Teatro a Siracusa. Il futuro della tradizione

Siracusa. L’INDA presenta il 51° ciclo di rappresentazioni classiche al Teatro Greco. La recensione delle Supplici diretta da Moni Ovadia

Foto Gianni Carnera
Foto Gianni Carnera

Centouno anni fa, all’interno del Parco Archeologico della Neapolis di Siracusa, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico rinnovava le celebrazioni delle tragedie greche; interrotti solo durante la guerra, i cicli di rappresentazioni classiche divennero un vanto cui destinare ingenti risorse e denaro, le messe in scena furono legate a nomi dal prestigio internazionale – dagli esordi di Ettore Romagnoli e Duilio Cambellotti, passando per Orazio Costa e Giusto Monaco, a cui ora è intitolata la scuola di formazione, arrivando a Gassman, Squarzina, Ronconi. Tuttavia alla grandezza dei nomi non sempre corrispose efficacia sulla scena; non in pochi casi, le rappresentazioni classiche finirono per diventare un grande spettacolo il cui “adattamento” diveniva una prova di imponenza scenica. All’ombra del colle Temenite si creava una culla nella quale proteggere e accomodare spettatori e idee: esaurita la stagione, spazio al titolo successivo. Senza che l’antico fosse un tramite per parlare al presente.

Proprio alla luce di queste considerazioni accogliamo il cambio, l’apertura di prospettiva del nuovo organico il quale, in vista di una programmazione triennale, ripensa alla possibilità di far circuitare le produzioni, aprendosi alle collaborazioni con le università italiane e con istituzioni europee, affidando le direzioni a registi con un consolidato pensiero artistico anche se mai esperito tra le pietre di Siracusa. Fino al 28 giugno quella che informalmente è stata chiamata Trilogia del mare vedrà dunque Moni Ovadia, Federico Tiezzi e Paolo Magelli confrontarsi con Eschilo, Euripide e Seneca, appropriarsi e tradire la storie delle Supplici, dell’Ifigenia sacrificata in Aulide e di Medea; mescolare le lingue, i luoghi; domandare quanto sia in grado di restituirci ora questa eredità teatrale, reale ma mitizzata, a pochi passi da un mare che inghiotte, che anche adesso «divide, anziché unire».

Foto Maria Pia Ballarino
Foto Maria Pia Ballarino

Gomito a gomito delle consuete scolaresche che riempivano le gradinate, tra nubi di pioggia incombente, vociare da gita e uno spontaneo Inno d’Italia (ma la coincidenza di un patriottico slancio lascia più  il posto al goliardico passatempo) abbiamo assistito a Le Supplici, una «storia antica di millant’anni» simile a una qualsiasi delle storie di ora, il volto annerito dal sole di cerone che inscena lo sbarco delle mitiche esuli. Capo e corpo coperto prima di svelare un petto che sembra nudo e un viso dipinto, le Danaidi approdano sul piano inclinato coperto di polvere, chiedono asilo all’ombra di un tempio per sfuggire a pretendenti pronti a inseguirle fino alle coste di Argo. La tragedia di Eschilo ha un lieto fine, il conflitto si consuma precocemente a favore dell’adesione, non è più una questione di genere; Ovadia, che qui interpreta Pelasgo, cavalca la traccia e trasforma il rito in teatrale denuncia. Interamente riscritto a sei mani assieme a Pippo Kaballà e al musicista Mario Incudine (qui anche formidabile cantastorie), il testo assume le melodie del siciliano e del greco, quasi del tutto cantata la conquista di libertà. Un’energia che soprattutto nella prima parte risulta ben spesa, verso la fine si sporca e si percepisce come una fretta drammaturgica nella chiamata alle armi dell’araldo egiziano; l’imponenza delle scene si perde, perché la forza di questo lavoro risiede altrove, tra gli attori e nella musica che conduce il ritmo dell’azione, che guida e contiene. La preghiera rispecchia scale arabeggianti, mani e braccia congiunte sembrano archi a sesto acuto, non vestono «comu li fimmini nostri» eppure «sentite» – invita il poeta sulle cadenze da cunto – il monito contro l’incomunicabilità, non è l’alternanza di lingue diverse a creare il dissidio, ma il rifiuto dell’accoglienza.
A un anno dal centenario l’Inda dimostra di non aver abbandonato del tutto le vecchie abitudini, ma è pronta per continuare a costruire il futuro della tradizione, non richiudendosi nella propria storia, facendosi carico di una voce non solo teatrale in grado di rispecchiarsi nella società in cui vive.

Viviana Raciti
Twitter @viviana_raciti

Visto al Teatro Greco, Siracusa – maggio 2015

LE SUPPLICI
di Eschilo
Traduzione Guido Paduano
Adattamento scenico in siciliano e greco moderno Moni Ovadia, Mario Incudine, Pippo Kaballà
Regia Moni Ovadia
Regista collaboratore Mario Incudine
Scene Gianni Carluccio
Costumi Elisa Savi
Musiche Mario Incudine
Movimenti coreografici Dario La Ferla
Assistente scenografo Sebastiana Di Gesù
Assistente musicale Antonio Vasta
Ingegnere del suono Ferdinando Di Marco
Progetto audio Vincenzo Quadarella
Progetto luci Elvio Amaniera
Costumista assistente e responsabile sartoria Marcella Salvo
Responsabile trucco e parrucco Aldo Caldarella
Direttore di scena Vincenzo Campailla, Ilario Grieco
Fotografi di scena Gianni Luigi Carnera, Maria Pia Ballarino
PERSONAGGI E INTERPRETI: (o.a.)
Cantastorie Mario Incudine
Danao Angelo Tosto
Prima Corifea Donatella Finocchiaro
Corifee Rita Abela, Sara Aprile, Giada Lorusso,
Elena Polic Greco, Alessandra Salamida
Pelasgo Moni Ovadia
Araldo degli Egizi Marco Guerzoni
Voce egizia Faisal Taher
Musicisti Antonio Vasta (fisarmonica-zampogna )
Antonio Putzu (fiati), Manfredi Tumminello (chitarra-bouzouki)
Giorgio Rizzo (percussioni)

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