Claudia Salvatore. Nelle scatole, noi.

Claudia Salvatore con Interruzioni volontarie al Teatro Argot Studio di Roma per Dominio Pubblico. Recensione in Taccuino critico.

 

claudia salvatore
Foto Itzel Cosentino

Scatoloni. È lì che si mette ciò che non ha un posto, almeno in attesa di trovarne uno. Poi passa il tempo e la scatola diventa “il posto”. È chiusa, anche chi l’ha riempita ormai ignora cosa ci sia dentro. Finché un giorno con un pennarello sul cartone scriverà una frase generica sul contenuto, qualcosa per almeno non sentire il peso di ciò posto non l’ha trovato. Un po’ come quegli oggetti, siamo noi. Senza un posto preciso, gli eventi ci spingono qui o là, poi un’etichetta sopra e ci sembra che non possiamo più stare se non dove siamo. Sembra un po’ questa la sensazione di fondo che ha mosso la drammaturgia di Claudia Salvatore per Interruzioni volontarie, di cui è regista e unica interprete, visto al Teatro Argot Studio per Dominio Pubblico. Una scatola con il nome, con dentro altre scatole con tanti nomi diversi.
E questa è anche la scena che l’attrice abita di parole nate ora dalla sua penna ora da suggestioni di Sarah Kane o David Foster Wallace, due artisti suicidi che in comune hanno anche una scrittura di secrezione linguistica viscosa ed estroflessa. Per frammenti si articola il disagio di Margherita, giovane donna che parla di sé in terza persona e si rivolge a un fantoccio specchio da abbattere, che consegna a una serie di registratori vocali la sua storia, chissà se per ricordarla o dimenticarla, la difficile infanzia compleanno dopo compleanno, celebrati da una torta con sigarette al posto di candeline, poi la doccia di sabbia, il ketchup sparato sulle braccia a dire un dolore da sfogare sul corpo, una richiesta d’aiuto fatta sangue, finto, il sangue, non la richiesta. Eppure torna, quel fantoccio. È duro da eliminare. Ma torna con una corda al collo e sembra non ci siano equivoci che per eliminare la sembianza si finisca, inevitabilmente, per eliminare sé stessi.
Ma nella scena di scatole, da cui la pur brava attrice prende oggetti per una dissipazione sul e del proprio corpo, le parole non sembrano raggiungere un soddisfacente carattere di verità, lo stesso testo frammentato, pur accogliendo piccolezze della vita umana in solitudine o in comunità, non riesce a farsi unità di proposta drammaturgica, o di racconto, universalizzando il concetto; il dolore vi appare esteriore, sembra Margherita star male per statuto, è inquieta e per questo parte di una generazione che finisce con troppa facilità in analisi: abbrutita dalla difficile esistenza, il racconto che ne sa fare resta sulla superficie del dolore, la sua dichiarazione «nessuno può odiarmi più di quanto mi odi io» appare un accenno non concreto di un odio soltanto teorizzato.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

Questa recensione breve appartiene a un Taccuino Critico, leggi le altre

Teatro Argot Studio di Roma – marzo 2015

INTERRUZIONI VOLONTARIE
di e con Claudia Salvatore
aiuto regia Sergio Proto
luci e supervisione Francesco Piotti
scenografia, grafica e costumi Valeria Galluzzi
drammaturgia composta da: creazioni originali di Claudia Salvatore, inserzioni liberamente tratte da “Febbre” e “Psicosi delle 4:48” , di Sarah Kane,“Il pianeta Trillafon in relazione alla cosa brutta” e “Questa è l’acqua” di David Foster Wallace
produzione: un’anteprima ridotta di “Interruzioni volontarie” è stata prodotta dal RIC Festival 2013 e presentata come studio per un progetto teatrale, all’interno del festival R.I.C, Rieti Invasioni Creative, sostenuto dall’A.T.C.L.

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