Per non morire in pace. Conversazione con Paolo Di Paolo

Dopo un anno di lavoro sul territorio, il progetto Carissimi Padri si è chiuso con il debutto a Modena e Cesena di Istruzioni per non morire in pace. Abbiamo incontrato l’autore Paolo Di Paolo

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locandina del progetto
locandina del progetto

Immaginate nove ore di teatro. Consecutive. Stare seduti nella platea di una sala all’italiana come lo Storchi di Modena e alzarsi soltanto per due brevi quarti d’ora, il tempo di fare inutilmente la fila per il bagno o scappare dall’altro lato della strada a divorare un panino. Il resto, tutto il resto dell’attenzione viene divorato dalla trilogia Istruzioni per non morire in pace (Patrimoni, Rivoluzioni, Teatro), lo spettacolo conclusivo del progetto Carissimi Padri, che ha impegnato una compagnia per un anno in una moltitudine di eventi sul territorio. Raccontare un’esperienza come questa in un unico articolo ci è sembrato riduttivo. Abbiamo così deciso di sezionare, a nostra volta, il ragionamento in due capitoli, questo riservato al testo e un altro concentrato alla sua messinscena. Sì, perché se il progetto precedente guidato da Claudio Longhi, Il Ratto d’Europa, aveva fatto confluire i materiali raccolti dalle animazioni culturali in Emilia-Romagna e a Roma in una scrittura di gruppo, questa volta l’esito ha una forma teatrale in qualche modo più pura, più tradizionale, che vede un drammaturgo, Paolo Di Paolo. Ed è proprio dall’analisi di questa figura che ho cominciato con l’autore stesso, raggiunto in una piacevole conversazione telefonica in queste ore.

Paolo DI Paolo, in un fotomontaggio sul sito CarissimiPadri.it
Paolo DI Paolo, in un fotomontaggio sul sito CarissimiPadri.it – elaborazione SLG

Paolo Di Paolo è quello che si direbbe uno scrittore puro. Esordisce nel 2003, all’età di vent’anni, come finalista al Premio Calvino con Nuovi cieli, nuove carte, pubblica poi il primo romanzo, Raccontami la notte in cui sono nato (2008) con Perrone Editore, per poi dare ai tipi di Feltrinelli Dove eravate tutti (2011) e Mandami tanta vita (2013). Nel frattempo collabora con varie testate nazionali. «Con il teatro – racconta – avevo avuto solo occasioni di sfioramento, collaborando nel 2001 con Dacia Maraini alla stesura di un recital per Franca Valeri, o insieme ad altri rispondendo alla chiamata di Renato Quaglia per dei flash mob da disseminare per Napoli durante l’NTFI». Nel 2013 conosce Claudio Longhi e i suoi attori in occasione del Ratto d’Europa, prendendo parte agli incontri nelle biblioteche con letture su Lisbona nel ciclo Il giro d’Europa in 80 giorni, tra Tabucchi e Saramago. «Lì mi accennarono qualcosa di un progetto successivo sulla Grande Guerra, ma era una collaborazione non definita, pensavo di limitarmi – come era stato per il Ratto – a generare input e suggestioni letterarie per la composizione di materiali. Mi sono ritrovato con in mano una vera e propria commissione, con cui si voleva compiere un passo avanti, creare qualcosa di diverso secondo le logiche del progetto precedente, ma approdando a una drammaturgia più completa». Il volume, omonimo allo spettacolo, che adesso è pubblicato da Edizioni di Storia e Letteratura, guarnito di una prefazione dell’autore e di una nota di regia di Claudio Longhi, questa piccola epopea godibile anche alla luce del comodino, è in realtà il frutto dell’attività di uno «scrittore di compagnia», un dramaturg.

