Roma senza Orologio. Tempo scaduto

Chiuso il Teatro dell’Orologio di Roma dalla questura. Le parole del direttore Fabio Morgan. Troppe domande e qualche risposta.

Teatro dell'Orologio
Foto Teatro dell’Orologio

“XXX ha valutato Teatro dell’Orologio come eccellente”: da stamattina i social network si stanno affastellando di attività di adesione, di sostegno, imponendo al dibattito giornaliero la propria indignazione per la chiusura, avvenuta questa notte, del Teatro dell’Orologio, all’indomani dell’ennesimo intervento a chiudere lo stabile del Rialto Santambrogio. I sigilli apposti al teatro che da quasi quarant’anni anima la vita culturale romana dal centro della città, come dispone l’ordinanza di sequestro della Questura di Roma – divisione polizia amministrativa e sociale – sono giunti in virtù di un controllo delle norme di sicurezza del teatro, non regolarizzate da lavori di adeguamento necessari a che non sia a rischio l’attività di esercizio pubblico. Tali difficoltà, tuttavia, sono evidenti dalla stessa struttura del teatro e da molti anni il dialogo con le istituzioni sembrava permettere una soluzione: dapprima sotto forma di deroga all’agibilità, poi di recente attraverso un più concreto e duraturo aiuto nella messa a norma del problema ritenuto determinante, ossia l’assenza di un’uscita di sicurezza. Non ha mancato di confermarlo telefonicamente Fabio Morgan, direttore del teatro, che lancia per domani mattina un appuntamento in piazza per discutere della situazione e informare la comunità che ha sempre seguito le attività del teatro (ritrovo alle 12 in Piazza dell’Orologio, muniti di sveglie e cellulari da far squillare insieme mezz’ora dopo). Ma se il sostegno è largo e passionale, sotterraneo si avverte sui social anche un sentimento contrastante di comprensione dell’attività di pubblica sicurezza, in virtù di una difficoltà oggettiva e mai nascosta.

Ma se a tal punto evidenti erano le difficoltà, non dissimili dalle tante che la città affronta e che altrove ha orrendamente bonificato (chi ha potuto vedere i resti di acquedotto romano murati da chi ci ha fatto casa ne sa qualcosa), quali possono essere i motivi di aver trascinato la situazione fino a questo punto? Il Teatro dell’Orologio è diventato uno dei luoghi culturali più importanti della città, che ospita artisti di livello nazionale e come dice il suo direttore conta «quattro lavoratori a tempo indeterminato più tutto l’indotto di compagnie, attori, per un totale di quaranta persone che di volta in volta ruotano attorno alle attività, con un versamento annuo di 40000 euro all’INPS e 20000 euro alla SIAE»; forse allora sorprende che, oltre alla visita della polizia per la questione normativa, fossero presenti anche gli ispettori del lavoro, i quali «sono fiero di dire – continua Morgan – non hanno trovato alcun lavoratore in nero». Ma cosa cercavano? Perché unire più controlli in unica soluzione? Perché di notte e a metà stagione, a ricasco sul teatro e su tutti gli artisti in programmazione che vi hanno investito risorse ed economie? Non regge l’idea di uno sforzo congiunto per ottimizzare lo spostamento delle unità, giacché un pulmino arriva con una certa difficoltà a Via de’ Filippini, semmai lo sforzo congiunto pare far capo a un disegno più ampio di indagine non per verificare, o per cercare, bensì per trovare, deficienze di qualche tipo.

Nel frattempo la compagnia (Teatro di Sacco) cui è stato impedito lo spettacolo in questi giorni e che ha dovuto lasciare all’interno la sua attrezzatura, forse infastidita da un presunto mancato avvertimento preventivo circa le condizioni strutturali del teatro, tramite un post su Facciamolaconta ha chiesto chiarezza alle istituzioni e solidarietà, al fine di poter realizzare altrove le proprie repliche. Morgan con durezza reputa «incommentabile» la richiesta, aggiungendo come ci si sia «dati da fare subito per trovare alle compagnie una sistemazione, chiedendo a tutti i teatri a Roma, piccoli e grandi. Incommentabile soprattutto perché spesso ci si riempie la bocca con grande impegno sociale, politico, ma poi quando si tratta di fare sistema ci si tira indietro e non solo, meglio ancora quando proprio tirarsi indietro e non fare può essere la più sensata risposta politica, ci si limita a guardare il proprio orto fatto di repliche e borderò». E tuttavia, nel frattempo, il direttore del Teatro di Roma Antonio Calbi (in vista anche dell’incontro con tutti gli artisti a Roma del 25 febbraio) è intervenuto con un comunicato a sostegno dell’attività del teatro, concedendo ospitalità nei locali del Teatro India alle compagnie vittime di tale disagio.

