Teatrosofia #32. Recitare con sapienza: i primi Stoici sul teatro e l’attore

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Primo appuntamento dedicato agli stoici e ai cinici.

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottorando di ricerca in filosofia antica all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

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Diogene, 1860, di Jean-Léon Gérôme, olio su tela,  Walters Art Gallery, Baltimore, MD, USA .
Diogene, 1860, di Jean-Léon Gérôme, olio su tela, Walters Art Gallery, Baltimore, MD, USA .

Tra gli Stoici più antichi a noi noti spiccano soprattutto il fondatore Zenone di Cizio, il suo allievo Aristone di Chio – che si allontanò in parte col tempo dalle idee del maestro – e i suoi due successori a capo della scuola: Cleante di Asso prima, Crisippo di Soli poi. Questi quattro filosofi rifletterono molto sulla recitazione e sul teatro, esaminandoli da diversi punti di vista.

Il meno appariscente è quello di ordine squisitamente tecnico. Gli Stoici antichi identificano la recitazione come una parte della scienza retorica, per la precisione all’intero della declamazione del discorso che parla correttamente e in maniera estesa di alcune cose. Come dicono sia Zenone che Crisippo, ciò comporta un uso corretto del tono della voce, della postura e della movenza delle mani, nonché un controllo nell’apertura della bocca, che non deve essere smodatamente larga. Sebbene il rilievo possa apparire banale e persino grottesco, esso ha una dignità filosofica considerevole. Infatti, partendo dalla premessa che tendono ad aprire smodatamente la bocca coloro che chiacchierano inutilmente e dicono cose assurde, Zenone desume che il parlare senza spalancare la gola è proprio di chi invece fa affermazioni sensate, ponderate e pertinenti. Il corretto modo di recitare o pronunciare buoni discorsi è allora, al tempo stesso, sintomo ed esito di una maturata disciplina di pensiero.

Gli Stoici usavano poi il teatro e i concetti ad esso attinenti come metafore utili per descrivere in maniera intuitiva le loro dottrine. Plotino ce ne tramanda una, vale a dire il ricorso all’immagine del pantomimo, per spiegare in che senso dio sia immanente al cosmo e ne governi il divenire. Come infatti il pantomimo resta sempre lo stesso e uno, benché interpreti tanti personaggi diversi durante la sua esibizione, così la divinità pervade la realtà intera e si trasforma in tutte le cose che nascono, divengono, muoiono, pur mantenendosi distinto da loro.

Al solo Crisippo, sono invece riconducibili due ragionamenti. Il primo è sintetizzato da Cicerone e paragona il mondo al teatro. Se il teatro è un edificio comune a molti spettatori, ma nel quale ogni singolo ha il suo specifico posto a sedere, allora il mondo gli è simile, in quanto è un luogo comune a ogni essere vivente, dove però ciascuno abita una specifica regione. Il secondo ragionamento di Crisippo si richiama alla commedia per affermare che i mali contribuiscono alla perfezione del cosmo. Una commedia contiene battute stupide e mal riuscite le quali però sono utili per l’economia generale dell’opera perché ne aumentano la piacevolezza. Allo stesso modo, il cosmo contiene sì dei mali, i quali però sono di grande utilità per il dispiegarsi della vita morale in quanto permettono di far emergere la potenza del bene che non può agire senza l’opposizione alla malvagità.

Ma il contributo stoico più considerevole, ispirato all’arte dell’attore, si rinviene in ambito etico. Con Aristone di Chio, che molto probabilmente qui si rifà alle riflessione nata in ambito socratico e a Diogene di Sinope, incontriamo una dottrina che ritornerà con maggiore insistenza e si raffinerà ogni volta inmaniera più approfondita tanto nella riflessione sia stoica che in quella cinica. Ci si riferisce all’idea che il sapiente assomiglia a un grande attore, egli recita bene la parte che gli è assegnata, non importa che sia quella del ricco e illustre Agamennone o del povero e disprezzato Tersite. Ora, dato che la sapienza degli Stoici consiste nella conoscenza di ciò che è bene (la sola virtù), male (il solo vizio) e indifferente (tutto ciò che è diverso dalla virtù e dal vizio), visto che il possedere o il non possedere la gloria o l’essere o il non essere opulenti sono realtà indifferenti, se ne deduce che Aristone intende dire che il sapiente saprà in ogni caso agire virtuosamente / non viziosamente quale che sia la situazione in cui si trova. Per essere più precisi e chiari egli riuscirà a vivere conforme a virtù tanto se è sommerso dalla fama e dalla ricchezza – che non considererà come dei beni e non userà per compiere atti moralmente illeciti – quanto se vive ignoto e nella totale indigenza, perché non considererà questa condizione come un male e agirà in essa in modo sempre integerrimo.

