Il teatro finanziato, intermezzo. Fus: ricorsi e proteste, gli esclusi arrabbiati

Il teatro finanziato: ospitiamo l’opinione di Franco D’Ippolito, consulente per le politiche culturali alla Regione Puglia. Qui una riflessione sulle proteste chi rischia di rimanere fuori dal Fus 

 

Riforma Fus agis teatri privati ricorsi proteste 1Lo scorso 15 maggio l’Ansa ha diffuso la notizia del ricorso al TAR dell’ex Teatro Stabile di Genova contro il mancato inserimento nell’elenco dei Teatri Nazionali e ha pubblicato la protesta dell’Agis per l’esclusione di alcuni teatri privati dall’elenco dei Centri di produzione. Erano già noti i ricorsi al TAR di due ex stabili di innovazione (La Contrada di Trieste e Gli Alcuni di Treviso) contro l’esclusione dall’elenco dei Centri di produzione. Ricorsi e proteste dimostrano le difficoltà applicative del DM 01.07.2014 e rilevano le lacune dell’articolato, che lascia troppo spazio a interpretazioni contraddittorie e, a volte, infondate.

Proviamo a riassumere ciò che stabilisce il DM. Il decreto fissa i minimi di attività che il soggetto deve impegnarsi a realizzare per essere ammesso al finanziamento, che si calcola con un complesso procedimento algoritmico, basato sul punteggio attribuito al progetto. Dei 100 punti (punteggio massimo attribuibile), 30 sono a disposizione della Commissione (per la qualità artistica) e 70 dell’Amministrazione (40 per la valutazione quantitativa e 30 per la qualità indicizzata). I settori definiti nei vari articoli (TN, Tric, Centri, Imprese, Circuiti, Festival) sono definiti per principi anziché per compiti o funzioni differenziate, così a fare la differenza restano solo i minimi di attività recitativa e lavorativa. La Direzione Generale Spettacolo, sentita la Commissione, può comunque attribuire il contributo a titolo diverso da quello richiesto, classificando diversamente le caratteristiche soggettive del richiedente o l’oggetto della domanda. I ricorsi al TAR sembrano concentrarsi sulla discrezionalità di questa facoltà che il DM riserva all’Amministrazione. La sensazione è che avendo puntato su riconoscimenti basati sulla quantità di recite e di giornate lavorative, dichiarati come impegno futuro, ci si sorprende di fronte a decisioni che il decreto assegna, con piena discrezionalità, all’Amministrazione.

Leggendo le dichiarazioni dei teatri non inseriti nell’elenco dei Centri sembra che l’etichetta negata spingerà alla chiusura 24 teatri privati, fra cui il Brancaccio e il Vittoria di Roma, il Carcano di Milano, l’Alfieri di Torino, il Diana di Napoli. Per come sono definiti i settori e per come sono stabiliti i costi ammissibili, questi teatri potranno essere considerati o imprese di produzione o organismi di programmazione, con la conseguenza che nel primo caso non gli saranno riconosciute le spese di gestione e di programmazione e nel secondo quelle di produzione e tournée. Un problema serio, provocato dalla miopia del DM, che vorrebbe ammucchiare tutte le imprese che gestiscono teatri, diversissime fra loro per storia ma soprattutto per funzioni svolte sui territori, in un grande contenitore informe, l’art.15 dei Centri. Se si è rinunciato a definire cosa distingue, solo per fare un esempio, Ravenna Teatro e il Diana di Napoli, è abbastanza prevedibile l’imbarazzo che oggi in molti provano nei confronti di quei teatri.
Ma perché ricorsi e proteste puntano il dito contro la Commissione prosa? Il DM gli assegna la responsabilità di un parere discrezionale, soggettivo, affidato alla competenza dei singoli commissari, chiamati a valutare ciò che non è misurabile: la qualità artistico-culturale del soggetto e del progetto, anche riguardo alla domanda presentata. Lasciano perplesso anche me alcune aperture di credito verso qualche Teatro Nazionale o la sopravvalutazione della storicità (che non corrisponde più alla situazione attuale) per qualche Tric e Centro, ma non me la sento di puntare il dito contro la Commissione. Questo DM deve essere applicato e la sua attuazione lascerà il sistema in mezzo al guado, fra conservazione e cambiamento.
Si è persa una occasione e tutto quello che sta accadendo (dai ricorsi al TAR alle riflessioni di tanti) dimostra l’urgenza di ripensare davvero l’architettura, i criteri e gli strumenti del sistema teatrale italiano. Non basta appiccicare a norme e parametri obsoleti e malfunzionanti qualche under 35, o un po’ di complicata multidisciplinarietà, né serve sopprimere o cambiare qualche vecchia etichetta. Ci vuole altro e sarebbe davvero ora cominciare a discuterne.

