La Biancaneve di Emma Dante. Un gesto per tutte le generazioni

Al Teatro Palladium di Roma arriva Gli alti e bassi di Biancaneve, «favola per bambini e per adulti» scritta e diretta da Emma Dante. Recensione.

foto di Carmine Maringola

Bertolt Brecht diceva che sul palco c’è bisogno solo degli oggetti che saranno utili alla scena. E sui palchi diretti da Emma Dante questa regola è ferrea, indistruttibile, a tratti minacciosa. Il vuoto che circonda i corpi assume sempre le forme di un’entità ulteriore, dialoga con l’eco delle battute, lascia ai movimenti tempo e ritmo per riorganizzarsi nello spazio, sopravvive come un sovra-personaggio, di cui si sa niente e niente riesce ad avere il totale controllo.
Gli alti e bassi di Biancaneve, testo e regia di Emma Dante, arriva al Teatro Palladium di Roma, nel programma della ventesima edizione del Festival Flautissimo, kermesse interdisciplinare tra musica e arti performative organizzata dall’Accademia Italiana del Flauto e diretta da Stefano Cioffi.
Quella proposta dalla regista e drammaturga palermitana è una «favola per bambini e adulti», come lo sono La bella Rosaspina addormentata, Anastasia, Genoveffa e Cenerentola (entrambe dai Fratelli Grimm) e Tre favole per un addio (da La piccola fiammiferaia, La Sirenetta e Le scarpette rosse di Hans Christian Andersen). Tra le più sanguigne e viscerali delle artiste e degli artisti del nostro teatro contemporaneo, Emma Dante non si smentisce nemmeno quando vuole rivolgersi al pubblico dei più piccoli. E, soprattutto, quando accetta la sfida di questa grande responsabilità.

Nella pomeridiana di sabato la platea del Palladium è gremita, gli adulti sono ancora la maggioranza: le loro risate gutturali, i loro commenti, i loro «che cosa ha detto?», il loro rispondere pronti agli ammiccamenti a loro dedicati commentano l’intero spettacolo. Eppure, diversamente da quanto ci era accaduto in passato, questa volta anche bambine e bambini si lasciano trasportare dentro questo breve apologo, la vicenda della reietta braccata da una matrigna cattiva che vorrebbe la bellezza tutta per sé e poi salvata da una sorta di principe “suo malgrado”, qui in smanicata blusa bianca e tanto sudore.
Sudore, sì, perché questo è ciò che mai manca nelle creazioni di questa grande artista. Sul palco si affaccendano due attrici e un attore (Italia Carroccio, Daniela Macaluso e Davide Celona). La loro fisicità è messa alla prova da un complicato alfabeto di codici mimici, il loro corpo tramutato in voci sfaccettate e soprattutto in stature che cambiano.

foto di Carmine Maringola

Le proporzioni dei corpi segnano il passo di una scarna ma eloquente drammaturgia. Si parte da una perfetta simmetria, quella della Regina e del proprio specchio (un suo doppio maschile che, sussurrando le stesse parole, replica alla lettera le movenze, una corona calata sul viso di entrambi, oscurato da una sorta di velo funebre), giocata sullo sfondo di un sipario fatto di finte piante rampicanti e di una pioggia di cravatte; si prosegue con il viaggio di Biancaneve nel bosco che, come segno per manifestarsi, usa il buio totale e una torcia che illumina la bocca parlante. Poi il sipario si fa più basso e ospita il rifugio dei sette nani, instancabili lavoratori che fanno capolino per spiegare come un’esplosione in miniera abbia tagliato loro le gambe. Incontriamo la strega, ritta sui trampoli che la rendono imponente, offrire la proverbiale mela, che torna sputata in faccia agli spettatori, in zampilli di materia organica e saliva. Ci riconciliamo, infine, con l’amore, quando il goffo principe arriva a far volteggiare le sottovesti della giovane donna in una danza solenne, gioiosa e, a proprio modo, struggente, ché forse è la danza del diventare adulti, in grado di appiattire tutta quella verticalità di proporzioni lungo un unico vettore orizzontale.

foto di Carmine Maringola

Il gioco dei simboli, di per sé, conquista soprattutto gli adulti. La stretta parlata sicula, complice un’eco forse più ampia del previsto, fa smarrire certi passi della semantica del discorso. Eppure la partitura gestuale è talmente umile e precisa da consegnare intatta una drammaturgia semplificata ma non banale, in cui – traslati nella feconda confusione del recitare – il genere maschile e quello femminile si incontrano a metà, in un forsennato rito della rappresentazione e della teatralità.
Come spesso accade nei lavori di Emma Dante, quasi alcuno spazio è lasciato alla sottigliezza dell’emissione vocale, il diaframma spinge al massimo e il corpo delle attrici e dell’attore si fonde volentieri in un intenso e continuo lavorio di muscoli e gesti.
La proverbiale “morale della favola” è lasciata in pasto alla responsabilità dei più piccoli di intervenire nel completare le frasi, lasciando che il significato si apra al sacro rituale della compresenza, del ritmo, della concitazione emotiva e, soprattutto, performativa.

foto di Carmine Maringola

Qual è il bersaglio di questa operazione sul giovane pubblico? Di certo sembrerebbe quello di tradurre in una ricostruzione per immagini e suoni (il siciliano è, a tratti, davvero incomprensibile) la sproporzione di immaginario e di figurazione che separa due o tre generazioni. E, con la stessa certezza, con la stessa baldanza, esplode la magia di un’arte dell’attore che quasi sempre si fa grado espressivo di un discorso altro, diverso dalla consueta narrazione. Un riflesso della riflessione che un adulto può portare attorno al mondo immaginifico dell’infanzia, il quale procede per antitesi e dimentica la tesi di fondo, risolve profondi conflitti interiori in prove da superare, scambia la paura di crescere per la necessità di riconfermarsi limpidi, genuini, ingenui. Bambini sempre.
È così che questa Biancaneve riesce ad assicurarsi attenzione e passione, a mescolare il pubblico in un unico afflato di partecipazione, trattando – come non del tutto riuscivano a fare le tre precedenti «favole» – diverse generazioni come un unico composito destinatario.

A distanza di poche file, almeno tre generazioni si sentono padrone della stessa possibilità di immaginare. E così infanzia (meraviglia), adolescenza (scoperta) ed età adulta (disillusione) convivono nel rito di un’umile e cristallina comunione della visione. Senza – per fortuna – alcuna possibilità di emancipazione.

Sergio Lo Gatto

Teatro Palladium, Roma (Flautissimo Festival) – dicembre 2018

GLI ALTI E BASSI DI BIANCANEVE
testo e regia Emma Dante
scene e costumi Emma Dante
con Italia Carroccio, Davide Celona, Daniela Macaluso
luci Gabriele Gugliara

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.