A Bolzano, la danza documentaria di Rachid Ouramdane. Intervista

Il coreografo Rachid Ouramdane è in programmazione al festival Bolzano Danza con Sfumato, creazione del 2012 che tratta il tema dei migranti costretti a spostarsi per ragioni legate al cambiamento climatico. Intervista.

foto Jacques Hoepffner

In Sfumato, creazione del 2012, la protagonista assoluta è l’acqua che appare in scena dans tous ses états: pioggia, nebbia, vapore. Rachid Ouramdane è uno di quei coreografi capaci di presentare, pièce dopo pièce, uno stile a tutti gli effetti inconfondibile. Le sue creazioni trattano, in astrazione, di temi sociali e di attualità in un modo che permette alla scrittura coreografica di essere rarefatta e allo stesso tempo estremamente eloquente. La narrazione si costruisce grazie alla capacità del coreografo di evocare con grande sapienza alcuni aspetti delle esperienze emotive dell’animo umano. Il corpo si fa materia espressiva, una materia virtuosa in quanto duttile, disponibile, scultorea e sensibile. In vista della possibilità di assistere a Sfumato, al festival Bolzano Danza, abbiamo intervistato il coreografo francese di origine algerine che attualmente co-dirige insieme a Yoann Bourgeois il Centro Coreografico Nazionale di Grenoble.

La sua danza è stata definita “danza documentaria”. Si trova d’accordo con questa definizione?

Non si tratta di una categorizzazione che rivendico ad ogni costo, ma ho apprezzato il modo in cui la critica ha cominciato a parlare del mio lavoro in questi termini. Penso che ogni oggetto artistico sia qualcosa che documenta il mondo e allo stesso tempo l’espressione di una sensibilità che è in grado di diventare documento. Per esempio, Guernica di Picasso è un documento che parla degli attacchi franchisti, è così che funziona. Oggi esiste una corrente che è stata chiamata proprio “teatro documentario” e che presenta chiari elementi e riferimenti storici, ma tutto dipende da come lo si intende. Con il mio lavoro non mi situo in questo ambito, ma è vero che lavoro spesso con degli elementi autobiografici, materiali grezzi e testimonianze del mondo che mi circonda, dunque è per questo che si può parlare di una forma di documentazione rispetto a una data circostanza del mondo reale. Quello che cerco di fare è innanzitutto la creazione di un’opera, dunque non un manifesto storico o un documentario; e con “opera” intendo la possibilità di assumermi la responsabilità della soggettività, della finzione e del détournement con cui mi avvicino ai temi che tratto, non mi rapporto unicamente alla realtà del documento e alla sua oggettività. Mi piace prendere dei materiali provenienti dal mondo e vedere come, in seguito, i casi particolari in cui mi imbatto – le persone, le situazioni, le circostanze – rimandano a una realtà più grande, toccando per esempio fenomeni sociali ben più ampi.

foto Jacques Hoepffner

L’idea del documento che lei evoca rinvia a un altro concetto, quello di traccia, di testimonianza. Mi sembra che si tratti di un altro filo conduttore della sua ricerca artistica. Sfumato è una creazione che parla del rapporto tra l’illusione e la realtà, della sparizione dei confini, dei limiti e del loro superamento…

In generale, c’è quello che ci dicono le parole, quello che ci dicono le persone e c’è quello che invece né le parole né le persone possono dire. Cerco di andare verso qualcosa che mi sembra essere essenziale nella testimonianza, in particolare me ne occupo attraverso il modo in cui creo il montaggio di uno spettacolo. Provo quindi a rintracciare un’essenza e a concentrarla, eliminando tutto ciò che potrebbe a mio avviso dare troppe informazioni sul contesto, sulla persona, anche dal punto di vista della privacy. Cerco di proporre allo spettatore un’esperienza sensibile capace di offrire una temporalità diversa a questo tipo di narrazioni; spesso, infatti, questo genere di temi su cui lavoro ha a che fare con la nozione di “spostamento”, per esempio i rifugiati politici, gli esiliati, i migranti e i rifugiati per ragioni climatiche. Queste sono tutte testimonianze di cui si sente molto parlare, specialmente da voi in Italia che in questo momento affrontate l’arrivo di vere e proprie masse di migranti. Il mio obiettivo è far sentire delle cose che, in questo tipo di narrazioni, non si possono immediatamente percepire. Voglio condividere la profondità, la sensibilità e anche il trauma, non cerco di descrivere il fenomeno da un punto di vista qualitativo o oggettivo, ma cerco di lavorare sulla percezione di queste persone, sull’esperienza che ognuno di loro ha avuto. Le storie delle persone che migrano a causa dei cambiamenti climatici possono essere anche molto diverse tra loro, dunque desidero fare in modo – non potendo riuscire di certo a rallentare il riscaldamento globale o fermare il conflitto in Siria attraverso i miei spettacoli – che lo spettatore possa prendere coscienza di qualcosa. Cerco di capire come si possano trasformare o attivare delle riflessioni su dei temi che sono spesso trattati dai mass media, per esempio. Tutto questo lo traspongo nei gesti andando verso l’astrazione. A volte lavoro con delle narrazioni molto forti: quando ho incontrato i rifugiati mi sono confrontato con la loro perdita di riferimenti, erano in parte dei casi estremi ovvero persone che avevano perso membri della propria famiglia e che avevano dovuto lasciare i propri luoghi. In studio, poi, lavoro per provare a proporre agli spettatori delle esperienze che li mettano davanti a quello che ho percepito delle persone che ho incontrato. Non propongo il racconto di queste persone, ma un’esperienza coreografica.

