Il teatro finanziato, episodio 1: Nazionali e Tric

Il teatro finanziato: ospitiamo l’opinione di Franco D’Ippolito, consulente per le politiche culturali alla Regione Puglia. È il primo articolo di un ciclo con cui seguiremo il lavoro della Commissione ministeriale del settore Prosa. Qui si parla di Teatri Nazionali e Tric

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Se la Direzione Generale Spettacolo dal Vivo, sentita la Commissione Consultiva Teatro, avesse riconosciuto la qualifica di Teatro Nazionale e Teatro di Rilevante Interesse Culturale (detto Tric) a tutti i candidati, nessuno avrebbe fatto un plissé, nella generale assuefazione che segna da qualche tempo il sistema teatrale italiano. Invece, qualcosa è accaduto. La Commissione ha valutato e selezionato sette Teatri Nazionali e diciannove Tric per il triennio 2015/2017. Per parte loro, gli “esclusi”, legittimamente, contestano quelle scelte. Sembra, insomma, di essere in un Paese normale, dove chi ha la responsabilità di decidere lo fa e chi non è d’accordo, lo dice, lo scrive, alla luce del sole. Senza scandali, con buona pace dei complottisti.

La prima applicazione del DM ha ”spacchettato” l’area dell’ex stabilità pubblica in sei Nazionali e undici Tric. Diverso il riposizionamento degli ex stabili privati: Atlantide Verona è confluito nel Teatro Nazionale del Veneto; Teatridithalia, Franco Parenti, Eliseo, Teatro Due, Tosse e Teatro di Sardegna sono stati riconosciuti Tric e Archivolto e Bellini sono i primi ammessi come Centri di Produzione. Completano i Tric, la Fondazione Teatro Piemonte Europa, già stabile di innovazione, e Teatri di Bari, che riunisce il Kismet, stabile d’innovazione, e l’Abeliano. Bisognerà aspettare le prossime decisioni sui Centri di Produzione per completare l’assetto dell’intera ex area della stabilità (pubblica, privata e di innovazione).
I sette Teatri Nazionali e i diciannove TRIC dovranno ora dimostrare di essere concretamente (non solo progettualmente) “assi” identitari e “perni” culturali del teatro italiano. Se non ci riusciranno, si dovrà reintervenire, correggendo le aperture di credito fatte oggi nei confronti di alcuni di loro.
Le prime decisioni della Commissione, a cui va riconosciuto il non facile compito di interpretare con rigore e trasparenza il tentativo di riforma del DM, inducono a tre riflessioni.

La prima riguarda il felice esito delle domande presentate dalle fusioni fra Stabile del Veneto e Atlantide Verona, fra Pergola e Pontedera, fra Kismet e Abeliano. Bene. Era auspicabile che l’innalzamento dei minimi di attività previsto dal DM spingesse diversi teatri e compagnie verso forme durevoli di raggruppamento. Speriamo che ciò interessi anche i Centri e le Imprese di produzione e, perché no, i circuiti e i festival, perché così si rafforza il sistema e si supera l’attuale frammentazione di soggetti, piccoli e piccolissimi, sfavorevole anche per il pubblico.

La seconda considerazione riguarda il Sud (isole comprese). Il Sud teatrale vive ancora un ritardo, più organizzativo-istituzionale che artistico (a parte qualche importante eccezione, dalle residenze pugliesi al fermento napoletano, da Scena Verticale a Fibre Parallele). Le decisioni della Commissione sembra comincino a tener conto della vivacità culturale e artistica che tanto Sud ha espresso negli ultimi anni e ad avviare un riequilibrio fra Nord, Centro e Sud. Nell’area della stabilità pubblica e privata il 16% dei teatri era a Sud, oggi nell’area Nazionali-Tric questa percentuale è salita al 19%. Sempre nell’ambito di Nazionali e Tric, le domande accolte (nel settore richiesto) sono state il 72% di quelle presentate (il 64% delle domande del Nord, il 100% del Centro e il 71% del Sud e isole). Ancora tropo poco, ma il gap non si colma per decreto, servono maggiore professionalizzazione dei soggetti e stabilizzazione organizzativo-gestionale, politiche culturali lungimiranti e vigilanza collettiva sull’utilizzo delle risorse.

