Patrick Modiano, Robert Lepage e l’arte della memoria

Patrick Modiano è il Premio Nobel 2014. Robert Lepage ha appena debuttato con 887. Analogie di un tema

 

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Foto di Érick Labbé

È come l’ombra di un passo non ancora compiuto, la memoria. Destabilizza il cammino, affonda in una coscienza fluttuante, quasi onirica. C’è il passo e il movimento già percepito di un passo precedente. Questo crepitio sfuggente, culmine di un’apparizione, è il movente creativo che l’arte occidentale ha riconosciuto come fondante; e come un fanciullo l’artista, il poeta, riannoda sentimenti scomposti in un affanno ritroso, una verità che si conosca nitida e pure fallace. Una corsa nel tempo, contro il tempo.
Il ricordo pare esserne l’elemento essenziale, la molecola che unita ad altre ne compone la consistenza. Ma esso si conforma per sua natura come riproduzione, esiste da dopo in un tempo impossibile come quello presente e che pure è l’unica reale esistenza, perché da un lato inafferrabile e quindi non vero, dall’altro unico tempo effettivo e raccontabile. Si presenta il ricordo come un accadimento di secondo grado in un’esistenza di primo, cioè un evento indiretto (legato a un prima) in un evento diretto (quel che è: ora); dunque l’innesco non sarà mai ciò che aleatorio rivive come evocazione, ma la concretezza in cui accade ciò che vive oggi. Ciò che si stimola nell’uomo è una percezione duplicata, il momento labile in cui il prima e il dopo si appaiano speculari; ma anche questa illusione è per di più contro logica, perché l’odore di un biscotto – per citare il topos letterario più noto, quello proustiano – non sarà più che il biscotto adulto, mai sarà il biscotto dell’infanzia, da anni digerito, di cui ora possediamo soltanto una forma, meglio, una copia conforme all’originale. Non, l’originale.

È in questa corruzione del tempo che l’artista affonda le proprie peregrinazioni, lo fa il canadese del Québec Robert Lepage con 887 al debutto per Romaeuropa Festival 2015 al Teatro Argentina di Roma, con motivazioni simili a quelle che hanno consegnato il Premio Nobel 2014 allo scrittore francese Patrick Modiano. L’impianto creativo mescola informazioni confuse della propria biografia, tracce da ritrovare, numeri di telefono di conoscenti perduti in uno squillo vuoto e strade che hanno cambiato nome in quartieri che hanno cambiato forma, poi le botteghe di acquisti scaduti di cui torna un’urgenza irredimibile, infine la città come teatro di esistenze andate, che ha cambiato il suo tempo ma riproducendo volti ed emozioni riflesse, ambiguità e cumuli di immagini languide, vaghe, come abiti di una taglia che chissà se il corpo abbia mai avuto.

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Patrick Modiano. Foto Jean Paul Guilloteau

Entrambi fanno ricorso a una miniaturizzazione del contesto, in cui poco a poco prende forma il lineamento deformato della memoria: Lepage lo compone visivamente sulla scena, dispone o proietta modellini di passato con una sorta di intenzione infantile, il cui segreto è disperso nella semplice pratica di ritessere una maglia sfilacciata; Modiano stende nomi e strappi di abiti impigliati lungo le vie di una Parigi sospesa, nella cui percezione convivono epoche diverse, sovrapposte, o meglio sovraesposte in una visione variabile e palpitante, come un continuo sforzo di messa a fuoco. In entrambi, tuttavia – non a caso accomunati dal ricorso a un’epoca di guerra, ossia della devastazione fisica e morale della memoria – si affaccia con evidenza il pensiero che in quella fatica non ci sia nessuna redenzione, nessuna memoria saprà restituire il tempo al tempo nuovo.

Da questo continuo girare a vuoto – per la città, per l’infanzia o per la propria opera – coglie allora il dubbio, quanto mai concreto, che l’elemento primario di una stimolazione emotiva movente della memoria e quindi dell’arte, non sia dunque il ricordo bensì la dimenticanza, come se di quel passo si avvertisse già non solo l’incertezza ma l’inciampo, il vuoto, la fessura della botola in cui – inesorabile – si finirà per cadere. L’arte è allora il tentativo impossibile, la continua evidenza che quell’abito indossato quella volta in cui siamo andati al ballo o abbiamo baciato qualcuno non sia in verità mai stato nostro, l’ammissione di clandestinità dell’autore, nella propria vita.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

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