Shylock. Lo spin-off che fa bene a Shakespeare

In chiusura della rassegna Shakespeare Reloaded, arriva al Teatro Argot Studio Shylock di Gareth Armstrong, messo in scena dalla Compagnia Demoni. Recensione

Foto Manuela GIusto
Foto Manuela GIusto

C’è William Shakespeare. Morto, lo sappiamo bene, esattamente 400 anni fa. E ci sono le sue opere, che rappresentano uno zenith per l’intera cultura occidentale. All’interno di quelle opere ci sono i suoi personaggi, a loro volta catalizzatori straordinari di interi oceanici e spesso controversi immaginari. Quel che ci arriva è la poesia e la prosa con cui si intrecciano storie e destini, geografie e principi morali. Con tutto questo uno spettatore ha a che fare ogni qual volta un teatro apra le porte a un’ennesima messinscena o riscrittura. Ma allora perché gli artisti continuano a misurarsi con il Bardo? E perché noi spettatori continuiamo ad andare a vedere? Perché questi testi sono come i dadi: per legge fisica, non si sa quale numero uscirà ma di certo il numero sarà uno e uno solo, senza possibilità di bilico.

Foto Manuela Giusto
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L’idea dello spin-off è antica come la letteratura stessa e nella nostra epoca la si usa di continuo: molto nel cinema, moltissimo nelle serie tv, ma molto anche nel teatro. A chiusura della rassegna Shakespeare Reloaded – palinsesto trasversale del Teatro Comunale Camploy di Verona e i teatri romani Sala Uno e Argot Studio – arriva allo spazio trasteverino Shylock, fortunato monologo del gallese Gareth Armstrong adattato da Francesca Montanino e Mauro Parrinello, quest’ultimo anche interprete. La storia del Mercante di Venezia e, più nel dettaglio, dell’usuraio ebreo che chiede in pegno una libbra di carne al suo creditore è narrata dall’unico altro personaggio ebreo del dramma, Tubal. Per lui Shakespeare scrive otto battute in tutto ma anche un ruolo che scopriremo essere determinante ai fini della storia: inviato a Genova per pedinare la figlia di Shylock Jessica e il suo amante, recherà notizie sulla dannata sorte delle navi di Antonio, sventura che permetterà allo strozzino di esigere il proprio debito di sangue.

Foto Manuela Giusto
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Il Tubal di Parrinello è una piccola e gentile caricatura dell’ebreo, camicia a strisce, gilet, pantalone ampio, occhiali sottili, sorrisetto e riccioli, sotto la kippah. In scena con lui solo una voce off che interpreta Shylock e una «scenografia che costa 27 euro», un architrave formato da scatole di cartone, etichettate con nomi ironici che si fanno capisaldi della storia: «gondole galeotte, rimborso viaggi, stile italiano, notai buffi, geografia creativa, storie inventate» sono altrettanti nodi drammaturgici per ricostruire non solo la vicenda del Mercante, ma ampie radure di retroterra culturale ebraico.
Da bravo drammaturgo popolare (già, questo era all’epoca) Shakespeare omette, fraintende, prende alla leggera, scopiazza da favole popolari, taglia i caratteri con l’accetta, crea stereotipi e a quanto pare – nel tratteggiare il suo Shelach – disconosce molto della sua tradizione.

Tubal rimette a posto i tasselli. Il testo si dipana tra riferimenti biblici e cenni sulla contemporaneità, svelando il retaggio di esclusione del popolo di Israele senza retoriche o pietismi ma assestando qua e là qualche amara stilettata su certi qualunquismi di cui siamo tutti vittime o ignari fautori. Il merito è di certo nell’acume del testo, ben tradotto da Francesca Montanino, ma ancor di più in un’idea di messinscena povera ma fulgidamente semplice e funzionale, e nella presenza di un attore sincero, gradevole, in grado di tenere in mano l’attenzione di un pubblico reso partecipe e di offrire chiavi di lettura multiple che fanno riflettere sulla narrazione dei miti contemporanei. Ottimo ritmo e piccole invenzioni come lo Shylock animato come burattino dai tratti “tipici” del ricco ebreo fanno il resto, per un bel pezzo di teatro indipendente adatto a tutte le età. A patto che a tutte le età ci si conservi aperti a notare i dettagli della rappresentazione, a giocare ai ruoli di chi ascolta, chi impara e chi completa una storia in un sincero atto di relazione.

Sergio Lo Gatto

Teatro Argot Studio – aprile 2016

SHYLOCK
Di Gareth Armstrong
Traduzione Francesca Montanino
Ideazione e adattamento Mauro Parrinello e Francesca Montanino
con Mauro Parrinello
Voce off Federico Giani
Scene e costumi Chiara Piccardo
Disegno luci Paolo Meglio
Segretaria di produzione Patrizia Farina
Regia Mauro Parrinello
Spettacolo realizzato con il sostegno di:
Fabbrica delle Candele (Forlì), Spazio47 (Aprilia)
Un ringraziamento speciale a: Luca Valentino
Offrome/Compagnia demoni

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e dramaturg. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile delle Attività Culturali per Emilia Romagna Teatro Fondazione. È dottore di ricerca in Spettacolo, con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e docente a contratto di Metodologie della Critica del Teatro e dello Spettacolo alla Sapienza Università di Roma. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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