Il teatro popolare d’arte e la commedia umana

Torna in scena il Miles Gloriosus tradotto e diretto da Marinella Anaclerio per la Compagnia del Sole. Un ragionamento sulle ragioni della commedia oggi. E una recensione.

foto di Giacinto Mongelli

Se quel misterioso secondo libro della Poetica fosse stato scritto e se fosse giunto fino a noi, chissà davvero che cosa avrebbe detto Aristotele a proposito della commedia. L’avrebbe scomposta come ha fatto con epica e tragedia? Vi avrebbe costruito attorno delle gabbie retoriche e strutturali? Anche di essa avrebbe decretato il successo o l’insuccesso sulla base di principi ordinatori in grado di allacciare il pensiero dell’autore allo sguardo dello spettatore? Oppure si sarebbe lasciato vincere dalla potenza di un genere ferino, viscerale e profondamente umano? Secondo i monaci benedettini romanzati da Umberto Eco ne Il nome della rosa, «Ogni libro di quell’uomo [Aristotele] ha distrutto una parte della sapienza che la cristianità aveva accumulato lungo i secoli».

foto di Giacinto Mongelli

Se non vi è qui di certo la pretesa di fare della storia o dell’esegesi, parlare di questi classici attraverso la lente della teatralità contemporanea ci invita a individuare delle chiavi di lettura, a comprendere sempre meglio come il teatro che maneggia testi del passato si trovi costantemente in bilico tra l’avvicinamento a una convenzione del passato e il suo tradimento. «Tradurre è sempre tradire». Eppure esistono modi più o meno autoritari di farlo.
La Compagnia del Sole vede il 2010 come data di fondazione, ma il loro lavoro – diviso produttivamente tra Roma e Bari ma esteso a tutta Italia – rielabora, mette in crisi e ricostruisce le precedenti esperienze dei due fondatori Marinella Anaclerio e Flavio Albanese (al secolo titolari del progetto Beato e Angelica). Il loro Miles Gloriosus di Plauto (visto al Nuovo Teatro Abeliano di Bari in questo dicembre 2018) è una felice e dirompente dimostrazione che un classico può parlare agli spettatori del presente senza necessariamente sacrificare i punti salienti della propria convenzione.

foto di Giacinto Mongelli

Le scene contemporanee non hanno mai smesso, di epoca in epoca, di recuperare i classici. Eppure molto spesso, soprattutto nella tragedia, si assiste a un disegno di personaggi e situazioni che è il frutto schietto delle evoluzioni moderne, affidando ad esempio a personaggi tragici – che nei secoli passati delegavano la propria presenza alla musica del verso e a riferimenti a un immaginario universalmente condiviso – la discesa verticale dentro labirinti psicanalitici. Quel che accade con la commedia è che si tenti, spesso, di riportare le intuizioni di autori come Aristofane, Plauto o Terenzio dentro gli schemi triti di ciò che oggi noi chiamiamo il “comico”.

foto di Giacinto Mongelli

Se la tragedia è l’imitazione di una «azione seria e compiuta», la commedia originaria sembra proprio voler dimostrare che le azioni di un uomo tendono a disfarsi sotto la spinta di quelle di un altro. Il ruolo della donna, poi, nel genere comico sarebbe andato cambiando, rendendosi in grado di espugnare, in maniera più o meno consapevole, la supremazia dell’altro sesso, se non realizzando un capovolgimento, dimostrando una dualità irrisolvibile.
Lo aveva capito perfettamente Plauto, di certo vittima – come tutta la scena latina e, prima, quella attica – di spiccata misoginia, e tuttavia incline a mostrare le contraddizioni interne, montando gli ingranaggi della sua infallibile macchina drammaturgica su ciò che in futuro sarebbero diventate vere e proprie maschere. In questa geniale palliata, il servo astuto e quello idiota, il ridicolo soldato fanfarone, la cortigiana coraggiosa, il vecchio complice… un esercito di caratteri finemente tratteggiati viene presentato al pubblico senza mai aver bisogno di rubare secondi al dipanarsi della trama.

