She She Pop e le madri nel Rito della primavera digitale

A Short Theatre 10 arriva il collettivo femminile tedesco She She Pop. Recensione di The Rite of Spring

she she pop
foto di Doro Tuch

Nel maggio del 1913 i riflettori del Théâtre du Champs-Elysées di Parigi illuminavano per la prima volta quello che sarebbe stato uno dei balletti più importanti e rivoluzionari della storia, Le Sacre du printemps, una grande produzione dei Balletti Russi di Sergej Djagilev, con musiche di un ventottenne Igor’ Stravinskij e coreografie di Vaclav Nižinskij. Precipitati nelle ammalianti note dell’ouverture, volti e orecchie degli spettatori avrebbero assistito alla creazione sublime, su di un palco che era il tempio della borghesia, di un mondo primitivo e crudele, un inquietante viaggio antropologico nella memoria di un tempo che forse fu, una Russia pagana fatta di danze propiziatorie, sacrifici e muti incantesimi. In piena vigilia di Grande Guerra, esotismo e esoterismo solleticavano e facevano tremare le fondamenta stesse dello sguardo composto, riassunti dentro accordi dissonanti e coreografie sinistre, trasformando gli appassionati di Euterpe e Tersicore in un pugno di voyeur di fronte a una realtà dell’inconscio che forse neppure riuscivano a razionalizzare.

Cento anni più tardi, difficilmente possiamo immaginare un impatto sul pubblico di simili proporzioni. Cento anni e cento e più versioni più tardi, giusto in omaggio alla «nostalgia del futuro» che fa da tema, la seconda serata di Short Theatre 10 cala la prima carta internazionale, il «collettivo femminile» tedesco She She Pop, con The Rite of Spring as performed by She She Pop and their Mothers.
Quattro grandi lenzuoli/schermi appesi al soffitto ospitano le proiezioni video di quattro donne, le vere madri dei quattro performer in scena. Lo spazio di proscenio risulta estremamente ridotto, vi si consuma nell’arco di un’ora e mezza una compatta mescolanza di azione e enunciazione, con i sopratitoli che scorrono velocemente su un’alta stringa e lo sguardo dello spettatore che oscilla di piano in piano, lanciato all’inseguimento di un piano drammaturgico costantemente frammentato. Se dell’opera di Stravinskij sopravvive la musica e la simmetrica divisione in sei quadri più sei, rigorosamente scandita, in scena, dalla mostra di altrettanti cartelli esplicativi, She She Pop vorrebbe far slittare del tutto il perno tematico del sacrificio verso una riflessione sul genere femminile in rapporto agli schemi sociali patriarcali e maschilisti, declinato attraverso l’analisi del rapporto madre-figlio.

foto di Doro Tuch
foto di Doro Tuch

La compagnia dichiara che «il palco è uno spazio in cui vengono prese decisioni, testate varie forme di dialogo e sistemi sociali, imparati o rigettati gesti eclatanti e rituali sociali». Il discorso del collettivo riafferma qui la propria cifra stilistica frontale e diretta, chiamando il pubblico ad accettare un codice di continua entrata-uscita dalla dimensione autobiografica. Attraverso dialoghi condensati in frasi brevi che somigliano ad appunti da laboratorio di osservazione etologica, la radicale cancellazione di ogni sforzo di interpretazione delle battute e la peculiare natura fredda del contatto tra i performer e con gli spettatori, l’intera idea scenica e la sua vitalità poggiano piuttosto su un millimetrico montaggio del materiale digitale: le madri compaiono sotto forma di immagini virtuali a definizione stupefacente, le proporzioni gigantesche date dalla proiezione sui lenzuoli rendono concreto – nel significato drammaturgico – un senso di oppressione e di supremazia, come infidi titani che vegliano sul popolo nano dei figli.

Mentre il testo scorre lesto e il senso profondo delle parole si impasta in un’architettura visiva che non offre quasi mai momenti di quiete, in questo rigoroso disegno di video-teatro l’interazione corpo/immagine diviene il centro di tutto: gli effetti di sovrimpressione realizzati con l’aggiunta di quattro proiettori che rimandano le immagini live dei performer agenti dietro ai veli sono gestiti con grande perizia, ma in più di una sequenza trasformano l’intera azione in un vortice di suggestioni visive, a scapito della profondità delle argomentazioni. Emerge forte la tesi secondo cui il sacrificio sociale femminile, schiacciato dalle convenzioni occidentali, passi sempre e comunque inosservato, divenga ormai carne di cui le comunità si cibano in totale incoscienza, come neutralizzato dal complesso delle responsabilità di genere su cui la Storia stessa ha posto la propria mano a fare ombra. Il problematico asse di contatto tra le generazioni che vorrebbe essere la chiave di questo metaforico rituale di sacrificio collettivo è qui trasposto con insistiti giochi sulle somiglianze e sulla memoria infantile che finiscono tuttavia per ammorbidire i possibili spigoli critici del discorso filosofico che lo sottende, avvicinando il tono autoironico alle sembianze di un alibi ben calcolato e costruendo una stratificazione dei discorsi forse meno complessa di quanto la compagnia stessa immagini.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

visto alla Pelanda per Short Theatre 10, settembre 2015

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info Short Theatre sito web

THE RITE OF SPRING AS PERFORMED BY SHE SHE POP AND THEIR MOTHERS
Concept: She She Pop.
di e con: Cornelia e Sebastian Bark, Heike e Johanna Freiburg, Fanni Halmburger, Lisa Lucassen, Mieke Matzke, Irene e Ilia Papatheodorou, Heidi e Berit Stumpf, Nina Tecklenburg.
Video: Benjamin Krieg & She She Pop.
Scene: Sandra Fox & She She Pop.
Costumi: Lea Søvsø.
Collaborazione musicale: Damian Rebgetz.
Collaborazione coreografica: Jill Emerson.
Assistenza artistica e drammaturgica: Veronika Steininger.
Luci e direzione tecnica: Sven Nichterlein.
Suono: Florian Fischer.
Assistente video: Anna Zett.
Trainee: Mariana Senne dos Santos.
Produzione: ehrliche arbeit- freies Kulturbüro.
Manager di compagnia: Elke Weber.
Una produzione She She Pop.
In coproduzione con HAU Hebbel am Ufer, FFT Düsseldorf, Mousonturm Frankfurt, Kaserne Basel, brut Vienna, German Language Theater Festival of Prague/Archa Theater Prag, Kyoto Experiment e Théâtre de la Ville/Festival d’Automne à Paris.
Residenza sostenuta da Art Center Kyoto, Kyoto Experiment e the Goethe Institute.
Sostenuto da the City of Berlin – Dipartimento per gli affari culturali e the Hauptstadtkulturfonds Berlin.

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. È dottore di ricerca in Spettacolo (Sapienza. Università di Roma), con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e cultore della materia L/ART-05. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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