Tradimenti traditi tra Pinter e Michele Placido

In scena al Teatro Eliseo di Roma Tradimenti di Harold Pinter con la regia di Michele Placido. Recensione

 

Foto di Federico Riva
Foto di Federico Riva

Del rimpianto, delle occasioni perdute, dei continui Tradimenti che svelavano una società già delusa dalle promesse sessantottine e proiettata verso un ritorno all’ordine immutabile, di piombo. Mosso anche da qualche spunto autobiografico, di questo scrisse nel 1978 Harold Pinter e di questo prova a mettere in scena oggi Michele Placido nel suo allestimento della “tragicommedia” (la definizione fu del drammaturgo inglese), in scena al Teatro Eliseo di Roma partendo, raccontano le note di regia, anch’egli dall’esperienza che fece di quegli anni.

Tuttavia, il «totale fallimento di un’utopia rivoluzionaria che voleva migliorare e cambiare il pensiero occidentale», la realtà dipinta e quella stridente, dolorosamente fastidiosa e scrostata oltre la banalità delle parole – forza trainante dei testi pinteriani – rimane in questo caso un fallimento dell’intelletto più che della scena. Placido cade su un tappeto morbido, non diremmo di uno spettacolo con le ossa spezzate, ma invischiato, questo sì, nella trappola della borghesia di facciata dei tre protagonisti che si tradiscono a vicenda. Non riesce a insinuarsi per più dei nove quadri, mentre noi, spettatori di oggi, ormai così disillusi, abituati ai tradimenti, pur guardando indietro non riusciamo più a metterci in discussione.

Foto di Federico Riva
Foto di Federico Riva

Nel dramma di Pinter il tradimento non è soltanto quello messo in atto da Emma nei confronti del marito Robert o quello del suo migliore amico, per anni di lei l’amante, non è nemmeno la delusione della moglie per la scoperta di innumerevoli corna subìte oltre che inferte; il vero inganno è in quel tempo che ora viene raccontato a ritroso – dalla relazione finita da tempo verso gli sguardi ammiccanti degli inizi – ma che, inesorabilmente, anche capovolto, a ogni passo indietro va sempre più avanti, svelando il meccanismo quando già ne abbiamo visto le conseguenze. Questo per quel che riguarda il testo ma, spingendoci sottilmente verso la messinscena accurata che segue la scansione temporale – i nove salti indietro tra la Londra degli editori e la Venezia delle vacanze agiate – potremmo dire la stessa cosa? Oppure anche Placido, invischiato nel gioco, è stato ingannato?

Nella scena di Gianluca Amodio dagli specchi deformi del pub ci ritroviamo nell’interno del nido d’amore dei due amanti: lì dove scorrono proiettate gigantografie di gocce di pioggia che scivolano sulla relazione troncata, sulle bugie scandite da un orologio, vedremo (il futuro è d’obbligo) il passato svolgersi sotto i nostri occhi, eppure manca qualcosa. Il tutto ci appare dichiaratamente noto, sottolineati i passaggi da una rivelazione all’altra, da un quotidiano all’altro. Accompagnati da questa moviola la scena iniziale non restituisce quella densità che dovrebbe darsi già acquisita, mentre invece sopraggiungerà soltanto nella seconda parte dello spettacolo, quando l’inconsapevolezza dovrebbe essere tanto dei personaggi quanto degli attori.

Ambra Angiolini, Francesco Scianna e Francesco Biscione nel momento in cui li vorremmo più fragili risultano ingabbiati, non tanto dalla distanza della voce microfonata, o, drammaturgicamente per via dei ruoli ricoperti, quanto da una certa semplificazione dei caratteri, per cui diremmo dell’emotività sensuale di Emma, della preoccupazione di Jerry o della English arrogance di Robert, ma si fatica a trovare il tormento sotto queste superfici, cogliendolo soltanto ad azioni avvenute più che nel loro accadimento. Acquistano sicurezza e verità col tempo, ma quando questo è già passato. In questo forse il disegno di Pinter (che racconta una storia fintamente al contrario) rischia, tra le mani di Placido, di esser troppo sfumato e la scommessa del racconto, al contrario, si rivela comprensibile soltanto alla fine (cronologica e dunque diegetica), cioè al suo inizio (spettacolare).

Viviana Raciti

In scena al teatro Eliseo di Roma fino al 20 dicembre 2015.

TRADIMENTI
di Harold Pinter
traduzione di Alessandra Serra
con Ambra Angiolini, Francesco Scianna, Francesco Biscione
scene Gianluca Amodio
costumi Mariano Tufano
musiche originali Luca D’alberto
light designer Giuseppe Filipponio
regia Michele Placido
produzione Goldenart Production

 

 

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3 COMMENTS

  1. Totalmente d’accordo. Ho visto un allestimento tirato via, senza troppa attenzione nè cura (la scenografia è di maniera e con stucchevoli effetti video), con un insopportabile uso dei microfoni (ma perchè? siamo in un teatro di prosa, con ottima acustica) e un algido distacco che danno tanto l’idea di scarsa convinzione nei propri mezzi di regista ed in quelli degli attori. Ben altre sensazioni promanavano dall’allestimento dello stesso testo di qualche anno fa (con Popolizio e Laura Marinoni, regia di Cesare Lievi) .Veramente un’occasione (e 75 minuti di tempo) buttati via.

  2. Placido continua a sbagliare spettacoli (Il suo RE LEAR era orribile) ma quando ti chiami Placido non devi più dimostrare niente anche se ha data ampia prova che oggi il teatro non gli riesce troppo bene. Qui poi avendo un solo attore di TEATRO (Biscione) era più complicato del solito. AMBRA e SCIANNA li ho trovati davvero deboli. Gli ATTORI sono un altra cosa, la regia teatrale è un altra cosa…

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