Ma proprio da tale comunicato emerge la più grande delle domande. Il direttore Calbi, nella stigmatizzazione dell’intervento su uno dei teatri cardine del sistema romano, definisce questi luoghi come «spazi di resistenza all’omologazione e piccole barriere contro l’impoverimento culturale», contemporaneamente invocando l’impegno di «un vicesindaco e a un assessore alla crescita culturale, Luca Bergamo, che ha un passato di militanza e che esprime oggi, nel suo nuovo ruolo, una visione che punta in prospettiva alla creazione di un sistema culturale articolato e dinamico». Ora, se da un lato tutto corrisponde a un disegno virtuoso che promuove il Teatro Nazionale finalmente capofila di un sistema teatrale adeguato a un città come Roma, dall’altro coglie qualche interrogativo nel considerare come da qualche anno azioni di politica e di polizia sembrino viaggiare in contrasto l’una con l’altra, o al massimo su binari paralleli, incontrandosi mai. Se l’attività dell’assessorato e della giunta capitolina, a detta del direttore Calbi, stanno andando in direzione della creazione di un “sistema culturale”, perchè l’intervento della Questura sembra invece andare in direzione opposta? È assai difficile spiegare alla cittadinanza che le istituzioni siano subordinate all’attività delle forze dell’ordine, senza che vi sia accordo e continuità d’azione. Oppure?

Simone Nebbia
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3 COMMENTS

  1. Carissimi,mi sono trovata, purtroppo, coinvolta in questa faccenda. Sto infatti iniziando a collaborare con il Teatro di Sacco di Perugia. Beh! abbiamo iniziato col botto!!! Scherzi a parte oltre che testimoniare anche qui, come già fatto con i lavoratori, la piena solidarietà, ci tengo a fare delle opportune correzioni. Trovo, e sarò diretta, offensive le dichiarazioni di Fabio Morgan.

    Nello specifico le seguenti affermazioni: «incommentabile» la richiesta, aggiungendo come ci si sia «dati da fare subito per trovare alle compagnie una sistemazione, chiedendo a tutti i teatri a Roma, piccoli e grandi. Incommentabile soprattutto perché spesso ci si riempie la bocca con grande impegno sociale, politico, ma poi quando si tratta di fare sistema ci si tira indietro e non solo, meglio ancora quando proprio tirarsi indietro e non fare può essere la più sensata risposta politica, ci si limita a guardare il proprio orto fatto di repliche e borderò».

    Caro Fabio, ma di cosa stiamo parlando!?!?! Abbiamo aperto un appello che era diretto a cercare di salvaguardare in modo SIMBOLICO il lavoro degli artisti che da Perugia sono venuti nel tuo teatro. Ignari delle precedenti minacce di sgombero. questa compagnia, con cui sto collaborando, è venuta al Teatro dell’Orologio ben sapendo soltanto che c’era il rischio di rimetterci soldi (ormai si viene a Roma solo ad incasso e il pubblico non è ovviamente garantito), ma con la voglia di fare il proprio lavoro. Proprio per portare avanti questo impegno si è cercata solidarietà da altri spazi per poter mettere simbolicamente in scena uno spettacolo che politicamente dà un messaggio forte. Ma di quali borderò parli, Fabio!?!?! Sono veramente perplessa.
    Ora passiamo da crumiri perchè volevamo fare cultura in modo simbolico in questa città??? Fabio, così ti perdi tutta la bellezza della solidarietà che è arrivata, a noi e a voi. Perchè qui siamo tutti vittime. E dovresti essere contento di aver messo una pezza in un rapporto con una compagnia che esiste da ben 42 anni a Perugia e che si è vista sfrattare come voi e sigillare i propo beni dentro il Teatro senza avere il tempo per recuperare almeno gli effetti personali.

