E se l’altro fossi io? A Londra con Giancarlo Nicoletti

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Torna in scena al Sala Uno Teatro Kensington Gardens, spettacolo scritto e diretto da Giancarlo Nicoletti con personaggi e intreccio liberamente ispirati a Il Gabbiano di Čhecov. Recensione

foto Luana Belli
foto Luana Belli

Quattro mesi prima del 23 giugno 2016, giorno in cui i cittadini della Gran Bretagna rispondevano «si!» alla Brexit con un referendum consultivo, lo spettacolo Kensington Gardens debuttava al Sala Uno Teatro di Roma. Il testo di Giancarlo Nicoletti, ultimo capitolo della sua Trilogia del Contemporaneo dopo Festa della Repubblica e #salvobuonfine, riusciva già a guardare oltre. Non solo nello sviluppo storico che di lì a poco avrebbe portato il 51,9% del Regno Unito a rivalutare la sua permanenza nell’Unione Europea. Il testo di Nicoletti, ambientato in una Londra dalla quale un partito xenofobo ha bandito fisicamente i non inglesi, compie un altro scarto: impiantare l’angoscia e l’autoanalisi dell’uomo moderno descritto da Anton Čechov nello smarrimento sociale dell’uomo contemporaneo, alieno e alienato da una società che sovrasta, ghettizza e poi disperde.

foto Luana Belli
foto Luana Belli

Nella struttura di uno dei testi teatrali più noti del teatro moderno, Nicoletti riesce a far circolare l’aria ottocentesca della campagna russa assieme a un paradosso distopico da serie televisiva inglese. Mettiamo che se esci di casa ronde di inglesi fanatici ti sparano a vista perché sei italiano, immigrato, e per di più artista. Che puoi rimanere sul suolo della Corona solo se sei considerato categoria professionale utile; e quindi chiamato a sostenere un esame di cittadinanza, di cultura e civiltà inglese. Che grazie a un permesso speciale di 90 giorni un piccolo gruppo famigliare di italiani legati a una cantante famosa resti recluso in una villa nei pressi di Kensington Gardens in attesa che il partito decida il suo destino. E poi, infine, che l’ironia, la ricerca dei personaggi, l’intreccio e lo stile dei dialoghi siano profondamente quelli di Čechov. Il cortocircuito che si crea è sensibile in sala, lo si percepisce nella sorpresa con la quale il pubblico segue per quasi tre ore il nucleo drammatico del Gabbiano senza accorgersene. Nicoletti, autore e regista trentenne, compie un’operazione di riscrittura preziosa; conserva del testo di Čhecov quel gusto per i caratteri, individuandone gli archetipi e giocando poi con questi così da poter raccontare l’oggi con tutta la forza del drammaturgo russo.

L’intuizione che avvicina il testo è quella di destabilizzare la narrazione dell’argomento che domina la cronaca e la vita occidentale di oggi: l’invasione, l’extra-comunitario, l’identità nazionale e culturale, l’annientamento dell’altro. E lo fa portando in quel contenitore tematico suggestioni legate al nostro modo personale di abitare l’Europa, da – per ora –  europei. Da “Italiani di merda, venite a rubarci il lavoro”, al nostro disprezzare l’Italia per poi difenderne l’identità intonando tammurriate meridionali. E proprio sullo spartito e sul ritmo è giocato l’attrito famigliare che travolgerà infine i personaggi; così il manifesto teatrale del giovane Konstantín di Čechov diventa manifesto musicale nel Tommaso di Nicoletti, idea percorsa con padronanza ed estro dall’autore e dagli interpreti.

foto Luana Belli
foto Luana Belli

Al netto dell’attento lavoro drammaturgico e registico, sono poi gli attori a costruire quel corpo unico che nello spazio del Sala Uno si muove e continuamente si accorda tra il pianoforte, il bridge e l’ossigeno che si consuma. Nucleo attoriale che nella Trilogia del Contemporaneo porta avanti la vocazione e ne amplifica la domanda: la comunità nella quale dover fare i conti con l’altro è fuori o dentro le proprie recinzioni?

Mentre la parabola drammatica del Gabbiano si consuma tra la febbre per il lavoro e per l’amore, quella di Kensington Gardens lascia che sia la società ad aprire il fuoco. Se la pressione sull’uomo contemporaneo arriva in ugual misura dall’interno e dall’esterno, il suicidio si rivela un fuoco incrociato. In scena non è più il gabbiano ottocentesco ad arrivare morto, ma il cadavere dell’altro, quello che quotidianamente proviamo a nascondere ma che continua ad essere davanti agli occhi tutti.

Luca Lòtano

Sala Uno Teatro, Roma  – dicembre 2016

KENSINGTON GARDENS
con
Annalisa Cucchiara, Cristina Todaro, Valentina Perrella, Eleonora De Luca, Riccardo Morgante, Alessandro Giova, Francesco Soleti
e con Simone Leonardi
drammaturgia e regia Giancarlo Nicoletti
Collettivo Teatrale Planet Arts

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Luca Lòtano è giornalista pubblicista e laureato in giurisprudenza con tesi sul giornalismo e sul diritto d’autore nel digitale. Si avvicina al teatro come attore e autore, concedendosi poi la costruzione di uno sguardo critico sulla scena contemporanea. Insegnante di italiano per stranieri (Università per Stranieri di Siena e di Perugia), lavora come docente di italiano L2 in centri di accoglienza per richiedenti asilo politico, all'interno dei quali sviluppa il progetto di sguardo critico e cittadinanza Spettatori Migranti/Attori Sociali; è impegnato in progetti di formazione e creazione scenica per migranti. Dal 2015 fa parte del progetto Radio Ghetto e sempre dal 2015 è redattore presso la testata online Teatro e Critica.