Franco D’Ippolito

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2 COMMENTS

  1. Tutto giusto ma finire l’articolo con “sarebbe davvero ora cominciare a discuterne” fa un po’ sorridere. Tutto il teatro italiano ha avuto più di un anno di tempo per farsi sentire e nessuno ha fiatato. Tutti sapevamo che c’erano dei problemi enormi e che ci sarebbe stata la paralisi dei ricorsi. Quando qualcuno, me compreso, ha osato proporre di chiudere i teatri e le compagnie in segno di protesta, per farci sentire, si è sentito dire che protestare non serve a niente, ci vuole il dialogo e il dialogo c’è stato: tra pochi soggetti pubblici e il direttore generale. Che io sappia il teatro privato non ha avuto voce in capitolo. E infatti il teatro privato italiano è praticamente escluso dai giochi.
    Nel paese che voleva privatizzare perfino l’acqua sembra quasi una barzelletta ammettere che il teatro è praticamente “statalizzato” così come il resto della cultura. La quasi totalità della produzione, dell’ospitalità e della circuitazione è in mano pubblica. I teatri privati potevano farsi sentire e non lo hanno fatto, forse per paura, forse per incapacità: ora ne pagano le conseguenze.
    Poi c’è il capitolo “aggiustamenti all’italiana”: cioè teatri che si uniscono nonostante siano come l’acqua e l’olio, teatri che ancora non sono aperti ma hanno avuto un riconoscimento esagerato eccetera eccetera.
    Forse è proprio il caso di cominciare a discuterne, o no?

  2. Premessa. Dirigo la compagnia Tiberio Fiorilli che D’Ippolito conosce bene, essendo entrambi pugliesi. Siamo stati TROMBATI. Senza Se e senza Ma. Poca qualità, bisbigliano al Mibact. Percepivamo il contributo da 32 anni ininterrotti (circa 50.00 /60.0000 €) e abbiamo continuato a lavorare dando per scontato il contributo 2015. Non abbiamo ricevuto nulla di scritto se non la lettura del Decreto Nastasi per le Imprese di Produzione e la telefonata dell’Agis, con la quale avvieremo un ricorso al TAR. Perchè? Perchè non abbiamo avuto neanche il 70% del contributo dello scorso anno (doveva essere un paracadute per dire “vi do due lire, pagate gli oneri in corso e chiudete”). La nostra attività è troppo simile a quella degli altri anni, quindi non capisco come essa fosse accettata fino al 31.12.2014 e il giorno dopo, 1.1.2015, non è più di qualità. Perchè lavoriamo al Sud, e alla faccia del Rapporto Svimez che esamina una situazione economica penosa, dovremo andare a casa se il TAR non ci desse ragione. 35 lavoratori a casa. Qualcuno riuscirà a ricilicarsi, e gli altri? Abbiamo inviato decine di mail al Direttore, alla dr.ssa Ferrante, al Capo di Gabinetto D’Andrea, ai quattro membri della Commissione. Nessuno ha avuto il coraggio e la buona educazione di rispondere. Eppure tutti, anche noi, sapevamo che saremmo stati TROMBATI. Da chi lo sapevamo? Dai corridoi della dir. gen. Spettacolo dal Vivo che trasuda pettegolezzo, verità anticipate e ripescaggi se hai la carta vincente. Noi quella carta non ce l’abbiamo. Noi soci lavoratori della coop. Tiberio Fiorilli ci siamo rivolti ai nostri referenti Agis e SLC-CGIL. Avremo il saldo 2014 (siamo sempre corretti nel formulare preventivi credibili con gli uffici Mibact) e poi amen. Lasceremo un buco di versamenti ex Enpals (che pagheranno i cittadini italiani) perchè qualcuno ha detto a cuor leggero SIETE TROMBATI. Grazie.
    Teodoro Dino Signorile, l.r. coop. Tiberio Fiorilli Bari.

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