Collage di SLG
Collage di SLG

«È il lavoro più faticoso che ho fatto finora. Non ero allenato alla scrittura drammaturgica, ma mi ero occupato di ambientazioni storiche degli anni Venti, che mi hanno guidato in questo lungo percorso». Paolo mi parla di un impatto «schiacciante e imprevedibile», di un intenso dialogo con il regista e con gli attori, che infatti firmano anche alcune liriche delle canzoni eseguite dal vivo in questa sorta di folle kabarett brechtiano. «È come se del Ratto fosse rimasta, in vitro, la componente laboratoriale».
La stesura di 184 pagine di testo non poteva dunque avvenire del tutto a tavolino, ma Paolo mi spiega che era in possesso di una «macrostruttura». «Volevo scrivere un testo in cui la guerra non si vedesse, non avevo interesse a vedere attori che, con recitazione fintamente naturalistica, si mettessero a ricreare con sacchi di yuta le trincee del fronte. Raccontiamo qualcos’altro, mi sono detto, qualcosa che sia un attimo prima della catastrofe. E tuttavia il dopoguerra lampeggia, come una sorta di profezia; il resto è la raffigurazione del mondo che precipita “allegramente” nella tragedia». Il tutto parte da una duplice immagine germinale: «Da un lato mi affascinava la materialità della carta, volevo che si vedesse quel mondo compiere le proprie tappe ancora interamente attraverso la carta». Sugli spettatori, infatti, piovono volantini, lettere, carta moneta, frammenti di documenti. «Poi c’era Günter Grass. Nella raccolta Il mio secolo c’è un racconto per ogni anno del Novecento; nel 1914 una frase mi aveva colpito: citando a memoria, “quei cappelli di paglia che indossavamo nei lunghi boulevard si sarebbero trasformati in fretta in cuffie chiodate”. Anche io ho voluto rappresentare il momento in cui la spensieratezza si tramuta nella severità di un elmo d’armatura, una trasformazione misteriosa e allarmante».

Copertina del libro
Copertina del libro

La struttura è esplosa e al contempo estremamente organica, mescola citazioni da Thomas Mann o Franz Kafka a documenti reali: «Come in un quadro di Rauschenberg, c’è una cornice e dentro c’è un collage: i materiali subiscono l’effetto di una centrifuga». A far da cornice, infatti, Di Paolo inventa la storia della famiglia Gottardi, in parte ricostruita sulla falsariga della reale famiglia di armatori Perrone all’Ansaldo di Genova, in parte arricchita da particolari fittizi che da un lato offrono un quadro delle stratificazioni sociali (clero, ceto impiegatizio, ambiente artistico), dall’altro le permettono di fungere da legame per l’intera narrazione storica, «un filo da imbastitura necessario a tenere i passaggi di continuità di un corpo così magmatico». Se stilisticamente la trama famigliare fa il verso al teatro borghese e dunque aggiunge, di soppiatto, altri dati sull’immaginario dell’epoca, il suo senso funzionale è di individuare «il destino dei personaggi, per farlo convergere verso un unico approdo». E infatti tutte e tre le parti – indipendenti e complementari – ritornano, come un orologio che si inceppa, alla notte del 23 maggio 1915, vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco dell’Intesa.
Di Paolo e Longhi offrono un’intelligente summa metaforica dell’altalena tra interventismo e non interventismo che si risolve, nella parte conclusiva – non a caso titolata Teatro – in «un cabaret che deraglia, che va fuori copione risentendo del turbamento di chi va in scena». Inizialmente la trilogia doveva essere un dittico: «Avevamo temi chiari come il patrimonio, il rapporto con i padri, l’economia, il teatro. Ma mancava un concetto necessario, determinante per la Storia: la rivoluzione». Interventismo giovanile, percezione della guerra come una “grande occasione”, la «vittoriosa pace» citata in copertina del volume confluiscono nella visione rivoluzionaria. «Una doppia rivoluzione: quella interiore, che faceva sognare una guerra in grado di salvare dalla temibile “lunga pace”, e quella effettiva, esplosa in Russia nel 1917, centrale per le sorti del conflitto.

La forma drammatica mostra gran cura per la didascalia, leggendo il testo pare di vedere già in scena le azioni. «Quando scrivi romanzi e racconti “te la canti e te la suoni”, i tuoi personaggi fanno esattamente quello che dici loro di fare, ma devi contornarli di una descrizione precisa, immaginarli in uno spazio concreto». La regia di Longhi ha saputo cogliere quest’urgenza, lasciando il testo libero di intrecciare connessioni necessarie tra personaggi noti con anonimi e di motivare così la comparsa, non più a rischio di essere posticcia, di figure come Gabriele D’Annunzio, Jean Jaurès, Karl Kraus, Robert Musil, Erwin Piscator, Franz Kafka e il suo Gregor Samsa o l’Hans Castorp de La Montagna Incantata di Mann. Intravederli crea nello spettatore una connessione sotterranea tra l’immaginazione e la gravità del fatto reale. E non è sempre così quando si parla di Storia?

Sergio Lo Gatto

in libreria
ISTRUZIONI PER NON MORIRE IN PACE
autore Paolo Di Paolo
con note di regia di Claudio Longhi
collana Letture di Pensiero e D’Arte, 107
edizione Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2015
pagine 184, Euro 14.00, scontato online 11.90
ISBN 978-88-63728-74-3

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.