Teatrosofia #48. Una digressione “teatrale” in Manilio

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Nel numero 48 si parla del poeta-filosofo romano Manilio e di come l’arte dell’attore sia ispirata dagli astri.

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottore di ricerca in studi umanistici all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

La Nebula Helix, nella costellazione dell'Acquario - annesastronomynews.com
La Nebula Helix, nella costellazione dell’Acquario – annesastronomynews.com

Oggi saremmo più propensi a pensare, con il Woyzeck di Georg Büchner, che gli astri sono corpi morti e appassiti. La luna sarebbe ad esempio un pezzo di legno marcio, o il sole un povero girasole sfiorito, mentre gli esseri umani illuminati dalla loro pallida luce si sarebbero trasformati in ombre che sudano o rabbrividiscono, mentre meditano delitti. Nei tempi antichi, questa visione apocalittica era però ancora remotamente lontana. Gli astri erano anzi perlopiù considerati degli dèi, che con il proprio regolato movimento circolare nel cielo aiutavano gli esseri umani a navigare, a fare calcoli matematici, a divinare il futuro, o a svolgere altre attività giovevoli.

La fiducia nel potere divino dei corpi celesti era nutrita anche dal poeta-filosofo romano di nome Manilio (I sec. a.C. – I sec. d.C. circa). Autore, tra gli altri, degli Astronomica, ossia di un poema astrologico in cinque libri che descrive il potere esercitato dagli astri sul nascere e sul procedere delle attività umane, egli svolge nei vv. 449-485 del libro III un’interessante digressione sull’influenza che la costellazione di Cèfeo (nel segno dell’Acquario) ha sulla creazione artistica. Manilio dedica la maggior parte della sezione a una descrizione della tragedia, a una caratterizzazione della commedia e a una sintetica lode di Menandro, che con la sua lenta e allegra Musa comica arrivò a conquistare l’immortalità. Ma nei versi finali (477-485), il poeta-filosofo conclude la digressione con un’esposizione dell’arte dell’attore. Essa non aggiunge niente di nuovo a quanto è già stato esaminato negli appuntamenti precedenti, ma ha il merito di fornire una sintesi utile di come la recitazione venisse codificata a Roma, in età giulio-claudia.

Manilio comincia la sua esposizione con una parziale diminutio dell’attore (vv. 477-479). Benché anche questi sia ispirato dalla divinità di Cèfeo e partecipi dell’eternità della poesia, egli è tutto sommato un creatore minore. Quando l’individuo non ha sufficiente forza intellettuale per comporre tragedie e commedie, ma nello stesso tempo subisce una divina e positiva influenza astrale, ecco che nasce una persona dotata del talento di recitare, con la voce e/o con i gesti, i miti del passato e le eroiche gesta di Roma. Se mai ce ne fosse bisogno, il fatto che Manilio squalifichi in una manciata di versi il lavoro degli attori è un ulteriore riprova dell’idea che gli antichi disprezzassero in buona parte la loro attività creativa e artistica.

Per il resto, in che cosa consiste nel concreto l’arte della recitazione? Secondo Manilio (vv. 479-485), essa si compone sostanzialmente di quattro elementi: 1) adeguare l’affetto all’espressione, dunque esprimere con il giusto uso della vocalità e della gestualità emozioni come la rabbia, la tristezza, o altro; 2) ripetere gesti e vocalizzazioni, fino a quando non si riesca a esprimerli con totale padronanza; 3) interpretare tanti personaggi nello stesso tempo e passare dall’uno all’altro con scioltezza, che è come dire: radunare una molteplicità di voci e azioni nel singolo attore, i molti nell’uno; 4) far vedere agli spettatori radunati a teatro uomini e donne, tempi e luoghi, gioie e dolori di un passato ormai scomparso, facendolo rivivere temporaneamente sulla scena.

Ciascuno di questi elementi potrebbe certo essere messo in discussione. Ad esempio, il punto 2 semplifica eccessivamente un concetto sfuggente e difficile come quello di “ripetizione”. Il ripetere potrebbe anche non portare a una padronanza dell’espressione del gesto e della voce, bensì condurre a una replica meccanica e scarna. Il punto 4 potrebbe invece essere problematizzato, dicendo che il teatro è più una faccenda di ascolto, che di visione. Tuttavia, se inscritti nella cornice cosmologica e teologica di Manilio, e malgrado la diminutio prima descritta, questi quattro elementi forniscono indirettamente un ottimistico elogio dell’attore come uomo divino. La fragile grana della sua voce e la gestualità incerta del suo corpo sono la povera materia terrestre in cui, in momenti privilegiati, può forse emergere con evidenza la potenza divina dei cieli.

Enrico Piergiacomi

————————-

Ma Cèfeo elevandosi nello spazio dello stillante Acquario / non darà inclinazione ai diletti. Egli crea visi dallo sguardo / severo e i tratti modella con la gravità dei pensieri. / Si pasceranno di ansie e ripasseranno gli esempi dei tempi remoti / e sempre loderanno le parole dell’antico Catone. / O sia cipiglio di tutore legale o moralismo di zio paterno / anche riprodurrà chi le tenere età si dedica ad allevare, / e da padrone sta dietro al suo padrone per la legge dell’età minore, / e creda in quel che fa, abbagliato dai suoi diritti formali. / E ancora forniranno il linguaggio al palcoscenico tragico, / di cui la penna stessa, benché sulla carta, sarà intinta nel sangue; / e non da meno d’uno di questi delitti figurati e delle vite sconvolte / egli godrà: rievocare la cena sontuosa del fratello, il sepolcro / e il padre che rigurgita i figli e il sole retroverso / e cieco il giorno senza sole; sarà un piacere narrare le guerre / di Tebe uterine e mescolato al fratello il genitore, / anzi che i parti di Medea e suo fratello e suo padre, / e d’un lato le vesti e dall’altro fiamme inviate come dono / e la fuga aerea e gli anni rinati dalla caldaia. / Mille altre rappresentazioni di storie tradurranno in poesia: / perfino forse Cèfeo stesso verrà recitato in teatro. / E se qualcuno procederà con più lente ispirazioni allo scrivere, / per liete circostanze di festa comporrà comici spettacoli, / giovani ardenti e ragazze rapite per amore / e vecchi ingannati e servi sempre disposti a tutto: / per queste trame prolungò la sua vita nei secoli tutti a venire / più della patria sua nel fiore della lingua sapiente, Menandro, / che alla vita mostrò la vita e la consacrò nella carte. / E se così grandi ritrovati d’arte gli negheranno le forze / sarà tuttavia predisposto all’eterna poesia, o recitandola / o mimandola a gesti, e adeguerà agli affetti l’espressione, / e col ripeterla la farà sua, e da solo saprà percorrere / ogni parte e riprodurrà, in sé solo, una intera folla, / o impersonerà magnanimi eroi e sulle scene togati Romani: / tramite le sue membra figurerà ogni atteggiarsi di fortuna / e coi suoi movimenti sarà pari a un coro e ci forzerà a vedere / presente Troia e Priamo che cade avanti al nostro sguardo (Manilio, Astronomica, libro V, versi 449-485)

[La citazione è tratta da Simonetta Feraboli, Enrico Flores, Riccardo Scarcia (a cura di), Manilio: Il poema degli astri (Astronomica). Volume II: libri III-V, Roma, Fondazione Lorenzo Valla, 2001] Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here