Teatrosofia #12. Socrate, il titano e il dio

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Siamo all’ultimo appuntamento incentrato sulla sensibilità di Socrate verso il teatro

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottorando di ricerca in filosofia antica all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

socrate teatro
Socrate con Apollo. Foto en.wikipedia.org

Alla luce del confronto avuto con le varie testimonianze su Socrate, è possibile ricomporre un’immagine composita del filosofo e il suo atteggiamento verso il teatro. La conclusione è sorprendente. Socrate appare essere al tempo stesso sensibile e insensibile al teatro, insieme favorevole e ostile agli artisti performativi. Il paradosso merita di essere esaminato da vicino, perché dal suo scioglimento si potrà forse cogliere un importante “segreto” sull’arte dell’attore.

La sensibilità di Socrate verso il teatro è attestata da Senofonte e Aristippo, che mostrano come egli fosse un lucido spettatore, che capiva a istinto come ascoltare gli attori (vale a dire, con calma vigile e senza lasciarsi trasportare dalle passioni), nonché un uomo capace di allestire degli spettacoli godibili, quali sono i dialoghi attraverso cui cercava la verità con alcuni interlocutori. La sua insensibilità emerge, invece, dalle testimonianze di Platone e Antistene, che loro malgrado ce lo rappresentano mentre descrive il lavoro dell’attore alla rovescia. Se il ruolo di quest’ultimo consiste nel recitare con piena consapevolezza tecnica, con sincerità e con una chiara direzione educativa, Socrate lo definisce come un declamare fuori di senno e senz’arte, che offre allo spettatore un sapere falso e che allontana gli uomini dalla virtù. Da qui discendono pure la volontà di presentare la filosofia come la vera educatrice dei popoli e il suo attacco agli artisti, rimproverati di insegnare competenze inutili che non rendono moralmente migliori.

Le due condotte in apparenza inconciliabili diventano comprensibili, non appena si nota che traggono origine da due diverse disposizioni morali. Quando Socrate si relaziona con gli artisti con spirito polemico, quando afferma la superiorità della filosofia e taccia l’arte di ignoranza o stoltezza, egli cade nell’errore e nella semplificazione, erige per così dire uno schermo che lo rende impermeabile ai benefici che potrebbe trarre dalla creazione artistica. Quando invece assume una disposizione cauta e scettica, tanto nella pratica del dialogo, quanto nel ruolo di spettatore, in altri termini quando presta attenzione sincera e aperta a quello che ascolta senza giudicare, allora risulta un uomo che viene letteralmente attraversato dalle forze del teatro e che si mette addirittura nelle condizioni di manifestarle a sua volta. Un attore non potrebbe in queste circostanze che desiderare di essergli amico e sottoporre al suo orecchio alcuni coraggiosi sforzi creativi.
Il punto ci mostra che il teatro evoca qualcosa di possente, ma solo in condizioni di precarietà, fragilità e debolezza. L’attore e lo spettatore riescono a richiamare sulla scena forze esaltanti, laddove assumono una disposizione umile e rinunciano a tutte le loro credenze di carattere etico, intellettuale, affettivo, ovvero si ritraggono per aprirsi all’incontro con qualcosa di inaspettato. In questo senso, il Socrate dubitante incarna il prototipo esemplare del perfetto uomo di teatro, mentre quello polemico e affermativo schizza il ritratto del più acerrimo nemico dell’arte: il ragionatore forte e sicuro, che decide arbitrariamente quale sia l’unica via di accesso per il sapere autentico.

Se confidiamo nella veridicità storica del Fedro di Platone, Socrate si sarebbe un giorno chiesto, in mezzo a un prato verde e profumato, se assomigliasse di più a una belva aggressiva e multiforme come il titano Tifone, o se al contrario fosse un animale mansueto e semplice, che gode di serenità e quiete. L’indagine ora conclusa ci permette, forse, di rispondergli che egli era alternativamente l’una e l’altra cosa, perché mostrava natura titanica quando attaccava gli artisti e un’indole divina, nei momenti in cui prestava loro interesse.

Agli uomini ancora vivi l’esempio di Socrate prospetta due possibili destini. O scegliere la sorte del titano appagato dalla sua forza, ma sordo alle delicatezze dell’arte, o la condizione modesta e appartata dell’amante del bello, che rende simili a un dio gentile.
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Ma io non ho per niente tempo libero per tali cose. Il motivo, mio caro, è questo: non sono ancora in grado, seguendo il precetto delfico, di conoscere me stesso; e io trovo ridicolo che, ignorando ciò, si possa indagare ciò che è estraneo. Per cui, dato un saluto a tali cose, affidandomi a quanto si dice di esse, come ora dicevo, indago non queste ma me stesso, se per caso io non sia una belva più complessa e più fumante di Tifone, o se sono un animale più domestico e più semplice che partecipa per natura di un qualche destino divino e privo di tracotanza. Fedro
[La traduzione del passo del Fedro è di Fulvia De Luise (a cura di), Fedro: le parole e l’anima, Bologna, Zanichelli, 1997]

Enrico Piergiacomi
Twitter @Democriteo

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1 COMMENT

  1. “Il punto ci mostra che il teatro evoca qualcosa di possente, ma solo in condizioni di precarietà, fragilità e debolezza. L’attore e lo spettatore riescono a richiamare sulla scena forze esaltanti, laddove assumono una disposizione umile e rinunciano a tutte le loro credenze di carattere etico, intellettuale, affettivo, ovvero si ritraggono per aprirsi all’incontro con qualcosa di inaspettato”.
    Mi sembra perfetto!
    Di fronte a Socrate e a chiunque altro, è necessario provare a ri-citare bene!
    Un caro saluto
    Claudio

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