrali, segnati da travestimenti e a parte che spiegano al pubblico le trame dell’intrigo e, strizzando l’occhio al concetto di maschera, i personaggi portano nel nome la propria natura: Lussurioso, Spurio, Ambizioso, Supervacuo, Castiza e Vindice, appunto «colui che si vendica».

foto di Masiar Pasquali

Ecco dunque che certi passaggi drammaturgici rimandano alle famose tragedie shakespeariane, in particolare Macbeth, Misura per MisuraTito Andronico, tra quelle che pare abbiano visto passare la mano del Middleton collaboratore. Il gusto per il macabro e per l’orripilante è un tributo filologico all’immaginario del tempo; sulle tenebrose e nevrotiche musiche composte da Gianluca Misiti, prende corpo un lavoro d’attore che Donnellan ha impostato senza incatenarlo a un canone, lasciandolo piuttosto libero di agire nel campo delle relazioni, della prossemica e dell’uso dello spazio.

Fausto Cabra incarna il revenger (altro archetipo tipico dell’epoca, al quale in parte si rifà lo stesso personaggio di Amleto) con una foga indefessa che gli scuote il corpo, disegnando sul viso una perenne espressione di godimento sadico, anche quando si camuffa per mettere alla prova l’integrità morale di madre e sorella. Massimiliano Speziani tratteggia un Duca inetto e gozzovigliante, compatto nel physique du role del politico contemporaneo. Va dato credito alla forte interpretazione di Pia Lanciotti, che delega al movimento delle braccia il complicato dedalo delle emozioni, mentre Ivan Alovisio, che interpreta l’erede al ducato, si cuce addosso un personaggio grottesco e irresistibile, poggiando l’interpretazione su un’efficace alternanza quasi schizofrenica di parossistici ruggiti e tremori da “figlio di papà”.

foto di Masiar Pasquali
foto di Masiar Pasquali

Riconsiderando i commenti della platea, pensiamo che la macchina funziona, che questo è il perfetto spettacolo da Teatro Nazionale e, perché no, internazionale (visto che lo spettacolo andrà in Russia, in Portogallo, in Inghilterra). Qui, la sua circuitazione accontenta gli abbonati, richiama pubblico giovane – molte le scuole – e offre allo spettatore italiano il gusto di vedere come si faccia regia in Europa. Se la schietta libertà dagli schemi dimostrata da Donnellan perde qualche occasione per un più maturo e responsabile affondo nell’oggi, generando nell’incontro con gli artisti la domanda diretta su «che cosa vi sia di contemporaneo», forse bisognerebbe dividere la responsabilità con l’operazione culturale dei teatri che lo stanno ospitando. Se proprio vogliamo scomodare una star internazionale e un cast di quattordici (generosissimi) attori e attrici, perché non provare a colpire davvero nel segno? Utilizzando magari il classico come grimaldello del contemporaneo, evitando di presentare Thomas Middleton come un autore che “assomiglia” a Shakespeare. Contro il quale, è vero in Inghilterra come in Italia, nessuno l’avrà mai vinta.

Sergio Lo Gatto

Teatro Argentina, Roma – gennaio 2019

LA TRAGEDIA DEL VENDICATORE
di Thomas Middleton
drammaturgia e regia Declan Donnellan
versione italiana Stefano Massini
con Ivan Alovisio, Alessandro Bandini, Marco Brinzi, Fausto Cabra, Martin Ilunga Chishimba, Christian Di Filippo, Raffaele Esposito, Ruggero Franceschini, Pia Lanciotti, Errico Liguori, Marta Malvestiti, David Meden, Massimiliano Speziani, Beatrice Vecchione
scene e costumi Nick Ormerod
musiche originali Gianluca Misiti
luci Claudio De Pace
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa – Emilia Romagna Teatro Fondazione (ERT)

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.