Teatr Zar. Un rituale della memoria

La compagnia polacca Teatr Zar arriva al Teatro India con Armine, Sister. Recensione

Foto di Karol Jarek
Foto di Karol Jarek

«Dio ha creato il teatro per coloro cui la chiesa non era sufficiente». Queste parole le ha scritte Julius Osterwa, un gigante del teatro polacco del Ventesimo secolo, tra le figure che più avevano influenzato Jerzy Grotowski al momento in cui questi, negli anni Cinquanta, aveva non tanto teorizzato, ma più propriamente immaginato la«rinascita di un teatro povero», una forma che ritornasse all’essenza primordiale dell’atto performativo, per salvarlo dalla corruzione minacciata dal cinema e dalla televisione, dell’intera società contemporanea. L’approdo era avvenuto sulle sponde di una dimensione fortemente rituale, nella quale il tempo e lo spazio condivisi da performer e spettatori erano delimitati da una partecipazione totale. Il materiale drammaturgico, quasi sempre proveniente dalla letteratura occidentale, si mescolava con una radicale disciplina del corpo, innalzato (e non ridotto) a un territorio di emozioni e pulsioni non verbali, affondato in uno stato della coscienza, giù fino a tornare a un vero e proprio atto mistico.

Di questa direzione di ricerca, che il teatro della seconda metà del Novecento ha incorporato solo per frammenti e ha tentato – non sempre con successo – di inscrivere in una regola, si trova traccia evidente nei lavori di Teatr Zar, compagnia polacca invitata dal Teatro di Roma con due produzioni. La seconda di queste, Armine, Sister, ha riempito una sala del Teatro India al termine di un dibattito dal titolo Memoria e testimonianza. Il posto dell’arte, ideato da Jarosław Fret e moderato da Attilio Scarpellini. Teatr Zar, si legge nel bel programma di sala curato da Monika Blige, è un «gruppo internazionale formatosi durante le spedizioni annuali di ricerca in Georgia tra il 1999 e il 2003» e il loro «spettacolo dedicato alla storia, alla cultura armena e al genocidio armeno» rappresenta un esempio di ricerca e di lavoro assolutamente inedito per la realtà italiana. Tre anni di documentazione raccolta tramite spedizioni itineranti in Anatolia hanno portato nelle sale del Grotowski Institute di Wrocław un materiale inestimabile sulla memoria dei tragici eventi che nel 1915 decimarono la popolazione armena. Più che trattare l’evento in sé e discutere l’annosa questione del negazionismo che ancora serpeggia in certa società europea, la compagnia dichiara di volersi interrogare sull’atto di «testimoniare dopo la testimonianza», e lo fa imprimendo sui corpi di un gruppo straordinario di performer una sorta di fossile della violenza, attraverso la composizione di un’azione scenica frammentata e brutale che diviene un cupo labirinto per la coscienza.

Foto di Karol Jarek
Foto di Karol Jarek

Il pubblico si distribuisce su due gradinate che si fronteggiano, schierate davanti uno spazio scenico spalancato e che però segmenta la visuale attraverso sedici colonne piantate in terra, richiamo visivo alle rovine di una chiesa abbandonata. L’intera architettura verrà smontata dai sedici performer, impegnati in una minuziosa azione senza parole né interruzioni, un flusso di brulicante attività che ha il ritmo gelatinoso di un crudele rituale di morte e redenzione. Se non udiamo un testo, le nostre orecchie vengono però colmate dall’ipnotico canto polifonico della tradizione monodica dell’Anatolia, orchestrato in un vero e proprio «dramma musicale contemporaneo». Frutto di un laboratorio permanente di canto modale condotto dal maestro cantore Aram Kerovpyan, la partitura vocale e strumentale coinvolge tutti i performer, figure sofferenti che entrano in contatto tra loro e con gli oggetti (sedie e letti di ferro battuto, pesanti lucchetti arrugginiti, ganci da macellaio, lastre di legno e catene), agendo come una torba di spettri intrappolata in un limbo senza tempo. Mentre le colonne vengono abbattute con pesanti martelli, rilasciando la sabbia che le riempie e che ora piove sui corpi mezzi denudati e martoriati da sfregamenti, percosse e frutta schiacciata sulla pelle, lo spettatore (di rado capita di vederlo così ammutolito e rapito) sceglie di guardare ora questa ora quella scena, coinvolto senza possibilità di intervento in un inferno che brucia a fuoco lento. È così che prende vita una tormentata ricerca di identità, la ricerca tattile di una responsabilità dentro una memoria fatta a brandelli dalla Storia, come nella citata Fuga dalla morte di Paul Celan,  «in cui i sogni di assassini e vittime sono sognati nello stesso luogo».
Da un punto di vista performativo e di messinscena ci troviamo di fronte a una dimostrazione pratica della disciplina dell’attore letta e studiata nei libri, intravista nei rari video degli spettacoli di Jerzy Grotowski, ma occhi e stomaco ci spingono anche oltre, verso l’opportunità di far rinascere una consapevolezza del corpo come scrittura del presente.

Quando l’azione termina nell’immobilità, senza buio né applausi, colpisce la vista degli spettatori che abbandonano il “campo di battaglia” e, discorrendo nel foyer, ci si domanda quali risultati potrebbero raggiungere i “nostri” attori e performer, avendo a disposizione simili spazi e tempi per la creazione, conferma della reale (e possibile) urgenza del mezzo teatrale nell’espressione contemporanea. Almeno per noi cui la chiesa no, non è sufficiente.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

visto al Teatro India – giugno 2015

Leggi anche l’articolo di Rossella Porcheddu

ARMINE, SISTER

performer/musicisti Davit Baroyan, Ditte Berkeley, Przemysław Błaszczak, Alessandro Curti
Jarosław Fret, Murat Içlinalça, Dengbej Kazo
Aram Kerovpyan, Vahan Kerovpyan, Kamila Klamut
Aleksandra Kotecka, Simona Sala, Orest Sharak
Mahsa Vahdat, Marjan Vahdat
Tomasz Wierzbowski
laboratorio permanente di canto modale diretto da Aram Kerovpyan
collaborazione vocale Virginia Pattie Kerovpyan
scenografia realizzata da un team diretto da Piotr Jacyk, Maciej Mądry, Krzysztof Nawój, Paweł Nowak, Bartosz Radziszewski, Andrzej Walada
coordinazione del progettoMagdalena Mądra, Joanna Gdowska

Produzione Teatr ZAR

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e dramaturg. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile delle Attività Culturali per Emilia Romagna Teatro Fondazione. È dottore di ricerca in Spettacolo, con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e docente a contratto di Metodologie della Critica del Teatro e dello Spettacolo alla Sapienza Università di Roma. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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