Compagnia Zappalà Danza. Sinestesia siciliana

La Compagnia Zappalà Danza ritorna a Roma dopo dieci anni all’interno di Equilibrio. Festival della nuova danza con Instrument 1 <scoprire l’invisibile>. Recensione

Foto di Gianmaria Musarra
Foto di Gianmaria Musarra

Vedere la musica e sentire il gesto. Questa la risultante sinestetica alla base di Instrument, progetto triennale della Compagnia Zappalà Danza del 2007 le cui tre coreografie sono strettamente legate ad altrettante esplorazioni musicali. La prima delle opere dirette da Roberto Zappalà, <scoprire l’invisibile>, vista a Roma all’interno di Equilibrio, porta a domandarsi perché una tra le più importanti compagnie di danza contemporanea, sicuramente tra le siciliane la più longeva e affermata, conti un’assenza decennale in territorio capitolino a fronte invece di collaborazioni con altri centri nevralgici di caratura nazionale ed europea. Meglio tardi che mai, si dice.

Lungi dunque dall’essere una specifica limitativa, l’identità catanese si esplica non solo nel lavoro sul territorio – sviluppato da una parte con la direzione artistica di Scenario Pubblico – International Choreographic Centre Sicily, e dall’altra attraverso le collaborazioni con musicisti e artisti siciliani – ma come cifra fondante della propria poetica. Nel caso di instrument1 la controparte musicale è affidata in primo luogo a un antico strumento tipico della tradizione popolare locale (ma non solo): lo scacciapensieri, o meglio, ‘u marranzanu. Diversamente dal progetto originale che vedeva tutti i componenti della band I Lautari – nella versione riadattata per l’Auditorium a suonare è stato soltanto Puccio Castrogiovanni – il quale dà vita però a un’orchestrazione densa, esplorando le potenzialità dei diversi marranzani dal vivo in una sonorità profonda e in grado di dialogare con l’altra musica. «Yo soy un ballerino y mi cuerpo es mi instrumento». È questa l’altra musica, generata dai danzatori, portata avanti dai loro corpi, dalle loro voci; il loro danzare è musica visualizzata.

Foto Serena Nicoletti
Foto Serena Nicoletti

Alle due note iniziali avvolte in una penombra violacea seguirà un’inspirazione bassa e sonorizzata, gutturale fino al climax culminante nella reiterata strofa di una filastrocca da bambini, Piulu Paulu. Due parole, due accenti, ispirazione (pìulu) ed espirazione (pàulu), levare e battere, base ritmica a cui si aggiunge uno zoccolio, anche questo ancora immerso in un buio, rumore di pietre che sembrano rotolare da un pendio. Ne scopriremo i fautori, sette danzatori rigorosi che si muovono in “stormo”, si rincorrono, scalciano il piede quasi a voler far cadere il sassolino impigliato, giocano a campana, levano le mani al cielo indicandolo. C’è chi si isola salvo poi ritornare al nucleo del gruppo. Scarpe col tacco e vestina nera, i danzatori diventano donne piangenti; attorno a questo passaggio si avverte forse l’esternalizzazione di un’idea un po’ superata della Sicilia della religione e del fare mafioso. Se bisogna attraversare lo stereotipo per vincerlo, il passaggio può avvenire per contrasto, nel gioco dell’ostentazione dei corpi scultorei (ora nudi) sulle note di My first, my last, my everything, oppure, lasciandosi alle spalle il gusto della sorpresa (che pur suggella il patto col pubblico), stringere invece più approfonditamente il rapporto musica-danza.

L’assonanza tra le due arti non si risolve soltanto in una corrispondenza diretta, quasi che l’una fosse amplificatrice dell’altra; spesso è più interessante rilevare la forma “dialogica” che si crea: al suono (ora sordo ora sonoro, ora acuto ora grave) corrisponde una risposta da parte dei movimenti, che rimbalzano sui muscoli tesi oppure rilassati, muovendosi a “canone”. La costruzione del quadro scenico segue un andamento centrifugo, è arcaica e contemporanea al contempo, le luci solari e algide illuminano i corpi convulsi e lascivi, la dispersione cinetica irrompe sul palco per poi ricomporre l’unità di partenza. Anche nei momenti di maggior concitazione il movimento mantiene sempre una pulizia tanto nel salto quanto nella posa plastica, nel contatto con il compagno, nel floor work o nelle prese aeree. Al gesto meno narrativo corrisponderanno altri più facilmente identificabili, come la comparsa di una figura costretta a sorreggere il peso di una terra, un moderno Colapesce bagnato dai tagli di luce anziché dal Mediterraneo, quasi sconfitto, mentre la musica sembra sorreggere la sua azione portandola avanti, creando la condizione perché il movimento possa continuare a essere. Allora l’invisibile appare come conseguenza reale nel sudore e nella fatica dei danzatori e del musicista, non più divisi corpi e voce diventano un unico “corpovoce”; non ricalcano più la realtà, nell’unione spostano la nostra percezione verso una nuova ri-creazione.

Viviana Raciti

Auditorium Parco della Musica, Roma – febbraio 2016

INSTRUMENT 1 <SCOPRIRE L’INVISIBILE>
Coreografie e regia Roberto Zappalà
musica originale (dal vivo) Puccio Castrogiovanni
danzatori Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Gaetano Montecasino, Roberto Provenzano, Antoine Roux-Briffaud, Fernando Roldan Ferrer, Salvatore Romania
ai marranzani (scacciapensieri) Puccio Castrogiovanni
testi Nello Calabrò
luci e costumi Roberto Zappalà
direttore tecnico Sammy Torrisi
management Maria Inguscio
una coproduzione Compagnia Zappalà Danza – Etnafest Arte – Scenario Pubblico – uva grapes Catania contemporary dance festival
La Compagnia Zappalà Danza è sostenuta da MIBACT Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e Regione Siciliana Ass.to del Turismo, Sport e Spettacolo

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