Essere o non essere un robot. Teatro e nuove tecnologie

Prendendo spunto dalla sezione Digitalive di Romaeuropa, dove abbiamo visto Eingeweide di Marco Donnarumma e Margherita Pevere, una riflessione sulla ricerca tecnologia d’avanguardia applicata al teatro e alla danza, filone che negli ultimi anni ha perso vitalità, almeno nel nostro paese.

Eingeweide, di Marco Donnarumma. Foto Manuel Vason

Quest’anno Digitalife, la sezione del Romaeuropa Festival dedicata alle nuove tecnologie, ha preso il nome di Digitalive (in collaborazione con il festival di musica elettronica Spring Attitude) rimarcando così lo spostamento, per la quasi totalità, dal percorso installativo ed espositivo degli anni scorsi verso una modalità legata alla rappresentazione.

La questione è importante perché ci permette di riflettere su una ricerca che per la maggior parte, almeno nel nostro paese, si è assopita: parlo proprio della sperimentazione tecnologica più spinta applicata alle arti performative e più nello specifico a teatro e danza.

Fino a qualche anno fa la ricerca teatrale destinava ampi spazi al versante tecnologico. Santasangre ad esempio era una compagnia che lavorava su un teatro altamente influenzato dalle nuove tecnologie, una poetica che con Seigradi (2008) raggiunse visibilità nazionale, nella quale l’interazione tra il corpo della performer e le apparizioni olografiche drammatizzavano la questione climatica. Negli stessi anni mi capitò di vedere, in Le madonne, anche un alfiere del teatro di parola come Roberto Latini recitare con un esoscheletro per il motion capture attraverso il quale un software ricreava l’avatar digitale dell’interprete; sempre Latini con questa tecnica aveva messo in scena Ubu incatenato. Tornano in mente anche alcune prove di Muta Imago frutto di un percorso tecnologico-artigianale.

Santasangre in Seigradi

Era qualcosa che accadeva in anni di grande vivacità, nel primo decennio del nuovo millennio: doveva ancora affermarsi l’era delle reti digitali sociali, ma l’elaborazione video, la costruzione tridimensionale digitale e le tecnologie di proiezione incuriosivano i nuovi artisti della scena teatrale. D’altronde dalla fine degli anni ‘70, in quella che lo studioso Andrea Balzola in La scena tecnologica (Dino Audino Editore, 2011) definisce “una vera e propria mutazione genetica” del teatro, erano arrivati esempi eccellenti: una seconda ondata del cosiddetto teatro immagine si confrontava con tubi catodici e sintetizzatori, dal lavoro di Studio Azzurro/Giorgio Barberio Corsetti fino ai Magazzini di Lombardi/Tiezzi, da Falso Movimento di Mario Martone (Tango glaciale è stato riallestito proprio quest’anno) alla compagnia Krypton di Giancarlo Cateuruccio e poi i lavori dei veneti TamTeatromusica. Fino agli anni ‘90 quando questo percorso toccò gruppi e artisti come i Motus, Giacomo Verde, Fanny&Alexander, Teatrino Clandestino; proiezioni sempre più sofisticate (anche eseguiete dal vivo) e computer iniziavano a farsi largo tra quinte e cantinelle. Nel 2011 un danzatore e coreografo sui generis come Alessandro Sciarroni rifletteva sull’incontro delle solitudini nella rete aprendo, nel suo spettacolo Joseph, una finestra sul mondo degli incontri virtuali attraverso l’uso live di chat roulette.

La camera astratta, Studio Azzurro, 1987

Cosa sia accaduto a questo filone, ormai nascosto in secondo piano, è difficile dirlo. È una sperimentazione che necessita di finanziamenti, tempo, competenze e spazi adeguati per libertà e dimensioni. Non è un caso che, come specifica qui Annamaria Monteverdi, l’opera lirica possa invece dar sfoggio di costose scenografie digitali. Naturalmente la tecnologia non è assente dai palcoscenici, video proiezioni e sonorizzazioni spesso di altissimo livello sono all’ordine del giorno sia nella prosa di giro che nelle più piccole sperimentazioni, manca però la relazione con l’avanguardia elettronica, questione che metterebbe in primo piano anche una possibile riflessione sui linguaggi e sulla ricaduta filosofica. Eppure questa è l’epoca delle intelligenze artificiali, dei dispositivi indossabili, dell’internet of things: impossibile non rimanere affascinati dalla relazione uomo-macchina-scena. Quali panorami artistici si apriranno una volta che gli androidi avranno raggiunto precisione tecnica e costi abbordabili per una produzione teatrale?

Uncanny Valley. Rimini Protokoll

Senza arrivare all’utopia (neanche così lontana) di craighiana memoria relativa alla Über-marionette o alle teorie futuriste che contemplavano la sparizione dell’attore in carne ed ossa, non possiamo non riflettere su questa relazione. Nel 2010 Aurélien Bory (in Italia lo vedemmo proprio grazie a Romaeuropa) in Sans Objet, faceva danzare una performer con un grande braccio meccanico. Non è un caso se un gruppo come Rimini Protokoll sta affrontando la questione lavorando proprio sulla presenza in scena di un androide che ha le fattezze umane dell’autore Thomas Melle. Lo spettacolo – in questi giorni programmato a Monaco, poi sarà a Girona e a Maggio alla Triennale di Milano – è intitolato Uncanny Valley (la valle misteriosa), modo di dire coniato dai ricercatori giapponesi per identificare quella sensazione di smarrimento provocata dalla somiglianza, ancora imprecisa, tra l’androide e l’essere umano.

