I numeri dell’anima. Le virtù della Compagnia del Sole

Flavio Albanese dirige e interpreta un adattamento dal celebre dialogo Menone di Platone. Recensione

foto di Laila Pozzo
foto di Laila Pozzo

Che cos’è la virtù? Come potremmo definirla? Che forma ha? Come definire quella forma? E i contorni di quella forma? In che cosa una forma differisce dalle altre e che cosa invece rende una forma la forma per eccellenza, categoria ontologica inconfondibile? Domande come queste sono insieme il punto di partenza e di arrivo dei ragionamenti di Socrate, così come Platone li descrive nei suoi Dialoghi. Ragionamenti che ribaltano le domande in altre domande, confutano un processo logico invertendone le coordinate, chiamando in causa esempi apparentemente astrusi per poi riservare proprio a essi il compito di confermare un assunto che, fino al momento della sua chiara enunciazione, stentava persino a farsi distinguibile.
La Compagnia del Sole, gruppo altalenante tra Roma e Bari, esiste ufficialmente dal 2010 ma dà seguito a una storia ben più antica, cominciata nel 1991 sotto il nome di Beato e Angelica, al secolo Flavio Albanese e Marinella Anaclerio. È stato un piacere tornare al Teatro Tordinona di Roma per ritrovarvi un piccolo gioiello, sincero e solido, I numeri dell’anima, spettacolo diretto da Flavio Albanese e da lui adattato a partire dal Menone di Platone.

foto di Laila Pozzo
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Del tutto in linea con i precetti socratici, la pièce non si accontenta di mettere in scena filologicamente il dialogo, tenta piuttosto di provare che ciascun ragionamento è in grado di emergere dalla condivisione, dalla collaborazione delle menti che lo propongono o invece lo interpretano. La radice maieutica del pensiero del grande filosofo ateniese prende corpo in un intelligente gioco teatrale che organizza il testo in punti cardine fissi, intervallati da un’opera di interazione con il pubblico che beneficia di un’innegabile perizia.
Sulla piccola scena, solo un tavolo, due sgabelli, una consolle audio-luci, uno schermo su cui scorrono, rade, didascalie sommarie che indicano il «buio» e nominano i brani di Schubert e Bach ad accompagnare alcuni monologhi rivelatori. Il resto è in mano agli attori. Flavio Albanese, memore della celebre versione dei Dialoghi di Vasiliev, nel ruolo di un Socrate trasandato e cialtrone, per sottrarsi alle sue minacce, trascina Menone (Loris Leoci ottima spalla, con grande senso del ritmo) in una lunga indagine ontologica sul concetto di virtù.

foto ufficio stampa
foto ufficio stampa

Il dialogo va includendo gli spettatori, prima con la semplice condivisione dello spazio di platea, poi con una chiamata diretta, invitando «il più ciuccio in matematica» sul palco per risolvere un problema di geometria in grado di dimostrare la persistenza di un contenuto irrazionale dentro un contenitore razionale. Di sillogismo in sillogismo, la virtù richiede azioni buone e utili, da misurare con la conoscenza. Ma la conoscenza – e dunque la virtù – si può insegnare? O sono tracce recondite di una coscienza che si manifesta nel mistero di un’immanenza al di là dei confini della vita mortale? Eccoli lì i numeri dell’anima, irrazionali e dunque senza soluzione di termine, impensabili eppure contenuti nel pensiero.

foto di Laila Pozzo
foto di Laila Pozzo

Il Mito di Er, che racconta la metempsicosi delle anime e la scelta di un daimon come rotta obbligata delle passioni mortali, viene preso in prestito al “gran finale” de La Repubblica e declamato da un personaggio (Roberto De Chirico) morto nella prima scena per risorgere quasi per caso – in fondo proprio quello che succede al protagonista del mito. Posto in coda al dialogo, non riesce a trovare nel cambio di ritmo una reale ragion d’essere, rasentando la chiosa didascalica. Ed è forse l’unica scommessa che lo spettacolo non riesce a vincere.
Per il resto, in un sapiente e divertente agone di retorica scenica, Albanese ricopre Socrate di tratti ammiccanti e sbavature di dialetto pugliese, per poi consegnare le frasi chiave in un tono serio, come a rivelare con intelligenza i guizzi del logos. Il testo di Platone sembra allora essere stato scritto per il teatro, luogo dello sguardo e dell’attenzione, luogo della conoscenza e, insieme, della «retta opinione», quella virtù delle virtù che misteriosamente trova e raggiunge il centro delle intuizioni intellettuali.

Sergio Lo Gatto

visto al Teatro Tordinona, Roma, dicembre 2015

I NUMERI DELL’ANIMA
da Menone di Platone
Adattamento e Regia Flavio Albanese
con Flavio Albanese, Roberto De Chirico, Loris Leoci
Impianto scenico e costumi Marinella Anaclerio
Luci Giovanna Bellini

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e dramaturg. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile delle Attività Culturali per Emilia Romagna Teatro Fondazione. È dottore di ricerca in Spettacolo, con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e docente a contratto di Metodologie della Critica del Teatro e dello Spettacolo alla Sapienza Università di Roma. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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