Gli Stoici ignoti e menzionati da Cicerone illustrano similmente il paragone, sostenendo che la sapienza e la recitazione hanno in comune il fatto di essere attività perfette, ossia che trovano la loro piena realizzazione in sé e non in qualcosa di diverso da sé. Il fine dell’azione del recitare è l’azione stessa del recitare e il fine dell’azione conforme a sapienza è la stessa azione conforme a sapienza, al contrario di quanto accade per le arti come la medicina o la nautica, che hanno minore perfezione perché trovano rispettivamente il fine dell’azione medica nella salute e il fine dell’azione nautica nella conclusione della traversata. Questi Stoici si distinguono da Aristone, tuttavia, nel rilevare tra la recitazione e la sapienza anche una cospicua differenza. L’una può definirsi compiuta solo nel suo insieme e non nelle sue singole parti, mentre l’altra può essere considerata tale sia nel suo insieme che in ogni sua singola parte. Purtroppo, qui il testo di Cicerone risulta troppo compresso e di difficile decifrazione, pertanto si dovrà ricorrere a un’ipotesi ermeneutica. Forse egli vuole dire che gli Stoici pensano che l’arte della recitazione non si realizza totalmente se non si eseguono tutte le azioni drammatiche l’una di seguito all’altra. Noi non possiamo dire, in fondo, che la recitazione dell’Edipo re di Sofocle sia compiuta se si esegue solo l’azione di Edipo che indaga, senza che vengano eseguite pure la scoperta dell’uccisione del padre, il matrimonio con la madre e il conseguente accecamento. Di contro, la sapienza è sapienza in ogni momento, poiché un’azione sapiente (come il rinunciare a un piacere a prezzo di un grave crimine) è tale nel momento stesso in cui viene compiuta, a prescindere che venga preceduta da un’altra azione sapiente (restituire un favore ricevuto) e/o seguita da un’altra azione sapiente (morire per salvare la patria).

Ma se è vero che il compito della vita del saggio consiste nel recitare bene la parte assegnata, sorge spontanea la domanda: assegnata da cosa o da chi? Qui si rinvengono due diverse soluzioni. Gli Stoici che credono nell’esistenza della divinità immanente al cosmo già menzionata risponderebbero che le parti da interpretare sono assegnate dalla divina provvidenza. Cleante esprime benissimo questo concetto, pur non parlando dell’attore, nei famosi versi tradotti da Seneca, in cui dichiara di seguire spontaneamente i disegni fatali di Zeus, anche perché questi sono inarrestabili e porteranno comunque l’uomo là dove è destinato: «i fati conducono chi li vuole, trascinano chi non li vuole» (ducunt volentem fata, nolentem trahunt). Il saggio è perciò migliore rispetto allo stolto perché accetta di recitare bene la parte ricevuta dalla divinità, invece di opporsi alla decisione divina ed essere così costretto a recitare lo stesso, ma male. Di contro, gli Stoici più vicini al Cinismo – come appunto Aristone di Chio – risponderanno che è la sorte ad assegnare i ruoli. Per Aristone, infatti, la divinità è inconoscibile, sicché si ignora se vi è una provvidenza. La sola cosa ragionevole dalla prospettiva etica consiste così nel recitare bene la parte del ricco o la parte del povero, la parte del potente o quella dell’inetto e via dicendo, come se queste ci fossero date dalle circostanze esterne.

