Fringe Festival di Edimburgo: istruzioni per l’uso

Fringe Festival di Edimburgo. Una guida pratica per orientarsi nel celebre festival scozzese dedicata anche ad artisti e operatori

Andrea Brunello con la sua compagnia, Arditodesio, si reca all’Edinburgh Festival Fringe da diversi anni, per l’edizione 2015 ci ha proposto questo articolo con cui condividere una serie di importanti informazioni sul festival; ringraziandolo vi auguriamo buona lettura. Redazione TeC

 

Foto Andrea brunello
Foto Andrea brunello

È agosto, la pioggia batte, il freddo insiste e per il terzo anno di fila mi trovo a Edimburgo. La città è meravigliosa con il suo antico castello, le vie piene di storia e di medioevo, con quel Military Tattoo che attrae migliaia di persone, i fuochi d’artificio tutte le sere, le strade piene di piccoli spettacoli promozionali, gli artisti di strada, i musicisti e i milioni di volantini che se non stai attento ti trovi in mano… la capitale della Scozia in agosto è la città del Fringe, quello vero, “The greatest Show on Earth”.

Fra uno spettacolo e l’altro mi trovo a riflettere su che cosa sia questo “mostro” Fringe e sul perché sia così affascinate. Perché attrae così tante compagnie? Perché fa sempre parlare di sé? Ecco quindi che penso possa essere utile una mia personalissima guida al Fringe per chi vuole provare a conoscerlo meglio e chissà, magari anche provare a farne parte.

Innanzi tutto un po’ di storia: nato nel 1947 per protesta da parte di alcune compagnie lasciate fuori dal molto più prestigioso (…allora) Edinburgh International Festival il “fringe” cioè “frangia” oppure “margine” è un festival apparentemente caotico e senza regole ma che invece vive grazie ad una struttura ferrea che è anche la chiave del suo enorme successo. Un successo che è indiscutibile se notiamo che l’edizione del 2015 (dal 7 al 31 agosto) è la più grande di sempre, con 3314 spettacoli diversi da 49 nazioni, ospitati in 313 “venues”, ovvero sedi di spettacolo, che possono essere esse stesse agglomerati di spazi della più varia natura: teatri veri e propri, open space, biblioteche, locali, ma anche scantinati, tende da circo, container, senza disdegnare persino i sottoscala dei teatri!

Il Fringe è veramente qualche cosa dell’altro mondo, un festival di dimensioni enormi in una città relativamente piccola (500mila abitanti) in una regione del mondo relativamente disabitata (la Scozia). Che animale è? Chi lo frequenta? Come è possibile che un festival che regolarmente ospita artisti del calibro di Mark Ravenhill e Steven Berkoff trovi spazio anche per numerose compagnie amatoriali? Diamo un po’ di numeri… stando al comunicato stampa ufficiale del Fringe circa un terzo degli spettacoli è “comedy” di intrattenimento e “stand up”, il 27% è “theatre” nelle sue varie forme, soprattutto prosa e storytelling, il 14% è musica dal vivo, gli spettacoli per bambini sono il 5% della programmazione, e il resto è fatto da eventi, teatro musicale, danza, circo, lezioni-spettacolo ed esibizioni varie.

Proviamo a capire quali sono le regole del Fringe. Il Festival è gestito dalla Fringe Society che lo coordina, raccoglie le iscrizioni delle compagnie e degli artisti, impone le scadenze, gestisce un servizio centralizzato di biglietteria (ogni venue però ha la sua) e fondamentalmente impone le regole del gioco. In altre parole le venue devono sottostare alle linee guida della Society se vogliono essere presenti al Fringe. La Society organizza anche numerosi appuntamenti che permettono agli artisti di interagire con gli operatori di settore (quest’anno più di 1000!) che vengono al Fringe per incontrare, vedere, scoprire artisti da proporre nei loro rispettivi spazi e festival in giro per il mondo! E infatti il Fringe è soprattutto una grande opportunità per gli artisti, o almeno vorrebbe esserlo, perché in realtà sono relativamente pochi quelli che ne escono “vincitori”. La competizione è enorme, attrarre l’attenzione degli operatori è estremamente complesso e richiede un lavoro che va ben oltre la semplice partecipazione al Festival. Spesso le compagnie di successo lavorano degli anni per costruire una presenza che sia riconosciuta: dalla testate giornalistiche che devono decidere quali spettacoli recensire; dagli operatori che sono letteralmente investiti dalle numerosissime richieste da parte degli artisti; dai direttori delle venue perché non solo accolgano lo spettacolo ma che gli sappiano dare anche la giusta rilevanza nella programmazione; dal pubblico che, diciamolo, spesso rimane scottato da spettacoli di dubbia qualità.

