Astorri Tintinelli: ricominciamo a sognare assieme

Il sogno dell’Arrostito di Astorri Tintinelli è in scena al Teatro della Contraddizione di Milano, dopo il viaggio con il Pulmino dei Sognatori. Recensione

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foto Rita Frongia

«The sound is acting. And I love the activity of sound». Innamorato di una concezione altra di suono, John Cage dichiarava di non aver bisogno che la musica gli parlasse, amava il suono – del traffico, del movimento – in quanto metonimia dell’azione. E così Paola Tintinelli, in un dj-set (p)artigiano*, fa suonare in scena il lavoro: strumenti costruiti da lei stessa, attrice e scenografa, con una manovella, un tagliapatate, una piastra di ferro con un martello a far da timpano, delle chiavi: «sono cresciuta in una ferramenta» dice «questi rumori mi appartengono». Lei, la donna, l’arte, l’artigiana, è una delle due figure de Il sogno dell’arrostito, ultimo lavoro del duo di attori Astorri/Tintinelli. Al suo lato, lui, un uomo, un compagno, militante politico surreale, ispirato nel suo comizio dal blaterare schiumoso delle idee, dal conato delle parole che non arrivano nemmeno al vomito.

Al Teatro della Contraddizione la compagnia fondata nel 2002 da Alberto Astorri e Paola Tintinelli porta in scena la dicotomia tra la forza della parola e quella del lavoro: la prima viaggia libera, vorrebbe danzare ma degenera, deraglia, disarciona sé stessa,  la seconda esplode in violenza quando non trova voce, imprigiona, ma è anche capace di rendere il suo rumore vitale, reminiscenza del ritmo che avevamo quando siamo nati. C’è uno strano sollievo in quel battere, forse perché salva le parole immobili del militante che passerà dal pugno alzato al rigido saluto del camerata in un’evoluzione fisica e drammaturgica che rischia di aderire a quella storica dell’oggi: il disarmo delle braccia, lasciate cadere lungo i fianchi nella rassegnazione di un’Italia arrostita, sui visi, nelle gambe.

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foto Rosanna Bandieri

Tra arte e politica, tra azione e parola, i due personaggi richiamano con il corpo le righe del testo di Guido Ceronetti – «c’è qualcosa che somiglia ad un calo d’irrorazione d’amore» – nel suo La pazienza dell’Arrostito (Adelphi, 1990), dal quale prendono appunto il termine; affascinati, imbarazzati, terrorizzati dal cuocere lento di un popolo che ha barattato le proprie ali, gli autori del testo sono partiti su un pulmino per le cittadine dell’Emilia Romagna registrando su audiocassette magnetiche i sogni, le utopie di chi sta guardando la bellezza che si ritrae dai nostri luoghi e dalle nostre menti. Poi da quelle visioni, uno spettacolo. Lo avevano anticipato, in nuce, già nella illuminante “lettera d’amore” con Oliviero Ponte di Pino e a distanza di un anno quel Volkswagen Traumer azzurro e bianco ha cominciato a restituire la dimensione del sogno, in uno spettacolo poeticamente costruito dalle mani, dalle gambe e dal viso trasognato di Paola Tintinelli, dalla carne e dalla voce di Alberto Astorri.

Si nutre di citazioni e di imprevisto l’opera, libera dal dover confezionare frasi finite, votata a quel limbo in cui poesia e teatro barcollano ubriachi, abbracciati e stretti, tra il tragico e l’ironia. Mentre lascio Milano e torno a Roma – dove una compagnia visionaria che sta scrivendo una pagina del teatro di oggi dovrebbe trovare molto più posto per il proprio Volkswagen – Alberto Astorri e Paola Tintinelli mi indicano a distanza la mappa sotterranea dello spettacolo che si snoda tra i film di Elio Petri, l’attenzione a Cesare Zavattini per i discorsi politici surreali dai compagni ai cittadini, le interviste di Foucault sul potere e i disegni del pittore siciliano Bruno Caruso. Poi, Federico Tavan, poeta friulano scomparso di recente, che ha conosciuto la follia e al quale è dedicato lo spettacolo: è sua la voce finale a pronunciare, in un caustico sogno, «ridatemi l’altalena voglio toccare il cielo con il culo».

foto Rosanna Bandieri
foto Rosanna Bandieri

I due personaggi volteggiano, si tradiscono, cadono nel buio. Il cortocircuito che ridarà nuova luce è onirico: l’arte bussa primitiva come un grosso scimmione sul parabrezza dell’uomo pensante, che credendo di esser partito era invece solo parcheggiato. Rispondere all’altro, alzarsi dalla sicurezza della graticola vuol dire essere folli, follis (pallone d’aria), pallone pieno di vento per giocare, vivere la vacuità come leggerezza del corpo, come la danza liberatoria del militante che infine tace e, in una grottesca coreografia nuda e liberatoria, ritorna alla vita. Intanto l’arte lascia cadere il suo canto come lacrima furtiva. La speranza è nello smettere di sognare da soli e nel ricominciare a sognare assieme, dice una voce di donna registrata nel Pulmino dei Sognatori; e lo dicono, ballando durante gli applausi e cantando all’unisono Mai più resistenza (ai sogni), anche Astorri e Tintinelli.

*Le due tracce audio sono stralci di un’improvvisazione sonora registrata durante le prime prove a Bologna con il sound design Stefano De Ponti

 

Luca Lòtano

Teatro della Contraddizione, Milano – dicembre 2015

In scena 17,18,19,20 dicembre 2015 ore 20:45 – Teatro della Contraddizione, Milano

IL SOGNO DELL’ARROSTITO
di ASTORRITINTINELLI TEATRO
in coproduzione con Armunia Castiglioncello e Officina Teatro (CE)
col sostegno di ERT (emilia romagna teatro fondazione)
di e con Alberto Astorri e Paola Tintinelli
testi di Astorri – Tintinelli – Frongia
Un ringraziamento a : Quotidiana.com – Marina Rippa – Stefano De Ponti- Teatro della Contraddizione
Un ringraziamento a tutte le voci del Pulmino dei Sognatori che ci hanno lasciato i propri sogni

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