Com’è organizzato il lavoro in sala prove?

Non ho un metodo di lavoro fisso. Per Sfumato sono partito dalle testimonianze, dal lavoro di ricerca: mi reco nei luoghi, incontro le persone… sono andato in Cina, nella regione dello Yunnan e del Sichuan, perché nel 2008 c’è stato un terremoto che ha fatto circa ottanta mila morti. In seguito, nel 2010 ci sono state delle fortissime piogge su Cina, India e Pakistan. Poiché dopo il terremoto la regione era stata ricostruita rapidamente, spesso senza rispettare le norme architettoniche, le piogge hanno nuovamente distrutto tutto. Si tratta dunque di persone che nel giro di due anni hanno perduto tutto per ben due volte. Il disastro era dunque legato allo stesso tempo ai cambiamenti del clima e alla mafia locale legata alla ricostruzione. Quello che mi interessa è che quando si parla di riscaldamento climatico non si tratta solo di sviluppare una buona coscienza, che è giusto avere, ma di una questione ambientale che tocca realmente e da vicino molte persone e che, soprattutto, ripete gli schemi che hanno storicamente accompagnato tutte le grandi migrazioni. Dunque, inizialmente raccolgo tutti questi dati. Dopo, in studio, non lavoro molto a partire dall’improvvisazione, piuttosto, testo delle sequenze di movimento piuttosto precise, in quanto conosco bene i miei interpreti. Loro traspongono con il loro movimento alcuni elementi delle narrazioni che ho raccolto. Per esempio, so cosa può fare Lora Juodkaite quando inizia a ruotare su se stessa, quindi cerco di lavorare in modo da mettere in relazione il suo movimento con la narrazione che si costruisce. Faccio un esempio: per creare Sfumato ho incontrato persone che a causa della pioggia hanno perduto tutto, invece – per chi viene dal mondo della danza – uno dei riferimenti legati alla pioggia è Singin’ in the rain, una canzone d’amore, che celebra la vita. Attraverso la scenografia realizzata con l’acqua, e che a un certo punto crea una nebbia, volevo creare qualcosa che parlasse della vita. In questo contesto, Singin’ in the rain utilizzata in maniera diversa prende un significato completamente differente. Volevo che si lavorasse su questo pezzo, quindi, ma la ricerca da parte mia è stata piuttosto guidata, sin dall’inizio.

foto Jacques Hoepffner

Bolzano Danza è un festival con il quale lei ha uno stretto legame da tempo. Cosa significa per lei costruire una relazione con un festival?

Il rapporto con i festival dipende dalle persone che ci lavorano. In questo caso, è Emanuele Masi che sta facendo un lavoro interessante per l’arte coreografica sul territorio programmando spettacoli in teatro ma anche all’esterno, nella città. È un festival che mi piace perché è trasversale, non si richiude su se stesso e sulle proprie discipline di riferimento ma cerca di costruire delle relazioni, per esempio con il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Bolzano – MUSEION. La creazione, l’inventiva e l’innovazione passano sempre attraverso il fare. Emanuele Masi mi ha invitato a realizzare una proposta specifica per il museo che è stata talmente interessante per me che diventerà una prossima creazione. Testare un’idea in un contesto che lo permette significa anche aver costruito un pubblico curioso e capace a interessarsi a delle proposte che escono dalla norma. Un pubblico che non viene adeguatamente accompagnato può provare rigetto nei confronti di proposte nuove, diverse. Inoltre, c’è la questione della durata: la costruzione di una certa complicità con il pubblico ha bisogno di avere tempo a disposizione, anche per entrare in una logica curatoriale “da retrospettiva”, come normalmente accade nelle arti visive; al contrario, però, il mondo delle arti sceniche spesso funziona secondo lo schema dell’evento. Dunque ogni volta si rischia di ricominciare da capo. So che nella memoria del pubblico di Bolzano le mie pièce si somigliano, e questo significa che inizia a costruirsi una storia con loro.

Gaia Clotilde Chernetich

luglio 2017

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Gaia Clotilde Chernetich
Gaia Clotilde Chernetich ha ottenuto un dottorato di ricerca europeo presso l’Università di Parma e presso l’Université Côte d’Azur con una tesi sul funzionamento della memoria nella danza contemporanea realizzata grazie alla collaborazione con la Pina Bausch Foundation. Si è laureata in Semiotica delle Arti al corso di laurea in Comunicazione Interculturale e Multimediale dell'Università degli Studi di Pavia prima di proseguire gli studi in Francia. A Parigi ha studiato Teorie e Pratiche del Linguaggio e delle Arti presso l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e Studi Teatrali presso l'Université Paris3 - La Sorbonne Nouvelle e l'Ecole Normale Supérieure. I suoi studi vertono sulle metodologie della ricerca storica nelle arti, sull’epistemologia e sull'estetica della danza e sulla trasmissione e sul funzionamento della memoria. Oltre a dedicarsi allo studio, lavora come dramaturg di danza e collabora a progetti di formazione e divulgazione delle arti sceniche e della performance con fondazioni, teatri e festival nazionali e internazionali. Dal 2015 fa parte della Springback Academy del network europeo Aerowaves Europe, mentre ha iniziato a collaborare con Teatro e Critica nel 2013.

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