Kvetch. E voi, di cosa avete paura?

Kvetch di Steven Berkoff e gli anni Ottanta con la regia di Giacomo Bisordi. Visto al Cometa Off di Roma. Recensione

foto Riccardo Freda
foto Riccardo Freda

Potremmo lamentarci per sempre. E avere paura. E continuare a farlo coscientemente, in silenzio, senza disturbare ― massacrando solo noi stessi ― così che almeno gli altri non si lamentino di noi. Ma se nel frattempo anche gli altri stessero facendo lo stesso? Anche loro lì a sorridere falsi e a conservare dentro i propri piagnistei dell’anima come aringhe maleodoranti, come arringhe nevrotiche? Ci ritroveremmo a uscire tutti assieme dagli anni ’80 e ’90, rendendoci conto che stiamo rimanendo soli, con la faccia piegata sulla dipendenza edulcorante di Candy Crush o sulla rabbia repressa di Angry Birds, distanti e staccati dai voli pindarici del pensiero come dagli iperbolici salti di Super Mario per liberare la principessa Peach.

foto Riccardo Freda
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1986, una città degli Stati Uniti d’America, tende di ciniglia sullo sfondo, un Nintendo e una coppia di ebrei borghesi con suocera che invitano a cena un ospite. Sceglie di entrare appieno nel decennio che porterà alla nostra crisi, Giacomo Bisordi, portando in scena al teatro Cometa Off quel gioiello schizofrenico che è Kvetch, testo scritto dal poliedrico Steven Berkoff: autore di testi originali tradotti in tutto il mondo, attore in film come Rambo e Arancia Meccanica, mimo, a 17 anni frequentava i corsi di Jacques Lecoq. Viene da immaginarselo vestito dal crudele colonnello Podovsky, Berkoff, seduto a una scrivania mentre scrive Kvetch, testo che si fa Vietnam tra pensiero e azione, che coglie l’impossibilità di vivere il qui e l’ora per chi cede al logorio interiore che nevrotizza, che fa rimanere agganciati con un anello di sicurezza alla propria ansia.

foto Riccardo Freda
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È il ticchettio di un orologio ad aprire la scena, metronomo delle conversazioni tra i personaggi, a segnare quel ritmo binario, sincopato, che nei dialoghi grotteschi e tiratissimi mette l’accento sulla prima misura ― la parola detta ― e lascia scoprire il personaggio in levare ― il non detto, esternato dal testo sotto forma di pensiero a voce alta ― lasciando che l’associazione libera nelle menti dei personaggi sia così immediata da liberarle da ogni sovrastruttura psicologica; il linguaggio arriva a rendere fluido il pensiero.

Per tenere un ritmo che vada oltre la parola, per esaltare un testo così composito che presenta al suo interno diverse forme, la regia di Giacomo Bisordi si trova a dover dosare minuziosamente senza poter risparmiare l’energia degli attori, riuscendoci in pieno. Dopo l’esperienza di Fred’s Dinner di Penelope Skinner per la rassegna Trend, seconda produzione della compagnia Barbaròs durante la quale il giovane regista aveva già avuto modo di dirigere attori di grande esperienza, Bisordi conferma in Kvetch le sue capacità di regia confrontandosi con attori di alto calibro. Daniele Biagini ― Frank, il padrone di casa, il padre di famiglia ― è un personaggio in stato di grazia, un Fred Flintstone con paranoie ataviche che modera la sua “frustrazione coniugale con suocera” nell’inclinazione verso l’amico problematico Hal ― Vincenzo Giordano ― l’uomo che ha paura di provare paura. Ludovica Modugno, la suocera, è un prolasso mentale e fisico, elemento di disturbo che alimenta le frustrazioni di coppia di Frank con Donna – una Cristina Poccardi che nel grottesco riesce a conservare eleganza e a colmare quel gap tra desiderio e reale. Poi l’ingresso di George – Alessandro Averone – squalo in bilico tra l’esser predatore e preda di sé stesso.

foto Federico Breda
foto Federico Breda

Come nascono determinate perversioni, determinati meccanismi e proiezioni? La simbologia del videogioco, l’uso dei video come flussi di coscienza, i cambi di scena rapidi che utilizzano l’effetto dissolvenza della ciniglia dell’evocativo impianto scenico di Paola Castrignanò, permettono allo spettacolo di trovare la giusta misura tra la struttura più realistica e i momenti più onirici, allucinatori del pensiero. E insieme di trovare una risposta nel non avere pace, nella discontinuità estrema rispetto alle forme.
To kvetch, verbo inglese, derivato dallo yiddish kvetshn. Significa lamentarsi, piagnucolare, spesso senza un motivo apparente. Ora, non dovremmo dirlo. Ma cederemmo così anche noi al kvetch, alla nostra parte filtrata. E allora, almeno per una sera, se non volete lamentarvi, lasciate la tavola da sparecchiare, le frustrazioni nel salone con il gatto che miagola, uscite di casa, raggiungete il quartiere Testaccio, entrate a teatro a vedere la genialità cinica di Berkoff e l’idea registica di Bisordi, fatevi prendere a schiaffi da cinque attori, non pensate. Poi, uscite, sorridete, e ricominciate a parlare.

Luca Lòtano

Teatro Cometa Off, Roma – marzo 2016

KVETCH
di Steven Berkoff
traduzione di Giuseppe Manfridi e Carlotta Clerici
regia Giacomo Bisordi
con Alessandro Averone (George), Daniele Biagini (Frank), Vincenzo Giordano (Hal), Cristina Poccardi (Donna)
e la partecipazione straordinaria di Ludovica Modugno nel ruolo de la Suocera
scene Paola Castrignanò
costumi Anna Missaglia
luci Marco D’Amelio
assistente alla regia Cristina Mugnani
effetti sonori Nuccia Studio
voci registrate di Cristina Mugnani e Serena De Siena

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2 COMMENTS

    • Ciao Lorenzo, la mia posizione sullo spettacolo mi sembra argomentata sufficientemente dall’articolo.

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