    Poi, per chi non sapesse la mia storia personale, io dopo 8 anni a lavorare per i Teatri di Cintura un anno fa ho perso il mio lavoro perchè “non sono più i tempi” per stabilizzare una persona che ha dato passione e professionalità per un progetto di periferia in cui crede. E TU FABIO MORGAN DOV’ERI?? dove’era la tua solidarietà?!?!
    Io domani scenderò in Piazza per manifestare la mia solidarietà ai lavoratori del Teatro dell’Orologio.
    Perchè, come dice il vostro slogan “NESSUN TEATRO SI SALVA DA SOLO”
    Nonostante io sia stata lasciata sola… e infatti…. non mi sono salvata

  2. Buonasera sono Roberto Biselli direttore del Teatro di Sacco estromesso con sigilli alla porta dal teatro dell’Orologio giovedì 16 notte dopo aver effettuato la prima del proprio spettacolo #Combustibili. Vorrei fare una precisazione in merito ad un passaggio dell’articolo di Teatro e Critica a firma di Simone Nebbia. Questo il passaggio relativo ad una intervista telefonica con il direttore del Teatro Orologio in merito alla vicenda :
    “Nel frattempo la compagnia (Teatro di Sacco) cui è stato impedito lo spettacolo in questi giorni e che ha dovuto lasciare all’interno la sua attrezzatura, forse infastidita da un presunto mancato avvertimento preventivo circa le condizioni strutturali del teatro, tramite un post su Facciamolaconta ha chiesto chiarezza alle istituzioni e solidarietà, al fine di poter realizzare altrove le proprie repliche. Morgan con durezza reputa «incommentabile» la richiesta, aggiungendo come ci si sia «dati da fare subito per trovare alle compagnie una sistemazione, chiedendo a tutti i teatri a Roma, piccoli e grandi. Incommentabile soprattutto perché spesso ci si riempie la bocca con grande impegno sociale, politico, ma poi quando si tratta di fare sistema ci si tira indietro e non solo, meglio ancora quando proprio tirarsi indietro e non fare può essere la più sensata risposta politica, ci si limita a guardare il proprio orto fatto di repliche e borderò». Bene trovo incommentabile un termine brutto e cattivo, per una compagnia di piccola impresa come la nostra che da trenta e passa anni lavora in teatro e nel proprio territorio, l’Umbria, con una serietà e limpidezza note a tutti. Impresa che si ritrova il teatro con cui ha firmato un regolare contratto chiuso, i propri beni teatrali sequestrati, e chiede chiarezza alla gestione del Teatro stesso. E non gli viene non solo replicato nulla, ma addirittura, ad una specifica richiesta di come intervenire collegialmente, ci viene risposto di aspettare un comunicato stampa! Se non fosse stato per la grande solidarietà espressa sulla vicenda da tutti i colleghi romani e non, ci saremmo ritrovati senza alcuna indicazione, con sulle spalle pure l’investimento fatto per sostenere la presenza della compagnia, 6 persone più trasporto e montaggio smontaggio, a Roma. Quindi troviamo di cattivo gusto l’uso di questo termine così improprio nei confronti di persone come noi che hanno sempre pagato di persona per la gestione della propria attività teatrale, noi tra l’altro gestiamo anche un piccolo teatro a Perugia, con scarsissimi contributi ricevuti dagli Enti locali, a fronte di una mole di attività continuativa durante tutto l’anno. Sappiamo bene quali difficoltà si incontrino nella gestione legale del nostro mestiere e ne siamo sempre andati orgogliosi, di essere cioè dei professionisti che vivono del proprio lavoro senza dover medicare a destra e manca. Siamo venuti al teatro Orologio, perché sapevamo di essere ospitati da un luogo che ha rappresentato una lunga e importante pagina di Storia del Teatro Italiano. Il nostro storico rapporto con Moretti e Orfeo, sempre caratterizzato da stima reciproca, è stato uno dei motivi che ci ha spinto a proporre il nostro ultimo lavoro all’Orologio e di cui eravamo molto contenti dopo la prima. Poi le non risposte, sollecitate anche telefonicamente la mattina dopo, e questo passaggio dell’articolo ci hanno davvero profondamente amareggiato. Già svolgendo con pazienza e amore un lavoro e un compito così difficile com’è il fare teatro oggi, non ci va proprio per passare per coloro che non sono attenti a ciò che accade intorno a noi. Noi abbiamo sempre rivendicato la funzione sociale del fare artistico e l’assistenza reciproca. In FACCIAMO LA CONTA e in tutti gli altri amici teatranti l’abbiamo trovata e condivisa, ci sarebbe I piaciuto farlo anche con e nella casa storica di Moretti e Orfeo. E invece ci troviamo mortificati…. Mah!

  3. Comunque piena solidarietà al Teatro dell’Orologio, e al loro tentativo di operare in una città che dovrebbe essere la capitale del paese e quindi della cultura, per questa azione brutale e violenta, e a tutte le compagnie che, investendo nella loro presenza a Roma risorse sempre più complesse da recuperare, hanno ricevuto o riceveranno un grave danno economico e gestionale nel cercare di fare un mestiere sempre più difficile e sempre meno tutelato.

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