Teatrosofia #46. «Buffone attico». Zenone di Sidone contro Socrate

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Nel numero 46 la figura di Socrate secondo Zenone di Sidone interpretato non come il padre della filosofia bensì come un comico, un buffone.

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottore di ricerca in studi umanistici all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

www.labottegadelbarbieri.org
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Ancora oggi alcuni sostengono che Socrate fu l’autentico padre della filosofia occidentale: l’uomo che diede una sana virata alla storia del pensiero, portando gli ingegni a interessarsi alle questioni etiche e a interrogarsi su come gli esseri umani dovrebbero agire, per riuscire a vivere bene. Questo giudizio venne però già sfidato in età antica, per esempio dal filosofo epicureo Zenone di Sidone. Egli disprezzava talmente tanto la ricerca intellettuale di Socrate, al punto da chiamare questi con l’epiteto di Scurra Atticus, «buffone attico».

Le ragioni che indussero Zenone a esprimere un giudizio così aspro e tagliente non si possono purtroppo più ricostruire. Le idee del filosofo ci sono giunte solo attraverso scarse testimonianze indirette, nessuna delle quali riporta qualche delucidazione circa il contenuto della polemica verso Socrate. Ma dall’epiteto Scurra Atticus, si possono almeno ricavare due punti di interesse.

Il pimo è che Zenone vedeva in Socrate non il nobile padre di una disciplina importante, che secondo il suo lontano maestro Epicuro ha il compito di condurre uomini e donne, giovani e vecchi alla felicità. Egli lo interpretava appunto come un personaggio “buffonesco”, un cialtrone che fa ridere col suo comportamento, ma da cui non si può apprendere nulla di utile. Tale interpretazione poteva basarsi sulla conoscenza di alcuni dialoghi socratici, come quelli scritti da Platone, che spesso rappresentano in effetti Socrate come un uomo che assume comportamenti involontariamente comici. Si pensi a tal proposito al passo del Gorgia platonico (testo che interessò Zenone, visto che ritenne per qualche tempo spuria l’opera polemica dal titolo Contro il Gorgia di Platone, attribuita all’epicureo Metrodoro). Qui, Socrate decide di concludere un ragionamento che stava portando avanti con Callicle, ma che venne bruscamente interrotto dall’abbandono di quest’ultimo dalla conversazione, parlando da solo e interpretando comicamente la parte di due dialoganti.

Il secondo punto di notevole interesse è che il giudizio di Zenone non implicava solo un disprezzo verso Socrate, ma anche verso gli attori comici. Abbiamo in effetti già visto negli appuntamenti precedenti quanto gli Epicurei fossero sostanzialmente ostili all’arte della recitazione, considerandola come produttrice di un piacere superfluo, ipocrita e incapace di ammaestrare lo spettatore, perché senza alcun potere “catartico”. A queste annotazioni, si può ora aggiungere anche la testimonianza di Aulo Gellio su Lucio Torquato, ossia l’Epicureo romano che Cicerone rappresenta come il difensore dell’etica di Epicuro, nel libro I dell’opera Sui confini dei beni e dei mali. Egli offendeva infatti il suo avversario Ortensio chiamandolo “pantomima”, ossia paragonando la sua orazione in difesa di Silla alla più spregevole forma delle arti performative.

Va ad ogni modo precisato che, se Zenone chiamava Socrate un «buffone», non intendeva con ciò anche dire che egli era un individuo un po’ eccentrico e divertente, ma in fondo innocuo. Qualora avesse conosciuto le opere di Shakespeare, forse l’Epicureo lo avrebbe paragonato ai fools del Re Lear, o dell’Amleto. Zenone avrebbe considerato il riso di Socrate come il portatore di grandi inquietudini esistenziali, o meglio di un riso che disturba e ferisce, lasciando l’anima dell’ascoltatore in preda ad amarezza e follia. Non è improbabile che anche questo ritratto si sarebbe basato sulla lettura dei dialoghi platonici, per esempio del Menone e del Simposio. Qui, Platone fa dire ad alcuni personaggi che Socrate procurava loro effetti paragonabili alla puntura della torpedine o al morso della vipera, ossia grandi dolori uniti a un senso di incertezza e di impotenza, dunque dolori che allontanano dall’ideale epicureo della somma felicità: vivere senza sofferenza nel corpo e nell’anima, al riparo di tutto ciò che possa turbare la quiete ingradi di avvicinare l’essere umano al divino.

Il maestro Epicuro scriveva che il retto comportamento di vita consiste nel ridere e nel filosofare nello stesso tempo, dunque respingeva tanto la filosofia che ammaestra attraverso discorsi noiosi o è coltivata senza concedere qualche svago, quanto la risata che non porta alcun insegnamento e offre solo un piacere effimero. L’epiteto Scurra Atticus di Zenone mostra che Socrate rientra nella seconda categoria di condotta, e nella sua forma più spregevole. Socrate fa ridere senza filosofare, perché le risate che ispira distruggono il filosofare, ovvero l’arte di rendere felice l’umanità. Poiché il riso di Socrate si trasforma presto in pianto e fa cadere i suoi interlocutori nei tormenti più indicibili.

