Loïe Fuller. Un film danzato, non danzante

Io danzerò, film incentrato sulla vita di una delle pioniere della danza contemporanea, Loïe Fuller, diretto da Stephanie Di Giusto. Recensione

La Danseuse. Frame dal film

Una fila di persone in gran sussiego, teoria di barbe seriose e abiti neri, tra lampi di scatti al magnesio e fragori e schiocchi di porte in corridoio che si aprono con l’incedere della folla curiosa e preoccupata e, in mezzo, col volto sudato, la sagoma diafana di una danzatrice che deve aver avuto un mancamento. La portano in fretta fuori dal teatro su una barella fatta di lenzuolo e abito di scena, ali di farfalla avvoltolate, regredite a bozzolo come il racconto stesso, regredendo a sua volta, si sposta su quanto le accadde prima, altrove. Un Nordamerica fatto di rodei, nebbie, monti, continente nuovo ma ancestrale, dove solo di nascosto e in fretta, quando non c’è da badare a vitelli e cavalli, alita un po’ di “modernità vecchio continente” dalle pagine della Salomè di Wilde sfogliate dalla protagonista in tutta trepidazione.

Il folgorante incipit di Io danzerò (La Danseuse), biopic sulla carriera di Loïe Fuller diretto dall’esordiente Stephanie Di Giusto, è pura visione e ritmo, come, a volte, ci si aspetta che possa essere il buon cinema o la danza, entrambi invenzione di forme più che produttori di storie.

La Danseuse. Frame dal film

Eppure, raramente il film riesce a mantenere quell’intensità iniziale, a farsi cioè ancora creazione di forme, e si poggia al contrario interamente sulla sola forza della storia, comunque romanzata, della pioniera della danza moderna. Dalla fuga dagli ambienti rurali e bigotti del Nordamerica natio all’invenzione parigina della Danse Serpentine (la cui ispirazione, secondo il film, verrebbe da un gesto accidentale fatto sul palco per evitare l’intralcio di una gonna troppo lunga), ogni progresso narrativo ricorda centralità e importanza della figura della Fuller e delle sue creazioni nella storia della danza.
Pure, a trovarci appassionati sono tenacia, successo, dedizione, incontro con Isadora Duncan, declino e riconoscimento, e non però un’idea registica in grado di farne racconto senza limitarsi a essere mera illustrazione.

La Danseuse. Frame dal film

L’invenzione della Fuller, precedente di qualche anno quella dei Lumière (ma già esistevano dispositivi antenati come zootropio, prassinoscopio e soprattutto il kinetoscopio di Edison), con la quale condivide la cittadinanza, contesto belle époque e la techne nell’impiego e nell’orchestrazione di proiettori, lampade, specchi, era già in qualche modo precinema: trasfigurazione di materie, cioè, trasformazione di corpi in figure fantasmatiche, un divenire musica e luce del corpo, che astratto dal sensibile quotidiano inventa, disegna, proietta forme nuove, creazione di segni e non esecuzione come purtroppo il film non sempre riesce a essere. Il che può lasciare meno insoddisfatto chi sia semplicemente interessato a sapere della biografia di Loïe Fuller e a ritrovarvi l’ambizione e il desiderio di espandere i confini di un’arte sfidando i propri limiti e lo scetticismo altrui, ma più inappagato chi, al cinema come alla danza, chieda invenzione continua e radicale di linguaggio e non solo esposizione di contenuti.

La Danseuse. Frame dal film

In una scena del film, Loïe, da poco arrivata a Parigi, prova sotto lo sguardo del rigido e diffidente direttore del Folies Bergère, il quale, manifestando il proprio disappunto per le spese che la creazione di lei (per altro esordiente) comporterebbe, sostiene che il pubblico vada a teatro per divertirsi, per cercare spettacolo, e che dar spettacolo alle persone sia già tanto, mentre la Fuller risponde che per lei non è abbastanza. Lei stessa chiede di più, non solo esecuzione ma radicale creazione. Spesso, nella loro storia, danza e cinema hanno saputo esserlo contaminando i propri linguaggi, aprendosi cioè con spirito transmediale ai dispositivi di altre arti e dando luogo a opere ibride che solo apparentemente perdono in specificità linguistica. È così, ad esempio, tanto nel barocco popolare e vagamente sulfureo di Scarpette Rosse di Powell e Pressburger, quanto in quello splendido documentario anomalo che è Pina di Wim Wenders, e in generale in quei film in cui non solo si danza, ma che sono a propria volta danzanti: ovvero cinema espanso che amplia le proprie possibilità espressive emulando coi propri mezzi i meccanismi e i codici di un altro linguaggio (magari addirittura fino alla sinestesia totale, come nel caso del disneyiano Fantasia).

In sostanza, è un film in cui si vede danzare, e talora anche con un grande e puro piacere visivo, come nella scena della prima esecuzione della Danse Serpentine, dove la cantante francese Soko, interprete intensa della Fuller nel film, diviene segno assoluto nel nero del palco di corpo astratto dal sensibile quotidiano e caricato di senso metafisico. Ci si può chiedere, parafrasando il dialogo tra la protagonista e il direttore del teatro se “dare spettacolo” sia davvero abbastanza, se le frontiere di un linguaggio non debbano essere di volta in volta sperimentate, negate, reinventate, espanse. Non fu questo, tra l’altro, il lavoro di Loïe Fuller?

Antonio Capocasale

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