Pascal Rambert. Tra teatro e amore

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L’Arte del teatro è la terza tappa del percorso nell’opera di Pascal Rambert presentato da ERT al Teatro delle Moline. Recensione

Foto di Luca Del Pia
Foto di Luca Del Pia

L’amore e il teatro, la passione dei corpi e quella del palcoscenico: è tra questi poli soltanto che oscilla come un pendolo l’arte di Pascal Rambert, tracciando, nello spazio intermedio che separa l’attore e lo spettatore, un arabesco di segni che tentino di svelarne gli enigmi. Quasi fosse l’esito di una felice ossessione, la produzione del drammaturgo e regista francese sembra infatti erigersi solo su queste fondamenta: ed è forse naturale che sia così, e che in quella loro ineffabile capacità di determinare le esistenze si celi un nucleo incandescente di perenne, incrollabile sollecitazione creativa.

Presentato in prima nazionale a Modena e approdato poi a Milano e a Bologna, L’arte del teatro costituisce la terza tappa di un percorso nell’opera di Rambert che ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione ‑ qui coproduttrice insieme a Triennale Teatro dell’Arte e Teatro Metastasio di Prato ‑ ha offerto al pubblico italiano a partire dal 2012, anno del debutto di Clôture de l’amour, e proseguito poi nella scorsa stagione con lo straordinario Prova. Un itinerario non cronologico, grazie al quale è tuttavia possibile individuare la costante presenza di alcuni stilemi e il parallelo affinarsi di una riflessione estetica e tematica, che sembra indagare i limiti del linguaggio – sia esso verbale o scenico – così come le conseguenze che questo imperfetto strumento implica nella tessitura delle relazioni umane. E L’Art du théâtre, la cui prima rappresentazione al Théâtre de Gennevilliers è del 2007, sembra contenere in nuce questi aspetti, eletti poi a temi principali – con esiti di raffinatezza crescente – nelle due opere successive. Se in Prova i quattro protagonisti, impegnati in un feroce scontro dialettico sul filo della memoria, agivano all’interno di una cornice narrativa che li vedeva discutere sulla possibilità di tradurre una realtà sfuggente in creazione scenica, l’attore de L’arte del teatro si interroga, rivolgendosi a un cane accucciato ai suoi piedi, sul senso stesso di un mestiere e di una vocazione. E tuttavia anche in questo testo, al di sotto di una superficie in cui è sondata la devozione per il rito celebrato sul palcoscenico, emerge una disincantata panoramica sugli affetti e sulla loro cura, su una carnalità desiderata, su una sofferta costruzione di legami fragili e ipocriti.

Foto di Luca Del Pia
Foto di Luca Del Pia

L’attore a cui Rambert affida il flusso di coscienza de L’arte del teatro è un uomo solo, in scena così come nella vita quotidiana, costretto a rivolgersi alla muta presenza di un cane per avere quell’ascolto che, forse, nessuno è intenzionato a concedergli: talmente rabbiosa è quella verità che emerge dalle sue parole, dalle sue brevi frasi accostate le une alle altre, nelle quali il bisogno di teatro si alterna al racconto delle ferite e delle delusioni che esso elargisce con indifferenza. È al contempo una confessione e uno sfogo, ma soprattutto è un addestramento all’arte scenica e a un modus vivendi che del teatro è figlio. Rambert, con un sarcasmo che resta intatto da una cultura all’altra, sceglie come destinatario di questa lezione un cabot: come lo stesso drammaturgo illustra nella densa intervista curata da Cristina Ventrucci e contenuta nel volumetto che Cue Press ha dedicato allo spettacolo, è il termine con cui in francese si indica sia un cane che un pessimo attore. L’animale, un aristocratico levriero nella versione italiana, entra in scena al guinzaglio di un uomo in cui eleganza e squallore sembrano trovare un equilibrio instabile: e Paolo Musio, convincente interprete del monologo, conferisce al protagonista della pièce un distacco sornione nel quale la consapevolezza di sé sembra celare un dolore sordo. Indossando pantaloni in acetato blu, un cardigan sbottonato su una maglietta bianca, e un paio di ciabatte in gomma, Musio assume l’aspetto di un folle emarginato, di un clochard dei palcoscenici: eppure nella sua voce e nelle sue movenze lente e composte si intravede un retaggio di fascino e signorilità.