 

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Zenone [di Sidone] non solo colpiva con maldicenza i suoi contemporanei come Apollodoro, Silo e gli altri, ma di Socrate stesso, il padre della filosofia, diceva che era stato, usando il termine latino, il buffone attico [Scurra Atticus] (Cicerone, Sulla natura degli dèi, libro I, cap. 34, § 93 = Zenone di Sidone, fr. 9 Angeli-Colaizzo)

 

Né il giovane indugi a filosofare né il vecchio di filosofare sia stanco. Non si è né troppo giovani né troppo vecchi per la salute dell’anima. Chi dice che non è ancora giunta l’età di filosofare, o che l’età è già passata, è simile a chi dice che per la felicità non è ancora giunta o è già passata l’età. Cosicché filosofare deve e il giovane e il vecchio: questi perché invecchiando sia giovane di beni per il grato ricordo del passato, quegli perché sia a un tempo giovane e maturo per l’impavidità nei confronti dell’avvenire. Meditare bisogna su ciò che procura la felicità, poiché invero se essa c’è abbiamo tutto, se essa non c’è facciamo tutto per possederla (Epicuro, Lettera a Meneceo, § 122)

 

Accostandosi [Zenone di Sidone] con esattezza agli scritti dei Maestri per molte cose considerò le loro dottrine, concepiva all’inizio qualche sospetto, come su alcune epistole, persino sulla Lettera a Pitocle sui fenomeni celesti, e sul trattato Sulle virtù e sui Precetti attribuiti a Metrodoro e sulle Testimonianze e soprattutto sul secondo libro Contro il Gorgia di Platone e sui (trattati attribuiti) a Polieno, sul libro Contro i retori e su quello Sulla luna e sulle opere (attribuite) ad Ermarco (Filodemo, Agli amici di scuola, colonna 11 = Zenone di Sidone, fr. 25 Angeli-Colaizzo)

 

CALLICLE: Ma non potresti svolgere da solo il tuo ragionamento, parlando da solo o rispondendo a te stesso?

SOCRATE: Certo! Perché mi accada quello che dice Epicarmo, vale a dire, ciò che prima in due uomini dicevano, essere capace di dirlo da solo! (Platone, Gorgia, passo 505d-e)

 

Una volta Lucio Torquato, che era persona piuttosto volgare e priva di spirito, mentre si discuteva la causa di Silla ebbe davanti al consiglio dei giudici un’uscita esageratamente aspra, arrivando a dire che quello [Ortensio] non era nemmeno un istrione ma una pantomima, e lo chiamò col nome di una ballerina molto conosciuta, Dionisia. Allora Ortensio replicò, con voce soave e calma: «Dionisia, sì, mi sta bene. Meglio essere una Dionisia che uno come te, Torquato: uomo senza Muse, senza Afrodite, senza Dioniso» (Aulo Gellio, Le notti attiche, libro I, cap. 5, § 3)

 

O Socrate, prima di incontrarti avevo sentito dire che tu non fai altro che sollevare difficoltà e ne fai sorgere agli altri: e adesso, a quel che mi sembra almeno, mi affascini, mi ammalii, realmente mi incanti, al punto che sono pieno di dubbi. E mi sembri, se è opportuno scherzare anche un po’, in tutto assolutamente simile per l’aspetto e per il resto a questa piatta torpedine di mare. Essa infatti fa intorpidire chi di volta in volta le si avvicina e la tocca e anche tu mi sembra che abbia fatto ora con me qualcosa di simile; e infatti veramente io sono intorpidito nell’anima e nella bocca e non so cosa risponderti (Menone in Platone, Menone, passo 79e-80b; trad. modificata)

 

Mi tormenta ancora il dolore provocatomi dalla vipera che mi ha morso; e dicono che chi l’ha subito non vuole raccontare quale fu se non a quelli che l’hanno provato, perché soli possono capire e compatire ciò che ebbe il coraggio di fare e dire sotto la spinta del dolore. Ora io, morso da quel che provoca più dolore e nella parte che e la più soggetta al dolore, fra quante si può essere morsi, perché nel cuore e nell’anima o in qualunque modo lo si voglia chiamare, ferito e morso dai discorsi della filosofia, che si imprimono con maggior violenza di una vipera, quando afferrino un’anima giovane e non inetta, e fanno fare e dire qualunque cosa, e vedendo qui i vari Fedro, e gli Agatoni, gli Erissimachi, gli Aristodemi, gli Aristofani e Socrate stesso e quanti altri, perché parlarne? (Alcibiade in Platone, Simposio, passo 217e-218a)

 

Bisogna ridere e insieme filosofare e attendere alle cose domestiche e esercitare tutte le altre nostre facoltà, e non smettere mai di proclamare i detti della retta filosofia (Epicuro, Sentenza vaticana 41)

 

[I frammenti di Zenone sono raccolti e commentati da Anna Angeli, Maria Colaizzo, I frammenti di Zenone Sidonio, in «Cronache Ercolanesi», 9 (1979), pp. 47-133. Uso poi le seguenti traduzioni: 1) Nino Marinone (a cura di), Cicerone: Opere politiche e filosofiche. Volume II: I termini estremi del bene e del male, Discussioni tuscolane, La natura degli dèi, Torino, UTET, 1955; 2) Graziano Arrighetti (a cura di), Epicuro: Opere, nuova edizione riveduta e ampliata, Torino, Einaudi, 1973; 3) Anna Angeli (a cura di), Filodemo: Agli amici di scuola (PHerc. 1055), Napoli, Bibliopolis, 1988; 4) Enrico V. Maltese (a cura di), Platone: Tutte le opere, 5 volumi, Milano, Newton Compton, 1997; 5) Giorgio Bernardi-Pierini (a cura di), Aulo Gellio: Le notti attiche, Torino, UTET, 1982]

Enrico Piergiacomi

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