Hamlet di Drammateatro. Un nuovo inizio alla rovescia

Hamlet di Drammateatro con la regia di Claudio di Scanno inaugura la riapertura del teatro comunale di Popoli, in Abruzzo, a nove anni dal sisma.

Foto di Ivano D’Ortenzio

Popoli è una piccola città nel cuore d’Abruzzo. Partendo da L’Aquila la si avvicina dall’alto, calandosi tra ripide discese e strade che alternano tornanti spigolosi a svolte più morbide. È un percorso che reticola la montagna e accompagna fino giù, verso lo sbocco della gola in cui il fiume Aterno cambia il suo nome in Pescara.

A Popoli, e nei territori limitrofi, il regista Claudio di Scanno lavora ormai da più di trent’anni. Al suo arrivo il teatro comunale della città era inutilizzato, non agibile e quindi bisognoso di ristrutturazione. La sua compagnia Drammateatro ha quindi abitato negli anni diversi luoghi: una scuola abbandonata, una vecchia fabbrica dismessa, una ex falegnameria, il capannone di un birrificio, la cantina in un centro storico, l’ex mattatoio di Pescara. In questo peregrinare riaffiorano le diverse traiettorie di molte altre storie di teatri, del Novecento e non solo. Il nomadismo è la chiave attraverso cui leggere anche questa vicenda, un percorso eterotopico – per dirla alla Foucault.

Foto di Ivano D’Ortenzio

Lo scorso luglio però è stato il teatro comunale di Popoli, riaperto per la prima volta dopo l’ennesima ristrutturazione post-sisma 2009, ad ospitare Hamlet, ultimo lavoro di Drammateatro.

In tempi in cui, con più o meno clamore, aprono e chiudono teatri e sale, nelle terre del sisma del centro Italia c’è però un’attenzione particolare. Perché se è vero che il teatro continua anche dopo la rovina degli spazi che abita, la riappropriazione di quegli spazi è questione di bene comune, percepita dai cittadini come istante fatale. Da anni siamo spettatori di una più o meno lenta ricostruzione dei nostri luoghi, la viviamo con un misto di sopportazione, speranza e rabbia. Ma quando entriamo in punta di piedi nel teatro comunale di Popoli, la sicumera di tornare a casa nostra e accomodarci su poltrone rosse di nuova fattura si sgretola. A destabilizzare l’aspettativa è  la scelta del regista che sceglie di farci entrare dalla finestra, per così dire. Prendiamo posto sulle sedie sistemate in palcoscenico, la via d’entrata è la meno agevole, quella degli attori. Non un foyer, né un’anticamera d’ingresso. Questa scelta non è certo innovazione, scontato dirlo, ma qui sembra avere un valore aggiunto. Di quella ricostruzione che spesso ci limitiamo a osservare ora diventiamo protagonisti:  attori sul palco di fronte alla scena desolata di poltrone ancora rivestite di cellofan. Siamo immersi in una scenografia dell’attesa, all’interno di un luogo dell’essere in divenire piuttosto che dell’apparire, ascoltiamo parole e gesti che ci appaiono solo provvisoriamente veri. Com’è per il teatro di Shakespeare, dove il testo è una traccia per perdersi e non una comoda mappa per orientarsi, e il linguaggio non è più l’unica certezza, ma un intricato percorso a ostacoli di cui sul palco siamo artefici e cassa di risonanza allo stesso tempo.

Foto di Ivano D’Ortenzio

Scegliere Hamlet, e mantenere il titolo inglese, vuol dire concentrarsi su quanto di più puro possiede questa tragedia. Non semplicemente sulle vicende di un Amleto solo ipoteticamente pazzo, innamorato o meno, clandestino nelle sue terre contaminate dalla sete di potere, ma sulle energie di un’opera di cui gli attori amplificano il testo. Susanna Costaglione è un androgino Amleto potente e fragile allo stesso tempo; Mauro Marino si muove su tacchi di una Gertrude regina quasi troppo dura per essere madre, e Beatrice Giovani è un’Ofelia che dal suo primo apparire sembra già altrove. Tutti e tre però sono anche gli altri personaggi di questa tragedia (Polonio, Laerte, Orazio ecc.), e insieme al regista Di Scanno ci raccontano meglio quell’Hamlet che pensiamo da sempre di conoscere come mito collettivo. Si muovono vicini a noi sul palco ancora polveroso, poi distanti sul fondo della sala, tra le poltrone coperte di pellicola trasparente e poi più su nella galleria. Una regia di dettagli, primi e primissimi piani, panoramiche e campi lunghi, che attraversa Hamlet come farebbe una macchina da presa, ma lontana dall’inflessibile volontà di esattezza cui spesso si accompagna la rilettura di classici.

Non c’è bisogno di sciogliere le complessità: che Amleto sia o meno pazzo, che il suo sia o no vero amore, sceglie di abitare da protagonista la trappola in cui l’ha condotto un gioco di potere corrotto. A noi che siamo cassa di risonanza delle parole di Shakespeare è chiesto il piccolo sforzo di respingere l’atrofia e guardare, almeno a teatro, il mondo a rovescio, impegnarsi a ricostruire nidi e non trappole.

Doriana Legge

Teatro comunale di Popoli (PE)

HAMLET da William Shakespeare
drammaturgia e regia di Claudio Di Scanno
con Susanna Costaglione, Mauro Marino, Beatrice Giovani
musiche in scena Marco Di Blasio e  musici del Gruppo storico del Certame di Popoli

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Doriana Legge è docente di Storia del Teatro e Problemi di storiografia dello spettacolo presso l’Università degli studi dell’Aquila. Nel 2014 ha conseguito il dottorato di ricerca in Generi letterari presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli studi dell’Aquila. Dal 2013 fa parte del comitato di redazione della rivista di studi “Teatro e Storia” edita da Bulzoni. Collabora a voci enciclopediche per il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani. Scrive per la rubrica teatrale dell’“Indice dei libri del mese”. È anche musicista e compositrice per cinema e teatro, autrice di sonorizzazioni che portano a indagare le immagini pensando relative drammaturgie sonore. Da gennaio 2017 collabora con Teatro e Critica. Per consultare i suoi lavori e pubblicazioni più recenti: https://univaq.academia.edu/DorianaLegge