Uncanny Valley. Rimini Protokoll

Dunque, è chiaro che tutto è relativo, Roma non è Tokyo o Berlino ma quest’occasione legata a Digitalive può essere un punto dal quale ricominciare. Ripartendo proprio da tentativi come quelli messi in scena a Testaccio, tra i quali: Back Symphony, l’orchestra non umana di Quiet Ensemble, caratterizzata dall’automazione di oggetti, meccanismi e luci; Noise is full of words, del collettivo di Bruxelles Void, lavoro nel quale un software di riconoscimento vocale traduce in parole i suoni provenienti da alcuni strumenti musicali; oppure Dökk del gruppo Fuse, nel quale gli impulsi fisici ed emotivi di una danzatrice sono processati da un sistema di algoritmi che ricrea lo spazio visuale e sonoro attorno alla performance.

Soffermiamoci su Eingeweide, di Marco Donnarumma e Margherita Pevere, uno spazio scuro con atmosfere quasi gothic punk, due corpi nudi, quello di lui magrissimo e percorso da grandi tatuaggi. I due performer sono uniti a terra da una sorta di abbraccio che rende la postura un grande ragno dalle fattezze umane. I volti sono nascosti, si vedono però delle fasce nere sugli arti collegate a dei cavi. Si muovono lentamente, insieme, fino a quando l’uomo conquista una propria autonomia e si dirige verso una cabina posta sulla sinistra della scena, lì, veste una maschera con una sorta di proboscide robot, è una protesi guidata da intelligenza artificiale.

Eingeweide. Foto Manuel Vason

Il viso dell’uomo rimane oscurato e probabilmente anche la vista del performer lo è. Reti neuronali e appositi algoritmi fanno sì che la protesi possa muoversi imparando nel tempo e nello spazio attraverso prove, errori e tentativi. Nelle note con cui Donnarumma presenta il lavoro si legge che la produzione del suono è influenzata dagli impulsi muscolari dei performer, anche in questo caso un’intelligenza artificiale processa l’attività fisica e amplifica e trasforma il tappeto sonoro. La propaggine cibernetica dopo breve tempo comincia a influenzare i movimenti del danzatore, sembra misurare lo spazio, oppure si contorce fino a cercare un contatto con il resto del corpo scagliandosi sul ventre del performer.

Al termine del lavoro di Donnarumma faccio la conoscenza del direttore artistico di un festival di Seoul, ci facciamo una chiacchierata sulla programmazione di Romaeuropa, gli chiedo un’opinione su quello che abbiamo appena visto. La sua risposta lapidaria potrebbe smorzare il mio entusiasmo: ciò che a me sembrava all’avanguardia per lui era pane quotidiano, dato che gli era capitato, soprattutto in Giappone, di assistere a sperimentazioni in cui attori e danzatori condividevano la scena con androidi. È nota ad esempio la collaborazione tra il regista Oriza Hirata e lo scienziato Hiroshi Ishiguro che, all’interno del progetto nato dentro L’Università di Osaka, Robot Theatre Project, hanno dato vita, tra le altre cose, a un allestimento della Metamorfosi di Kafka con un androide scheletrico in scena. O ancora, le sperimentazioni tra Teatro tradizionale Nō, motion capture nella riscrittura del Macbeth da parte del Noho Theatre Group, Sleep no more.

Appunto, tutto è relativo, ma il dibattito nella società è ormai all’ordine del giorno per quello che riguarda l’influenza di macchine intelligenti e robot sul lavoro e c’è già chi parla della necessità di revisione dei modelli economici per evitare l’ennesimo fallimento del sistema capitalistico – Bill Gates ad esempio un anno fa affermava che sarebbe logico istituire una tassa sul lavoro dei robot. D’altronde uno studio del WEF (World Economic Forum) ha recentemente stimato che entro il 2025 il 52% delle attività lavorative sarà svolto da macchine.

Le arti performative come si rapporteranno con androidi e intelligenze artificiali sempre più accurate? L’attore è già uno strumento grazie al quale l’artista stringe un patto con il pubblico che porta lo spettatore a interrogarsi sul concetto di finzione; cosa accadrà quando un robot prima di fingersi Amleto dovrà fingersi uomo?

Andrea Pocosgnich

Romaeuropa Festival – Digitalive. Roma, Ottobre, 2018

EINGEWEIDE
Direzione artistica, Performance, Messa in scena Marco Donnarumma, Margherita Pevere
Ideazione, Musica, Programmazione, Robotica, Luci Marco Donnarumma
Partner scientifico Neurorobotics Research Laboratory, Beuth Hochschule
Visual design robotica, Costumi Ana Rajcevic
Modello e ingegneria robotica 3D Christian Schmidts
Disegno luci Andrea Familari
Produzione Claudia Dorfmueller
Fotografo Manuel Vason
Live audio mastering Dadub Studio
Programmazione aggiuntiva Alberto de Campo
Tecnologia luci Protopixel
Commissionato da CTM Festival (DE) Con il supporto di Goethe Institut’s International Coproduction Fund Realizzato nell’ambito di Graduiertenschule, Berlin University of the Arts

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