Foto Andrea brunello
Foto Andrea brunello

Eppure, se così tante compagnie investono su una presenza al Fringe e se migliaia di turisti accorrono ogni anno qualche motivo ci deve essere! Perché? Parliamo alle compagnie: portare il proprio lavoro a Edimburgo per guadagnarci economicamente è difficilissimo: troppe sono le spese e troppo poco il pubblico in sala. Ma non è per il guadagno immediato che una compagnia frequenta il Fringe, bensì per sviluppare il proprio progetto artistico e organizzativo e portarlo ad altri livelli. E qui sta il punto: bisogna avere un progetto che si possa sviluppare negli ambiti che vengono offerti a Edimburgo. La mia opinione è che il Fringe vada affrontato solamente se si posseggono tre requisiti fondamentali: (i) il proprio progetto artistico guarda ben oltre il singolo spettacolo, (ii) il progetto è veramente unico, identificabile e raccontabile e (iii) si è disponibili a confrontarsi con un pubblico e un mercato estero in ambiti dove il fallimento è sempre dietro l’angolo.

Sono relativamente pochi gli artisti italiani presenti ad Edimburgo e, mi sembra, non c’è stato un aumento di numero negli ultimi anni. Altre nazioni investono infinitamente di più in una loro presenza al Fringe. Senza scomodare giganti come la Cina o gli Stati Uniti… notiamo come la Finlandia, il Belgio, la Polonia, la Corea del Sud, la Francia e molti altri Stati abbiano una presenza massiccia ed identificabile al Fringe anche grazie all’aiuto delle rispettive ambasciate e Istituti di Cultura nazionali.

Per quanto riguarda l’Italia esisteva sin dal 2013 un progetto nato dalla fertile creatività della produttrice e organizzatrice italiana Stefania Bochicchio, emigrata a Londra ma che da molti anni segue il Fringe tanto da essere membro attivo della Society. Il progetto, denominato Impatto Totale, prevedeva il coordinamento delle compagnie italiane da parte dell’Istituto Italiano di Cultura a Edimburgo. Il primo anno di Impatto Totale, sotto la guida della Bochicchio, è stato un successo, meritandosi l’attenzione della RAI, la copertina di Repubblica e numerosi feeds giornalieri dell’ANSA. Purtroppo già nel 2014, esonerata la Bochicchio e preso il controllo del progetto, l’Istituto non è riuscito a catturarne l’essenza e nel 2015 Impatto Totale è pressoché scomparso. Nonostante tutto però in questi ultimi anni diverse compagnie italiane sono riuscite a sfruttare le opportunità offerte dal Fringe e farlo diventare un trampolino di lancio importante. Fra queste cito, solo a titolo di esempio e senza pretesa di completezza, i Sonics che ormai da anni fanno il tutto esaurito con i loro spettacoli di acrobatica, Ceresoli-Gallerano con il loro spettacolo La Merda, C&C con due produzioni Maria Addolorata e Tristissimo, Scarlattine Teatro, Factory Compagnia Transadriatica e Principio Attivo Teatro con il progetto Yurtakids! e la mia compagnia, Arditodesìo, con lo spettacolo di contaminazione scientifica Il Principio dell’Incertezza. Questa è solo una piccola lista, altre compagnie italiane hanno partecipato in questi ultimi anni alle varie edizioni dei Fringe e posso dire con piacere che il teatro italiano è seguito con attenzione dagli operatori presenti ad Edimburgo.

Partecipare al Fringe è relativamente semplice: basta prendere contatti con una venue, negoziare il periodo di permanenza e gli orari di entrata ed uscita dal teatro e il relativo prezzo di affitto (tutte le compagnie vanno a percentuale ma devono garantire un minimo alla venue – qualche migliaio di sterline), firmare il contratto, registrarsi con la Fringe Society – qualche centinaio di sterline… e il gioco è fatto. Molte venue non hanno una direzione artistica e quindi vige la regola “first come first serve” anche se ormai, data l’imponente richiesta da parte di compagnie, quasi tutte le venue si sono dotate di una qualche forma di “filtro artistico”.