La terza e ultima considerazione tocca il teatro ragazzi e la decisione di non riconoscere alcun Tric con vocazione principale per l’infanzia e la gioventù (erano cinque le stabilità di innovazione per ragazzi che avevano fatto domanda come Tric). Non so se si sia trattato di una decisione politica o di una soluzione tecnica per non danneggiare, a causa dei rigidi meccanismi quantitativi del decreto, quei soggetti. Credo che queste decisioni (come quelle su Ravenna Teatro o il CSS, solo per fare un esempio) debbano indurci ad aprire una riflessione sulle specifiche di “ricerca” e “ragazzi”, che io considero ormai obsolete, perché non descrivono più una esclusività e costituiscono soltanto un’etichetta da decreto ministeriale. Come diceva Ronconi, non c’è teatro commerciale o di ricerca (o per ragazzi), c’è solo buon teatro e cattivo teatro, più semplicemente. Dovrebbe essere così anche per i finanziamenti pubblici.

Franco D’Ippolito

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2 COMMENTS

  1. mi pare un intervento lucido e capace di descrivere in poche righe lo stato delle cose
    poi sempre altri mondi sono possibili
    Lo insegna la fisica quantistica. Se questo sia il peggiore di quelli possibili? Non lo so. Capisco Civica, ma penso anche che il sistema italia sia purtroppo composto di realtà molto meno idealizzate, e che sempre poi fare i conti col reale, con le pressioni politiche, le lobby, i cappuccetti rossi e bianchi di ogni sistema sia difficilissimo.
    Non avrei voluto essere fra quelli che hanno scelto, e penso in fondo che la fotografia che è stata scattata con le scelte fatte sia una foto che rispecchi il reale, per grandi linee.
    Certo non tutto può star dentro in un sistema di equilibri che condensi tutto in tre o quattro regioni.
    Detto questo ogni regolamentazione espelle delle minoranze, nessuna riorganizzazione salva tutte le forme di espressione.
    E’ la democrazia. Il meno peggiore dei sistemi di governo delle comunità plurali.
    Quella realtà non considerata in Emilia… e quell’altra in Calabria, inguardabili quelle altre due fra i TRIC, e quel nazionale scandaloso…
    Mma p’cchè, comm’èra prima era bbuon? Con gli scambietti, gli spettacoli inguardabili circuitati con logiche mafiose, coproduzioni che sapevano di elemosina, giovani compagnie buttate nel tritacarne di festival a riempire cartelloni, spesso, specie negli ultimi anni, con poche cose forti da dire. Palinsesti di meteore, trombonacci e questuanti.
    E pochi a inseguire la qualità con uno sforzo sovrumano. Come sarà anche in futuro. Quindi per il teatro veramente interessante, in fondo cambia poco o niente.
    Il resto dipenderà dal fatto che un circuito, un sistema di governo (e di potere, mai dimenticarlo) locale, scelga di far fare le scelte di direzione artistica a De Fusco o a Valenti, per dire due nomi che mi pare rispecchino modalità manageriali sufficientemente diverse pur se animate ciascuna dall’ovvio istinto a difendere quello che son chiamate a governare e dirigere…

  2. da franco d’ippolito mi aspettavo un intervento meno politicaly correct. meno retorico. meno propagandistico. peccato. lo trovo abbastanza di parte sopratutto quando svolge lo sguardo al sud solo per incensare il “suo” sud … basta vedere come ignori quello che accade in Sicilia dove Emma Dante ( che non è pugliese) è attualmente l’italiana che più rappresenta l’italia teatrale in giro per il mondo … ma lui addirittura paragona scena verticale e fibre parallele … praticamente una ferrari con una punto. Per il resto questo fermento sulle decisioni lo trovo abbastanza ridicolo … ognuno tifa e difende il suo … nessuno si occupa del Teatro. Nessuno di questi esimi signori sottolinea che comunque se fai una riforma e la chiami riforma ma poi dal FUS 2014 a quello 2015 si passa da 62mln circa si passa a poco più di 50mln non può essere certamente questa considerata una riforma a favore del Teatro.

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