Quale che sia il loro orientamento su questa specifica questione, gli Stoici condividono tuttavia una sua conseguenza estrema. Solo il saggio è vero retore, ossia colui che (come abbiamo visto) è competente nella recitazione, mentre tutti gli altri uomini sono stolti, lontani dalla virtù e dalla felicità. E poiché un tale individuo è raro quanto l’araba fenice, forse non è addirittura apparso nella storia, ne segue che nessun attore è esistito e che il teatro non è stato evocato mai. Dalla prospettiva stoica, il teatro è dunque un’arte ancora infantile, praticata da adepti distantissimi dalla perfezione e la cui superficie è stata a malapena scalfita.

 

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Definiscono la retorica la scienza di dire bene su argomenti pianamente ed unitariamente esposti, e la dialettica la scienza di discutere rettamente su argomenti per domanda e risposta. Perciò danno anche quest’altra definizione: la scienza di ciò che è vero e di ciò che è falso, e di ciò che non è né vero né falso. Dividono la retorica in tre parti: deliberativa, forense, encomiastica. La retorica è costituita dai seguenti elementi: invenzione degli argomenti, loro espressione in parole, loro disposizione e recitazione. Costituiscono il discorso retorico le seguenti parti: il proemio, la narrazione dei fatti, la confutazione della parte avversa e l’epilogo (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro VII, §§ 42-43 = SVF II 48 + 295; trad. leggermente modificata)

 

[Zenone] sosteneva che quando conversiamo dobbiamo essere come gli attori: avere una voce forte ed una grande capacità di modulazione, ma non aprire eccessivamente la bocca: aprono smodatamente la bocca quelli che chiacchierano molto e sostengono cose assurde (Zenone in Diogene Laerzio, libro VII, § 20 = SVF I 327)

 

Credo che, nel campo dei discorsi, ci si debba occupare non solo di un ordine nobile ed essenziale, ma anche dell’impostazione della recitazione, perché sia consona al tono della voce, e all’atteggiarsi del volto e delle mani (Crisippo in Plutarco, Sulle contraddizioni degli stoici, capitolo 28 = SVF II 297)

 

D’altra parte, per mantenere al principio universale il dovuto valore, non si sarebbe dovuto porre come principio una realtà amorfa, passiva, priva di vita, senza intelligenza, oscura e imprecisata, per poi giustapporle il carattere di sostanza. Quel dio è da loro [gli Stoici] introdotto solo come pretesto, perché il suo essere ha parte della materia ed è composto, non originario: piuttosto <che dio> esso è un modo della materia. E poi se quest’ultima fa da sostrato, necessariamente ci sarebbe bisogno di un ulteriore principio che agendo su di essa, ed essendo fuori di essa, la prepari a fare da sostrato degli influssi che esso gli invierà. Ma poniamo pure che dio sia immanente nella materia, e che egli stesso sia un sostrato, o addirittura che sia nato con essa; ebbene, ciò nonostante egli né potrebbe fare di essa un sostrato, né farsi con essa sostrato. (…) Ma se loro fanno a meno di questo principio esterno, e il sostrato può, prendendone le forme, trasformarsi in ogni cosa, come quello che nella pantomima fa tutte le parti, allora non sarebbe più un sostrato, ma esso stesso sarebbe il tutto… (Plotino, Enneadi, enneade VI, capitolo I, § 27 = SVF II 314)

 

Eccellente è la tesi di Crisippo per cui tutti gli altri animali nascono in funzione degli uomini e degli dèi, e che invece questi ultimi sono nati per stare insieme in una comunità solidale. Per tal motivo gli uomini possono sfruttare gli animali al proprio vantaggio senza per questo commettere ingiustizia. Inoltre, la natura umana è tale che fra il singolo e il genere umano vige per così dire un civile rapporto di diritto, sicché chi salvaguardia un tale rapporto sarà giusto, chi invece lo elude sarà ingiusto. E come in un teatro si può dire che ciascuno ha il suo posto pur essendo il teatro stesso in comune, così avviene in una città o nel mondo: questi sono sì comuni, ma ciò non impedisce che ciascuno abbia il possesso di una parte (Crisippo in Cicerone, Sui confini dei beni e di mali, libro III, § 20.67 = SVF III 371)

 