Certo, i soldi da spendere sono tanti e con la sterlina alle stelle l’aspetto economico può essere un problema. C’è una soluzione… è possibile partecipare al Free Fringe. Il Free Fringe prevede che non ci sia un minimo garantito ma che non ci sia neppure un biglietto di accesso allo spettacolo: si va a cappello. Quest’anno sono 807 gli spettacoli presenti con questa formula e il numero è in aumento. È chiaro però che essere all’interno del Free Fringe non garantisce alcuni servizi spesso essenziali soprattutto rispetto alla dotazione tecnica e alla praticabilità degli spazi. Si tratta quindi di una dimensione ancora più marginale, se possibile, e quindi va affrontata con cura e consapevolezza. Il Free Fringe è popolato soprattutto da stand up comedians, da spettacoli estremamente semplici, da compagnie che vogliono presentare degli “studi” e da compagnie amatoriali che non hanno le disponibilità economiche necessarie per garantirsi degli slot in altri teatri.

Per chi invece vuole prendere il pacchetto completo la scelta di spazi è vastissima, anche troppo! Meglio partire dal sito ufficiale del Fringe: www.edfringe.com, completissimo di informazioni, documenti scaricabili, linee guida e tutto quello che può essere utile per farsi un’idea di quello che serva e di come procedere. Consiglio anche di frequentare i siti delle singole venue. Ne segnalo alcune fra quelle più conosciute: theSpace, Sweet Venues, C Venues, Assembly, Zoo Venues, New Town Theatre, Underbelly, Just the Tonic, Summerhall, Dance Base, the Traverse, Pleasance, Greenside, Laughing Horse, JustFestival, Gilded Balloon.

Foto Andrea brunello
Foto Andrea brunello

Gli ingredienti più importanti per una presenza di successo al Fringe, oltre alla qualità dello spettacolo e del progetto artistico, il lavoro di promozione e la venue, sono anche la durata della tenitura così come gli orari di presenza. È consigliabile stare al Fringe per tutta la durata dello stesso, così come conviene limitare al massimo le giornate di riposo, perché non sai mai chi ti verrà a vedere! Massimizzare la possibilità di interazione con critici e operatori è fondamentale. Molte compagnie fanno l’errore di restare al Fringe solo per una settimana o poco di più. Mentre questa operazione può avere un senso se inserita all’interno di una strategia comunicativa (per esempio se lo spettacolo ritorna al Fringe o se la compagnia è già molto conosciuta), in genere questa azione è controproducente perché si rischia che nessun giornalista venga a recensire lo spettacolo, annullando così uno dei motivi principali dell’investimento.
L’altro errore è quello di accettare orari poco favorevoli o venue che tradizionalmente accolgono tipologie di spettacolo molto diverse dalla nostra. Per questo io consiglio caldamente di trovare un buon pr/organizer locale che possa affiancarsi alla compagnia nel lavoro di preparazione del Fringe. È anche importante che lo spettacolo sia in inglese e che gli attori ne abbiano un’ottima padronanza. Non facciamo l’errore di pensare che il pubblico si faccia affascinare dalla nostra bellissima lingua, nemmeno se ci dotiamo di sovrattitoli: molti spettatori vedono più spettacoli in una giornata, corrono da una venue all’altra e spesso non hanno la pazienza di gestire uno spettacolo che non capiscono. Il rischio di uscite in massa dal teatro è altissimo così come quello di essere stroncati da un critico che non ha capito la nostra operazione. Infine, il consiglio che arriva da tutti gli organizzatori e che personalmente caldeggio è che gli spettacoli non superino la durata di 60 minuti. Questo perché le slot messe a disposizione dalle venue sono di due ore circa fra montaggio, spettacolo e smontaggio, e anche perché il pubblico del Festival è abituato a questa durata. Gli spettacoli quindi vanno “pensati e adattati per il Fringe” per evitare di metterci nella condizione di nuotare controcorrente.

In chiusura però mi sento di dire che il Fringe è soprattutto una grande, bellissima avventura, un “mostro” certo ma… affascinantissimo! Come tutte le cose complicate, va pianificato con cura e non va affrontato con superficialità, ma rimane pur sempre un luogo unico dove migliaia di artisti si incontrano, scambiano idee, si mettono in gioco e pianificano progetti. In questo senso credo proprio che il Fringe sia The greatest Show on Earth.

Andrea Brunello

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