Intervista a Tricarico, traghettatore dalla musica al teatro

Il cantautore Francesco Tricarico debutta al Teatro Lo Spazio con il suo spettacolo Solo per pistola. Intervista.

 

foto Ufficio Stampa
foto Ufficio Stampa

Dal diploma in flauto traverso, dal successo a Sanremo fino alla pubblicazione di un libro di racconti e ora uno spettacolo teatrale (in scena a Roma al Teatro Lo Spazio fino a domenica): potremmo dire che con questo  Solo per pistola si apra una nuova fase della tua carriera artistica?
Io vengo dal Conservatorio per cui vivevo in un certo tipo di teatro, lo vedo come un luogo protetto; è un mondo fatto di luci, di una finzione che però è reale, come una spremuta, un concentrato di vita. Sul palco dovremmo cercare la verità, cercare delle risposte; io è questo che faccio, poi non le trovo ma per me è importante proprio l’atto di cercarle. A volte delle persone che incontri ti permettono di immaginare delle cose. Anni fa conobbi Renzo Martinelli del Teatro I e piano piano si aprì in me la sensazione che la canzone e tutta la struttura del concerto iniziasse a starmi stretta. Parlandone con lui, domandai se si potesse creare uno spettacolo partendo solo da un’idea. Da quel momento in poi, a Milano, è nata quest’avventura che gira già da più di un anno e mezzo ma che è comunque in continua trasformazione e sta cercando una definizione, una compattezza. Quindi in un certo senso sì, si apre una nuova fase.

L’improvvisazione entra nella tua drammaturgia in maniera consistente. Come hai lavorato?
Sul palco ci siamo io, il pianista Michele Fazio con il quale collaboro dal 2008 e un pupo, Ciro, più vero di tanti uomini; la struttura dello spettacolo si basa su un canovaccio, ma c’è molta improvvisazione, che non credo di voler mai eliminare totalmente.  Solo per pistola parla di un cambiamento, di un passato dove non si può trovare rifugio, di un futuro che non trova spazio ed è questo passato che non glielo permette; è una lotta tra vita e morte, tra una pistola che dovrebbe difenderti ma che può perdere quel suo senso e distruggerti. Il personaggio che è in scena è in bilico tra questi estremi, colto in un cambiamento, è spaventato e non sa bene dove andare, anche se a un certo punto dovrà decidere di staccarsi e andare avanti. Quella della precarietà, della non certezza, dell’essere in alto mare, sono condizioni che riguardano tutti noi; perché sta cambiando tutto e dovremmo cambiare anche noi. In questo momento io non riesco a capire dove si vada, forse il nostro compito in questo periodo è semplicemente vivere questo passaggio, saranno forse i nostri figli a compierlo e noi saremo soltanto dei traghettatori. Tutto questo prende dunque forma ogni sera in maniera diversa, può essere un dramma o una commedia divertente, ogni volta c’è del nuovo perché così è vivere, senza che in questo si tralasci l’idea della morte. Noi l’abbiamo rimossa culturalmente, invece credo che vada presa in considerazione  nel suo senso più nobile, dà valore a tutto perché in qualsiasi momento può finire. Noi l’abbiamo sempre connotata di valori negativi invece credo che sia la cosa più vitale che esista, però non l’abbiamo elaborata. È come se io avessi questa roba da digerire senza averne il tempo. Io ho avuto esperienza della morte molto presto dunque è una cosa che mi riguarda personalmente. Tuttavia proprio in quel tempo, in questa condizione, ho trovato la possibilità di disegnare, di cantare, anche in una certa misura di divertirmi. In un momento della vita forse era solo sopravvivenza ma adesso no. Ci fai i conti. Così il teatro: come ogni palcoscenico non ti fa scappare. Per me dunque è stato un grande stimolo.

Del lavoro di Rino Gaetano (a cui sei legato non solo per una sorta di affinità stilistica ma anche per aver partecipato all’album tributo in occasione del trentennale della sua morte) risaltava una componente teatrale forte, tuttavia, se devo pensare ad altri esempi di artisti che hanno posto a pari livello canzone e  teatro mi viene in mente l’esempio di Giorgio Gaber.
In Rino Gaetano c’era sicuramente, oltre a un grande talento, anche una grande considerazione dell’immagine: il cilindro, il frac o la chitarrina non servivano per cantare, erano già teatro. Il lavoro eccellente che faceva Gaber era forse legato a una maggiore oggettività, ma in modo estremamente diverso sento in cuor mio di rifarmi molto di più a Jannacci. Gaber lo stimo come professionista, quando ascoltavo da giovane Jannacci mi faceva piangere, emozionare. Lo considero un uomo coraggioso. Penso che ci siano anche altri esempi che legano canzone e teatro, forse questo legame c’è sempre stato, può esser più o meno leggero, può piacere o no, però dalla prima al secondo c’è  un altro passaggio doveroso, il teatro rappresenta un più completo modo di vivere il palco. Penso sia difficile essere un bravo cantante e contemporaneamente un bravo attore. Ci vuole coraggio e tuttavia unire i due mondi è potentissimo, a me dà una serie di possibilità infinite: pensare assieme la musica e la parola, l’espressività, il silenzio. Nel mondo della canzone si è stati per tanti anni senza contenuti, si sentivano cose ma non rimaneva nulla. Credo che ci sia bisogno di una nuova vicinanza, lo dico senza melanconia, ma perché è umano.

Viviana Raciti

Twitter @viviana_raciti

In scena al Teatro Sala Uno fino al 18 ottobre 2015

SOLO PER PISTOLA
di e con Francesco Tricarico
al piano Michele Fazio
regia Francesco Verdinelli

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here