Killing Desdemona. Il corpo violento e lirico di Balletto Civile

Balletto Civile porta all’Angelo Mai Altrove di Roma la propria creazione dedicata all’Otello di Shakespeare. Recensione

foto Andrea Macchia
foto Andrea Macchia

Otello è senza dubbio tra le tragedie di Shakespeare più riuscite da un punto di vista drammaturgico. Una sorta di dado che, comunque lo si lanci, restituisce sempre una faccia e un numero diversi ma chiari; aprendone i lati e squadernandoli su un tavolo immaginario ci si trova davanti a un plot semplice con pochi personaggi principali che tuttavia sorreggono una quantità sorprendente di piani narrativi, semiotici ed etici.
Balletto Civile, esperimento di compagnia tra i più solidi e caratteristici sulla scena italiana, ha negli anni intessuto trame di ricerca tra danza e teatro, pescando dai classici di questi due generi gli elementi costitutivi per restituire al movimento, al gesto (in una parola al corpo) il potere di creare interi mondi, ora intimi, ora di ampio respiro. Il gruppo nato nel 2003 è attualmente in residenza al Teatro della Tosse di Genova, con ancora forti legami al Teatro Due di Parma e una sede creativa al Centro Dialma Ruggiero di La Spezia, ma che conserva la vocazione di «collettivo nomade».

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foto Andrea Macchia

In Killing Desdemona, che proprio da Otello prende le mosse, emergono quasi tutti i segni di questo laborioso metodo di creazione, con sette performer impegnati ad abitare, muovere e colorare un palco puntellato di pochi ma significanti elementi scenici. Nello spazio occupato dell’Angelo Mai Altrove di Roma trovano posto due file laterali di sedie, appendiabiti, uno stativo che regge un microfono e una pistola. Sul fondale un praticabile è sormontato da un arazzo raffigurante lo strangolamento di Desdemona a opera del Moro, bagnato da una fioca luce ambrata, che fungerà da monito, da premonizione costante lungo l’intera ora di spettacolo.

La vicenda, scarnificata di quelle trame laterali che definiscono il contesto, lascia intatte le relazioni fondamentali: l’«onesto» Iago (Maurizio Camilli) che manipola il compagno Roderigo (Fabio Bergalio), la prostituta Bianca (Natalia Vallebona) la moglie Emilia (Ambra Chiarello) per portare Otello (Demian Troiano) a licenziare il luogotenente Cassio (Andrea Capaldi) in suo favore e a uccidere la propria sposa Desdemona creduta infedele. La danzatrice e performer spezzina Michela Lucenti conferma la potenza della propria presenza scenica e l’affilatura del proprio pensiero coreografico: ritaglia per sé la protagonista femminile e si occupa di organizzare nello spazio i meccanismi dell’intreccio, riempiendo la scena di vorticose azioni di gruppo, forsennati passi a due, segmenti catartici e fortemente emotivi che dalla danza esplodono nel canto e nel lamento armonizzato.

Foto Andrea Macchia
Foto Andrea Macchia

Come sempre accade nelle creazioni di Balletto Civile, l’ensemble è in grado di frammentarsi in micro-scene che vivono di vita propria, ciascuna contemporaneamente, per poi riunirsi in un movimento d’insieme ora fluido ora spezzato, o condensarsi in quadri più minuti ai quali risponde, fedele, una controscena complementare che si svolge a un altro lato del palco. Quel che emerge è di certo un accurato senso di organicità e il grande affiatamento di un gruppo che si intuisce legato da ore e ore di lavoro in sala prove: le dinamiche tra i personaggi affiorano, con ordine esemplare, attraverso la cura delle posture e di stili differenziati di movimento, e però questa volta poggiandosi molto sulla potenza della parola.
Il palco è amplificato da microfoni panoramici, mentre altri direzionali diventano vero e proprio strumento di enfasi per i passaggi più sottili della drammaturgia: complici le musiche originali, la scelta di amplificare – e qua e là distorcere – le voci lascia al sussurro la possibilità di insinuarsi nell’orecchio dello spettatore, restituendo la malizia di Iago ma anche i più intimi moti d’animo delle sue vittime.

Foto Andrea Macchia
Foto Andrea Macchia

Pur nel generale successo, l’operazione soffre in più punti di un certo dislivello di qualità tra gli interpreti, nei punti in cui la danza incontra la recitazione: la traduzione in movimento, infatti, raggiunge apici di tale rigorosa efficacia da far risultare a tratti superfluo il testo detto. Nel vortice di questo impetuoso teatro fisico l’abbondanza dei segni – in generale necessaria per trasferire il senso di ineluttabilità dell’epilogo – si rivela in certi casi eccessiva, lasciando il desiderio di qualche momento di iato, di silenzio, di quiete, che permetta allo spettatore qualche libertà nella fruizione.

Al centro di questo originale montaggio, che se all’opera del Bardo si limita a ispirarsi a essa deve molto della solida stilizzazione dei caratteri, sembra esserci l’inafferrabilità delle ragioni umane. Il sentimento dell’amore esplode nel suo abbraccio con la violenza, reso opaco non tanto dalle nebbie della gelosia, quanto da una serie terribilmente nitida di accecamenti sistematici: quelli di Iago, certo, ma anche quelli di una corporeità che finisce sempre per avere la meglio sulla coerenza del ragionamento. Prova ne è il fatto che, laddove gli interpreti dei personaggi secondari e dei protagonisti fuggono dal semplice compito di rappresentare (è il caso di Roderigo e Bianca che spesso si trasformano in figure senza nome), l’unico a conservare un’integrità d’azione è proprio Iago. Come nell’opera di Shakespeare egli sopravvive al proverbiale massacro finale (Otello si toglie la vita dopo l’assassinio), qui la sua mano conduce e la sua parola distorce, il suo corpo e la sua voce hanno il potere di cambiare carattere, ma egli è l’unico a non subire inganni. Diavolo quieto e sibillino, è il vero protagonista dello spettacolo, che lascia il senso di una gelida carezza, di quelle che pungono la pelle.

Sergio Lo Gatto

Angelo Mai, Roma – Novembre 2016

KILLING DESDEMONA
di Michela Lucenti e Maurizo Camilli
regia Michela Lucenti
liberamente tratto da Otello
ideazione Michela Lucenti e Maurizio Camilli
regia e coreografia Michela Lucenti
aiuto regia Enrico Casale
musica originale eseguita dal vivo Jochen Arbeit (Einstürzende Neubauten)
interpretato e creato da Fabio Bergalio, Maurizio Camilli, Andrea Capaldi, Ambra Chiarello, Michela Lucenti, Demian Troiano, Natalia Vallebona
scene e costumi Chiara Defant
realizzazione scene Alessandro Ratti
disegno luci Stefano Mazzanti
suono Tiziano Scali
acting coach Francesco Origo
organizzazione Andrea Cerri
produzione Balletto Civile, Festival delle Colline Torinesi, Ravello Festival, Neukoellner Oper Berlin, Compagnia Gli Scarti
con il sostegno di Mare Culturale Urbano , CTB Centro Teatrale Bresciano , Festival Resistere e Creare, Centro Dialma Ruggiero-FuoriLuogo

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.