Il Settimo Cielo di Caryl Churchill è l’inferno della società

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In prima nazionale al Teatro di Roma arriva Settimo Cielo di Caryl Churchill diretto da Giorgina Pi. Un esperimento drammaturgico complesso e rivelatore. Recensione.

foto di Futura Tittaferrante

La platea del Teatro India è gremita. Un sold out quasi completo ha accolto due settimane di Settimo Cielo, messinscena del testo di Caryl Churchill curata da Giorgina Pi. Il palco è avvolto nel fumo, due panchine sui lati, due coppie di poltrone da teatro, un piano elettrico in proscenio, una massa di plastica informe sul fondo che si gonfierà fino a diventare un mappamondo delle dominazioni britanniche, sotto a un’insegna luminosa violacea: Africa 1879.
È qui che è ambientata la prima metà del racconto, in una grande residenza coloniale inglese. Clive (Marco Spiga) è un pater familias che mantiene l’ordine della Corona tra le «tribù di selvaggi»; sua moglie Betty (un uomo, Alessandro Riceci) vive il tedio della propria condizione di suddita all’uomo; il figlio Edward (una donna, Tania Garribba) fa i conti con la propria sessualità, così come Harry (Marco Cavalcoli), avventuriero che fa girare la testa a tutte le donne ma che vorrebbe riuscire a esprimere la propria omosessualità.

foto di Futura Tittaferrante

L’intricato gioco delle parti (il cross casting è in didascalia), il litigio tra identità reali e identità apparenti è il centro della divertita e tagliente epopea di questa prima parte, impregnata di comicità e satira, dentro cui sfrecciano dardi indirizzati al machismo omofobo, alla sottomissione degli indigeni, al patriottismo fuori luogo di ogni ideologia coloniale. In questa casa, il selvaggio da ammaestrare sembra essere già stato ammaestrato: l’apatico servo Joshua (Lorenzo Parrotto) rinnega le proprie origini tribali e però si permette acide insubordinazioni verso la padrona; narra al bambino la mitologia della Grande Dea, lo fa sognare per poi chiudere con caustica disillusione. È lui l’unico animale intelligente, non istupidito dal pensiero unico. Eppure, ancor più che la critica sociale, in questa prima parte riverbera una complessa analisi del desiderio mancato: nella confusione dei sessi, nelle sfacciate macchiette, nello stereotipo odioso si aprono squarci di desolazione in cui precipitano gli attori prima che i personaggi.

foto di Futura Tittaferrante

Quindici minuti di intervallo bastano a far passare cento anni. In scena compaiono due panchine scarabocchiate di graffiti e siamo in un parco cittadino sul quale ora la scritta che campeggia è London 1979, la data di redazione del testo. C’è il matrimonio infelice tra Vicky (Tania Garribba) e Martin (Cavalcoli), l’amore saffico di lei con Lin (Aurora Peres, che interpretava la suocera Maud), lo scontro tra il fratello Edward (Riceci) che vorrebbe fare da moglie al libertino e insofferente amante Gerry (Spiga), l’arrivo della madre dei due, Betty (Sylvia De Fanti), decisa a lasciare il marito piombando poi nella solitudine di una donna per troppo tempo abituata a piegarsi all’uomo. Le relazioni tra i personaggi sono rese ancora più complesse dall’omonimia che lega la Londra ’79 alla vicenda coloniale. Da vezzo stilistico che sembrava all’inizio, questo dedalo di rimandi diventa la chiave per immaginare che quei cento anni, nella mente dell’autrice, siano solo un quarto di secolo o che il retaggio di quelle distorsioni ideologiche da «Rule, Britannia!» abbia trovato nutrimento in una nuova forma di decadenza socio-politica. In questa nuova ambientazione punk, a fianco alla gigantografia di Margaret Thatcher (appena eletta, allora) che vomita ghiaccioli, gli spettri della vecchia famiglia coloniale appaiono beffardi, emergono da un buio che è quello della coscienza, come a far scontare una macchia tragica.

Tenendo su un filo temi come omofobia, xenofobia, precariato, periferia, famiglia “non tradizionale” e dittatura dello status symbol, la macchina narrativa del testo è complessa, quella didattica spietata: il sogno di uno sfocia nell’incubo dell’altra, il parlato grezzo della seconda parte sbeffeggia il testo in versi delle prime scene, le vicende sfiorano una catarsi che non arriva mai e il salto temporale somiglia sempre di più a un salto dimensionale.
È così che, a metà tra la risata di un pubblico comunque complice e il ghigno incontrollato all’accorgersi dell’attualità di certi temi, una profonda sensazione di disagio si stempera nella ritmica infallibile di Caryl Churchill, una delle voci più importanti degli ultimi cinquant’anni di drammaturgia. A distanza di trentanove anni un testo come questo dà ancora prova di una profonda temperie contemporanea nelle architetture narrative, di un ingegno immaginifico degno delle più complesse serie tv, da Twin Peaks a Dark, da The Returned a The OA.

foto di Futura Tittaferrante

Forte di una solida traduzione (Riccardo Duranti), la regia di Giorgina Pi (già responsabile dell’elegante esperimento di Caffettiera Blu) si misura con una struttura drammaturgica granitica ma estremamente complessa e lo fa mettendo pochi elementi e un cast di attori che non sbaglia un colpo al servizio di una disinvolta e accattivante gestione dello spazio e delle durate. Mentre auspichiamo che questo titolo trovi una distribuzione nazionale, un’impresa meticolosa e pluriennale è il focus su Churchill Non normale, non rassicurante, di cui questo Cloud Nine è parte, e – per chi ha seguito negli anni il tentato genocidio dell’ambiente controculturale romano – è una gioia vedere come l’Angelo Mai, uno dei pochi luoghi storici della ricerca sopravvissuti, non solo riesca a sbarcare sul palco di un teatro nazionale, ma faccia tesoro della natura ibrida a cui ha votato il proprio percorso creativo.

foto di Futura Tittaferrante

Gli intermezzi musicali curati dal Collettivo Angelo Mai – che riarrangiano i testi di Churchill sui capisaldi della musica “brit” di Elton John e Clash – così come i fasci di controluce e tagli (di Andrea Gallo), resi nitidi dalla nebbia di fumo, ricreano quell’ambiente visivo e sonoro di certo suggerito anche dall’accoglienza data dall’Angelo Mai a progetti interdisciplinari e di sperimentazione musicale, fornendo all’invenzione teatrale un terreno di germinazione fertile e davvero rappresentativo della creatività di questo giovane millennio. In quella città ipertrofica e decadente che era la Londra di fine anni Settanta. O la Roma di oggi.

Sergio Lo Gatto

Teatro India, Roma – febbraio 2018

SETTIMO CIELO
di Caryl Churchill
traduzione Riccardo Duranti
regia Giorgina Pi
con Marco Cavalcoli, Sylvia De Fanti, Tania Garribba, Lorenzo Parrotto, Aurora Peres, Alessandro Riceci, Marco Spiga
scene Giorgina Pi
costumi Gianluca Falaschi
musica, ambiente sonoro Collettivo Angelo Mai
luci Andrea Gallo
foto di Luca Del Pia
nell’ambito di Non Normale, Non Rassicurante Progetto Caryl Churchill a cura di Paola Bono con Angelo Mai
con il sostegno di Teatro di Roma – Editoria & Spettacolo – SIL (Società italiana delle Letterate)
con la collaborazione di 369gradi – Tuba, libreria delle donne, bazar dei desideri – Olinda Onlus

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.