Foto di Luca Del Pia
Foto di Luca Del Pia

Il teatro ha consentito a quest’uomo di vivere «in un tempo aggiuntivo», di aggiungere «tempo alla vita che ci abbandona», ma soprattutto di non avere paura: «io salgo in teatro dunque non ho paura. La paura non fa parte del mio mondo». È una sicurezza che traspare nella posa ieratica che Musio assume quando, seduto al centro di una scena vuota e inondata di luce diffusa, contempla per lunghi istanti di assoluto silenzio il pubblico del Teatro delle Moline, le braccia aperte in un gesto che è resa incondizionata e sfida, attesa del giudizio sovrano affidato allo spettatore e tacita provocazione. Mentre lo sguardo si posa ora sul docile animale, ora sulle finestre che dallo spazio scenico si affacciano sulla strada, l’attore affastella fulminanti definizioni dell’arte teatrale, motivandole con frammenti biografici dai quali emerge il ritratto di un viveur che sembra avere amato in egual misura l’alcool, le donne e il teatro. È l’arte stessa a richiedere ai suoi discepoli di immergersi a capofitto nelle pieghe della vita, di farsi sommergere dalle sue debordanti contraddizioni: il teatro «si nutre dell’arte di bere», «si accorda all’arte di vomitare», «è fatto di tutta una quantità di cazzate che bisogna mandar giù». Sangue, lacrime, sperma, pelle, piedi, ginocchia, pugni: il testo di Rambert disegna un’anatomia dell’attore, insiste su quel corpo con il quale cercare di respingere una solitudine così atroce da farsi tangibile, o grazie al quale amare le ragazze e divorarne le «bocche sognanti». In una paradossale e significativa torsione di un teatro che è parola più che azione, Rambert sembra affidare al corpo e ai suoi segreti una felicità possibile; «bisogna godere», «bisogna far godere», «bisogna amare». Forse bisogna persino danzare, soli, sulle note di Se telefonando, quella stessa canzone che in Prova ascoltavano immobili i quattro protagonisti, accomunati all’attore de L’arte del teatro da un drammatico processo di crescente consapevolezza: sul proprio posto sui palcoscenici, e forse nel mondo. Amore e teatro si sovrappongono e si confondono: ed è quasi una liberazione e una salvezza, paragonando la bellezza della vita «alle sciocchezze che siamo stati capaci di fare in teatro».

Alessandro Iachino

visto al Teatro delle Moline, Bologna – marzo 2017

L’ARTE DEL TEATRO

testo e regia Pascal Rambert

con Paolo Musio

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Triennale Teatro dell’Arte, Fondazione Teatro Metastasio

si ringraziano per la collaborazione Elena Trevisan e il suo cane Ladies of the Lake’s Galitsine

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Alessandro Iachino dopo la maturità scientifica si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 2007 lavora stabilmente per fondazioni lirico-sinfoniche e centri di produzione teatrale, occupandosi di promozione e comunicazione. Nel novembre 2014 partecipa al workshop di visione e scrittura critica TeatroeCriticaLAB tenuto da Simone Nebbia e Andrea Pocosgnich nell’ambito della IX edizione di ZOOM Festival, al termine del quale inizia la sua collaborazione con Teatro e Critica. Ha partecipato inoltre al laboratorio Social Media Strategies for Drama Review, diretto da Andrea Porcheddu e Anna Pérez Pagès per Biennale College ‑ Teatro 2015, e ha collaborato con Roberta Ferraresi alla conduzione del workshop di critica della Biennale College ‑ Teatro 2017. È stato membro della commissione di esperti del progetto (In)Generazione promosso da Fondazione Fabbrica Europa, ed è tutor del progetto Casateatro a cura di Murmuris e Unicoop Firenze.