L’armonia di un coro dipende dal fatto che nessuno di per sé stoni; allo stesso modo un corpo è in salute se tutte le sue parti lo sono. La virtù, invece, senza il vizio non avrebbe neppure origine. Come nella composizione di certi farmaci entra necessariamente il veleno dei serpenti e il fiele di iena, così, oltre al resto, anche la malvagità di Meleto era necessaria a che la giustizia di Socrate <risaltasse>, e l’ignoranza di Cleone affinché <risaltasse> il valore di Pericle. E come Zeus avrebbe potuto dare alla luce Eracle e Licurgo, se non ci avesse generato un Sardanapalo e un Falaride? (…) Vuoi toccar con mano il fior fiore della finezza e della capacità di persuadere di Crisippo? Ecco quel che dice: «Come le commedie esibiscono talvolta battute comiche, che di per sé sono sciocche, ma aggiungono piacevolezza all’insieme, così il male potrebbe essere accusato in sé e per sé, ma in rapporto a tutto il resto non è privo di utilità» (Crisippo in Plutarco, Sulle contraddizioni degli Stoici, capitoli 13-14 = SVF II 1181.2-3)

 

Paragonava il saggio al bravo attore che dovendo assumere la maschera sia di Tersite che di Agamennone rappresenta i due ruoli con conveniente aderenza (Aristone in Diogene Laerzio, libro VII, § 160 = SVF II 351)

 

Come le membra ci sono state date chiaramente in funzione di una certa condotta di vita, così l’impulso dell’anima… non è destinato ad un tipo di vita qualsiasi, ma ad uno specifico; e lo stesso dicasi per la ragione e per la ragione completamente attuata. Come l’attore non mette in scena una parte qualunque e il ballerino delle movenze qualsiasi, ma deve seguirne alcune prestabilite, così si deve vivere un genere di vita ben determinato, e non uno a caso: e questo genere lo chiamiamo coerente e conveniente. Non si deve infatti credere che la sapienza sia affine all’arte del nocchiero o alla medicina; essa, come ho appena detto, assomiglia piuttosto all’arte dell’attore e della danza, perché è fine a se stessa, e non pone fuori di sé il fine, cioè la sua perfezione. E però la saggezza differisce da queste arti [scil. dell’attore e della danza] per un particolare: ossia per il fatto che l’esecuzione in quel genere di arti non riguarda la totalità delle parti di cui ciascuna consta, mentre quel che noi potremmo chiamare rettitudine o le azioni rette… hanno tutti i requisiti della virtù. Solo la saggezza è totalmente conclusa in se stessa (Cicerone, Sui confini dei beni e dei mali, libro III, § 7.23-24 = SVF III 11; traduzione leggermente modificata)

 

Conducimi o padre dominatore dell’alto cielo / dovunque tu voglia; non esiterò ad ubbidirti. / Vengo sollecito. Se mi opponessi, ti dovrei comunque seguire, ma fra i gemiti, / e subirei da uomo malvagio quello che era giusto sopportare da virtuoso. / I fati conducono chi li vuole, trascinano chi non li vuole (Cleante in Seneca, Epistola a Lucilio, lettera 107, § 10 = SVF I 527.2)

 

Fra i discepoli di Zenone il punto di vista di Aristone non è meno errato. Egli infatti pensa che non si dia la minima conoscenza della forma divina, afferma che non ci sia sensibilità negli dèi e lascia completamente nel dubbio la questione se dio sia animato o no (Cicerone, Sulla natura degli dèi, libro I, § 37 = SVF I 378)

 

Sostengono che solo il saggio può essere buon profeta e poeta e retore e dialettico e giudice (Stobeo, Florilegio, libro II, § 67.13 = SVF III 654; trad. corretta e modificata)

 

[Le fonti raccolte sotto la sigla SVF (Stoicorum Veterum Fragmenta) sono tradotte da Roberto Radice (a cura di), Stoici antichi. Tutti i frammenti raccolti da Hans von Arnim, presentazione di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2006. La traduzione dei passi di Diogene Laerzio è invece di Marcello Gigante (a cura di), Diogene Laerzio. Vite dei filosofi. Volume 2, Roma-Bari, Laterza, 1998]

Enrico Piergiacomi

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