Il tronfio Pirgopolinice (Claudio Castrogiovanni) ha rapito la bella Filocomasio (Patrizia Labianca) dalle braccia dell’amato Pleusicle (Tony Marzolla) e, da Atene, l’ha portata a Efeso. Con la complicità del vecchio Periplectomeno (Luigi Moretti), il servo Palestrione  (Flavio Albanese) architetta una vera e propria “farsa” per ridonare libertà agli amanti, inventando: una sorella gemella, una finta moglie (Antonella Carone) che si finge innamorata del soldato millantatore, una madre malata da raggiungere, un peschereccio comandato da un finto capitano, una dote da raggranellare in modo che i legami siano recisi e poi ricostruiti altrove. Attorno a Pirgopolinice e allo sprovveduto Artotrogo (Dino Parrotta) si stringe una tenaglia gelatinosa, fatta di inganni e divertimento.

foto di Giacinto Mongelli

Due anni di lavoro a tavolino erano occorsi, nel 2006, a Marinella Anaclerio per consegnare alla compagnia (prodotta dall’allora Stabile delle Marche) una traduzione originale. Oggi, con un cast rigenerato, torna in scena. Si tratta di una minuziosa operazione di equilibrio tra traduzione e tradimento, che riproduce il ritmo straordinario delle battute e quello chirurgico della struttura, nella quale si alternano “a parte”, scene a due e complicati intrecci di profondità d’azione, dove il parlato principale gode di fondamentali controscene. Il trucco di questo allestimento è quello di squadernare il testo nella proverbiale “scena di strada” (efficaci pedane e baracche di legno che potrebbero essere state trasportate sul Carro di Tespi), rendendo appuntite le battute fondamentali e però lasciando socchiuse piccole asole in cui si infila l’ago di una recitazione debordante. Ci si accorge che una compagnia ha raggiunto un equilibrio quando concentrarsi sul servizio reso da ogni attore e ogni attrice appare da un lato insufficiente per la breve gittata di uno scritto, al contempo riduttivo rispetto alla ricerca di una potenza di fuoco collettiva.

foto di Giacinto Mongelli

Di certo sono da annotare le risate sincere e irrefrenabili di una platea gremita: sono il prodotto di premurose e appassionate negoziazioni tra sapienti attori e generosa regia e proseguono anche durante la cena post-spettacolo, dove si parla di che cosa si possa aggiungere nella matinée del giorno dopo, dove si lotta per la sopravvivenza di questo o di quel lazzo, mentre è impossibile non brindare al successo della serata. Ma, al di là di questo, va evidenziata la consapevolezza acquisita da questo eterogeneo gruppo di artisti nei confronti della temperatura della platea. Plauto e la Compagnia del Sole si sono ritrovati, durante una fredda serata barese, a comporre un complesso e stratificato discorso sulla relazione che tiene vivo il teatro, infilando, come uno stiletto nel fianco, brevi frasi di ragionamento sull’umano che rompono il ritmo e riconsegnano allo spettatore lo stato di veglia e di responsabilità sociale.
Come possono emergere solo nell’onda forsennata di una commedia totale, sfacciata e divertita, le epifanie su chi siamo e che cosa vogliamo e sul potente mesmerismo del teatro danno qui forma a uno splendido esempio di “teatro popolare d’arte”, una “commedia umana” che dovrebbe e potrebbe tornare a essere un modello contemporaneo.

Sergio Lo Gatto

Nuovo Teatro Abeliano, Bari – dicembre 2018

IL MILES GLORIOSUS DI PLAUTO
traduzione e regia di Marinella Anaclerio
con Flavio Albanese, Stella Addario, Antonella Carone, Claudio Castrogiovanni, Patrizia Labianca, Loris Leoci, Tony Marzolla, Luigi Moretti, Dino Parrotta
scena Pino Pipoli
costumi Stefania Cempini
disegno luci Mauro Marasà
assistente alla Regia Antonella Ruggiero
organizzazione Tiziana Laurenza
comunicazione Daniele Pratolini

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.