A Milano le Luci della città su Brecht e Mr. Pùntila

Al Teatro Elfo Puccini la prima messa in scena di Mr Pùntila e il suo servo Matti affidata alla regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. Recensione

foto Laila Pozzo
foto Laila Pozzo

Ciò che Ferdinando Bruni e Francesco Frongia evocano nel riportare in scena Mr Pùntila e il suo servo Matti di Bertolt Brecht, con la produzione del Teatro Elfo Puccini, ricorda qualcosa dell’operazione che ha trasformato nel corso dei decenni il porto industriale, la sabbiera e il sottobosco di bassifondi popolari dei navigli milanesi nella nuova Darsena con pista di pattinaggio e maxi schermi, il Naviglio grande e i ricami di luminarie natalizie che hanno attirato quest’anno a Milano turisti e aperitivi. Un’operazione teatrale che impressiona sin da subito per l’impianto scenico, funzionale al testo, che accoglie il pubblico in una sala Shakespeare colma: «benvenuti a Pùntiland!» sembra cantare il maiale orwelliano dal secondo sipario di tela grezza stampato come un’enorme banconota che vela il passaggio tra il proscenio, il pubblico e il fondo di una società bucolica retta dal ricco possidente, Pùntila. La realtà (mal)vista attraverso il denaro. Poi quarti di bue appesi, sacchi di iuta pieni di monete, proiezioni di cieli notturni e di didascalie, e a fianco a una pagina scritta due enormi stampe speculari di un animale sezionato con i diversi tagli di carne; come a voler sezionare la “commedia popolare” del drammaturgo tedesco tentando di trovare e tirar fuori ciò che ancora – dell’antagonismo di classe, dello stereotipo ricco e povero, padrone e servo – possa far eco nella distopica e smaliziata società attuale. «Se le vacche parlassero si metterebbero d’accordo e il macello non esisterebbe» ci grida l’allegoria del testo dai meandri del secolo scorso, lezione che noi italiani e europei stentiamo ancora a far nostra.

foto Laila Pozzo
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Alla “vigilia” dei sessant’anni dalla morte di Bertolt Brecht il teatro di corso Buenos Aires propone una traduzione del Puntila e il suo servo matti nel primo Brecht “made in Elfo”, commedia scritta nel 1940 che ha debuttato al rientro del drammaturgo in Europa – a fine esilio negli Stati Uniti – e scelta per la stagione di apertura del Berliner Ensemble. Una variante economica del dottor Jeckyll e Mister Hyde, una provocazione marxiana ispirata dal ricco possidente di Luci della città, capolavoro di Charlie Chaplin. La rete dei riferimenti ai quali Brecht e la regia di Bruni/Frongia si ispirano è vasta, ma non è questo il momento di tesserla nuovamente.

La riflessione sulla compresenza del bene e del male nell’animo umano è affidata così al ricco possidente, un capocomico Ferdinando Bruni che, da sobrio è il padrone malvagio dei suoi dipendenti intenzionato a dar sua figlia in sposa a un diplomatico citrullo — un farsesco Umberto Petranca — mentre da ubriaco è magnanimo e propone sua figlia Eva — interpretata vividamente da Elena Russo Arman — in sposa al suo chauffeur Matti (Luciano Scarpa). I costumi di Gianluca Falaschi enfatizzano l’ironia e gli anni bui da dopo guerra, le musiche di Paul Dessau arrangiate da Matteo De Mojana arricchiscono il “coro” delle popolane vessate, tutto è curato e tagliato sul corpo dei dodici attori; eppure la promessa «esilarante» delle note di regia è mantenuta solo in parte. Si sorride, a volte si ride, ma non ci si abbandona quasi mai al riso. Allo stesso tempo l’attualizzazione del messaggio del testo è affidata solo ad alcuni episodi e il sottobosco di allegoria brechtiana (come quello dei bassifondi popolari del naviglio milanese), si nasconde sotto i ritmi, la costruzione scenica, lontano dal poter emozionare o far riflettere lo spettatore che stenta nel riuscire a infilare un “contratto a tempo indeterminato” tra una marsina e un panciotto.

foto Laila Pozzo
foto Laila Pozzo

Ferdinando Bruni scandisce i tempi comici lasciando però incerto il confine tra il Pùntila sobrio e quello ebbro, tra la realtà doppia dell’ubriaco e quella netta del possidente, tra la denuncia all’apparenza “disimpegnata” del testo di Brecht e la comicità moderna perfettamente funzionante ma non interrogativa o destabilizzante della regia Bruni/Frongia.

Lo sviluppo farsesco della messa in scena cerca l’affondo retorico nel finale, quando si palesa che il padrone curerà i suoi servi solo quando i servi saranno padroni di sé stessi. L’uscita di scena degli “sconfitti” di Pùntiland lascia comunque una cartolina di uno spettacolo ben costruito che ci proietta verso un 2016 in cui di Brecht avremo modo di parlare: scegliendo la libertà i servi abbandonano il connubio di interessi con il padrone in una sfilata che ricorda un “quarto stato” visto prospetticamente di profilo: sul fondo della scena la proiezione indugia sugli sguardi alienati, assenti, della protesta esautorata di cui siamo capaci, vittime, oggi.

Luca Lotano

Tatro Elfo Puccini, Milano – dicembre 2015

In scena fino al 31 dicembre 2015 – Teatro Elfo Puccini

MR PÙNTILA E IL SUO SERVO MATTI
di Bertolt Brecht
traduzione di Ferdinando Bruni
regia e scene di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
costumi Gianluca Falaschi
musiche originali di Paul Dessau, arrangiamenti di Matteo de Mojana
con Ferdinando Bruni, Luciano Scarpa, Ida Marinelli, Corinna Agustoni, Elena Russo Arman, Luca Toracca, Umberto Petranca, Nicola Stravalaci, Matteo De Mojana, Francesca Turrini, Francesco Baldi, Carolina Cametti
luci di Nando Frigerio
suono di Giuseppe Marzoli
produzione Teatro dell’Elfo
foto Laila Pozzo

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