Lear di Edward Bond. L’eterno ritorno del potere

Ha debuttato al Teatro India di Roma Lear di Edward Bond diretto da Lisa Ferlazzo Natoli / lacasadargilla. Recensione

foto di Sveva Bellucci
foto di Sveva Bellucci

Se a muovere il Lear di Shakespeare era la dualità tra amore e odio e tra potere e subordinazione, capace di fare “scacco al re” in una sorta di legge del contrappasso che lo gettava nel fango della derisione, nel 1971 un lucidissimo Edward Bond mette a ferro e fuoco l’intera drammaturgia per ricominciare da zero.
Il potere stesso porta il re ad aver paura, a erigere un muro in grado di mettere al sicuro uno status quo attraverso il mezzo più autoritario in assoluto: la separazione. Le due perfide figlie Bodice e Fontanelle danno inizio a una guerra che vedrà Lear fuggiasco, pazzo, prigioniero, infine martire della propria stessa incapacità di liberarsi di una colpa quasi sovrumana. In un immaginario post-apocalittico, in cui gli intrighi di corte sono diventati congiure e pugni di ferro, Cordelia non è più una figlia ripudiata, bensì una paesana che guiderà un ulteriore colpo di stato di stampo stalinista.

foto di Sveva Bellucci
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La cristallina traduzione di Tommaso Spinelli (il testo è pubblicato da minimum fax) conserva le tonalità ambigue del grande drammaturgo inglese, crude e spietate eppure solenni, eleganti e memori della poesia elisabettiana, eppure radicate nell’urgenza contemporanea. Il lavoro sul testo – della regista Lisa Ferlazzo Natoli con Margherita Mauro – distribuisce trentacinque personaggi su otto attori: la pur suggestiva scelta di proiettare su vari angoli della scena didascalie di luogo e nomi dei personaggi che di scena in scena compaiono non riesce del tutto a risparmiare allo spettatore qualche difficoltà nel seguire la trama. Tuttavia un’attenzione costante è chiesta in primo luogo dal gioco di specchi, rimandi e slittamenti messo a punto da Bond, il quale – da convinto socialista – rende le maglie di quella trama sufficientemente larghe da permettere alla vicenda di raccontarsi in quanto processo di degradazione di un ambiente morale, sul quale la politica del controllo (al tempo del debutto si era in piena Guerra Fredda) aveva impresso un marchio sociale e culturale oltre che economico.

Ossessionato dal fantasma di un proletario (forse un richiamo al fool, ormai senza più ironia) ucciso perché scoperto colpevole di collaborazionismo, il despota paranoico Lear finisce pazzo, carcerato, accecato come Edipo dalla sua stessa colpa, maneggia gli organi della figlia giustiziata alla scoperta della bellezza nascosta nelle viscere della mostruosità.
Molti sono gli echi nietzschiani della parabola di Bond/Natoli, la figura di un potere che uccide la volontà di potenza, soffoca quell’energia che ci spingerebbe a desiderare sempre il nuovo. Non a caso la parabola immaginata da Bond era (nel 1971) una proiezione distopica, è (oggi) un disperato tentativo – fallito – di liberarsi da un destino escatologico. Ambientando la vicenda in un “come sarà”, viene mostrato il processo invincibile che forza ciò che è stato a ripetersi in ciò che è, rigenerando viziose dinamiche di forma e di desiderio in ambienti solo apparentemente ripuliti. E allora ci permettiamo una riflessione fuor di metafora.

foto di Sveva Bellucci
foto di Sveva Bellucci

Rimandata di oltre due anni a causa della travagliata transazione tra la direzione Gabriele Lavia e quella Antonio Calbi passando per Ninni Cutaia, la messinscena prodotta dal Teatro di Roma con lacasadargilla ha avuto modo di svilupparsi anche attorno al più ampio progetto Linee di confine. Ora vede la luce in un Teatro India che pare sopravvissuto a un bombardamento. Fredda, sporca, spenta, desolata, penalizzata dalle incurie non solo architettoniche ma di promozione verso il pubblico, “l’altra sala” del Teatro Nazionale della Capitale non avrebbe quasi bisogno di alcuna scenografia. Il sistema di travi, tavoli mobili e reti di ferro – per le note di regia «un edificio in costruzione, quasi un cantiere, e allo stesso tempo un palazzo prezioso in rovina» – si innesta con inquietante agio nel paesaggio scarno introdotto dal cortile e del foyer. Appeso a un angolo della “torre” di proscenio, vediamo un emblematico tronco d’ulivo secco, segato appena prima delle radici e fasciato, impiccato a mezz’aria senza più nessuna vita.

foto di Sveva Bellucci
foto di Sveva Bellucci

Di tutte le violenze perpetrate nel testo, violenze fisiche, psicologiche e morali, mostrate da un grande lavoro d’attori e di ritmo in questo attento e scrupoloso lavoro artistico, a far male più di tutte è la vista di un luogo culturale pubblico lasciato in un totale oblio, la cui denuncia continua a essere imbavagliata da luoghi comuni come “il teatro ha perso i suoi spettatori”. La centralità del “teatro di tutti” nella vita culturale di una società è innanzitutto un dovere di chi amministra gli spazi e fuggire questa responsabilità è un delitto ai danni dell’arte che li abita. È proprio come erigere un muro. Vorremmo avvicinarci brandendo un piccone. Non fosse che Edward Bond chiarisce tutto, nella scena finale, quando Lear prova a intaccare il muro da lui stesso creato. Un soldato qualunque gli spara. «Mah, qualcuno lo raccoglierà». Buio.

Sergio Lo Gatto

visto al Teatro India, Roma, dicembre 2015.
In scena fino al 20 dicembre.

LEAR
di Edward Bond
adattamento e regia Lisa Ferlazzo Natoli
traduzione Tommaso Spinelli
con Danilo Nigrelli, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Alice Palazzi, Pilar Peréz Aspa, Diego Sepe, Francesco Villano
luci Luigi Biondi
suono Alessandro Ferroni e Umberto Fiore
scene, immagini e video Luca Brinchi, Fabiana Di Marco, Daniele Spanò
disegno del suono Alessandro Ferroni
disegno video Maddalena Parise
costumi Gianluca Falaschi
immagini a china Francesca Mariani
collaboratore alla regia e alla drammaturgia Roberta Zanardo
dramaturg Margherita Mauro

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