Emiliano Valente. NaMolletta e i sogni appesi

Emiliano Valente porta NaMolletta al Teatro Biblioteca Quarticciolo. Recensione

Emiliano Valente
Foto Antonella Bovino

Capacità fuori dal comune degli autori teatrali è quella di dedicare attenzione alle cose più piccole, quelle che in una giornata passano senza lasciare tracce apparenti, indagarle con gli occhi voraci di chi dentro ci vede una storia, cercarla, tracciarla, portarla fuori per bocca d’attore. E allora quando sembrano finite le storie ce n’è sempre qualcuna che sorprende l’ascolto, perché stai lì a pensare: ma com’è venuto in mente a questo qui di tirare fuori la storia della prima molletta? Una cosa piccola, sembra un’idiozia e magari nasce proprio per un goliardico senso di dare residenza a minuscoli apparati dell’esistenza, eppure Emiliano Valente (con Antonella Bovino) deve aver avuto un’illuminazione su un terrazzo, su un balcone, appena prima di iniziare a parlare dentro questo testo, appunto, NaMolletta, visto in prima al Teatro Biblioteca Quarticciolo.
Allora siamo a metà dell’Ottocento e c’è una vecchietta del sud Italia con un marito abile a usare le mani e una necessità concreta di contrastare il troppo vento, ma siamo anche nel Vermont, USA, dove David M. Smith risponde a quella stessa necessità con mezzi e inventiva – e forse una qualità promozionale – di un livello forse più evoluto. O, almeno, certificato. Valente, intervallando scene in sequenza e con qualche debito al teatro di Andrea Cosentino, si cala in entrambi i personaggi e li confronta aggiungendone alcuni, attuali e oratóri, di raccordo, utili a dibattere non solo la questione in sé ma un più ampio valore che appartiene alle innovazioni reali e quelle posticce, al progresso dell’umanità di pari passo con lo sviluppo economico ed ergonomico.
I due lontani mondi che si misurano nell’attestazione di un primato svelano in realtà una prossimità materiale e portano alla luce nella scrittura un sentimento di protezione per l’umanità, per le cose intime che compenetrano l’uomo anche nella vita comunitaria, ciò che insomma di sé stessi occorre conservare, preservare, tenere appeso alla nostra vita sfuggente, anche se fosse, soltanto, sul filo.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

Questo articolo fa parte di un Taccuino Critico

Teatro Biblioteca Quarticciolo, Roma – Maggio 2015

NAMOLLETTA
di Emiliano Valente e Antonella Bovino
con Emiliano Valente

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?
SHARE
Previous articleOltremare. Viaggio in un interno
Next articleLa Bisbetica di Tonio De Nitto. Schiavitù contemporanea
Critico teatrale, ha una formazione interamente letteraria. Animatore del quotidiano di informazione teatrale onlinewww.teatroecritica.net, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de I "Quaderni del Teatro di Roma", periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume "Il declino del teatro di regia" (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa) e collaboratore della rivista "Orlando" (Giulio Perrone Editore) diretta da Paolo Di Paolo. Ha collaborato con il programma di "Rai Scuola Terza Pagina". Uscito a dicembre 2013 per l'editore Titivillus il volume "Teatro Studio Krypton. Trent'anni di solitudine". Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore.